Ettore Spalletti a Venezia. “Le mie opere non hanno più bisogno di me”: l’artista racconta ad Artribune la sua mostra al secondo piano di Palazzo Cini

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Ettore Spalletti con Luca Massimo Barbero

Ettore Spalletti con Luca Massimo Barbero

La parte più intima della dimora veneziana del grande collezionista Vittorio Cini – il secondo piano di Palazzo Cini – accoglie fino al 23 agosto la mostra personale di Ettore Spalletti. Esposti nelle cinque sale di Palazzo Cini si trovano in tutto sedici lavori – tra cui pitture, opere su carta, sculture – in cui dominano prevalentemente elementi rosa e azzurri, espressione della sua personalissima ricerca sul colore, sulla luce e sulla trasformazione dei materiali nel tempo. Le opere – alcune già note al pubblico ed altre esposte per la prima volta – entrano in relazione profonda con la dimensione intima e domestica del luogo che le ospita, inserendovisi con discrezione ed eleganza, come il loro stesso autore che durante l’opening cammina schivo tra le stanze della mostra, quasi fosse un visitatore come gli altri. Ci confessa di trovarsi a disagio negli incontri ufficiali, perché “le mie opere”, afferma,non hanno bisogno di essere accompagnate, mi fanno sentire inutile. Loro sono più brave di me, parlano meglio di me e non hanno bisogno della mia presenza”. Dopo una vita passata ad accompagnarle in giro per il mondo, Spalletti ritiene che ormai le sue opere siano diventate “autonome, forti e piene di energia, disponendosi quasi da sole nello spazio”. A volte, racconta, succede che “prendano l’iniziativa da sole“, come nel caso di “Così com’è, fonte” (2006), scultura cilindrica con un foro al centro che l’artista ha conservato per anni nel suo studio colma d’acqua. Quando è arrivata a Venezia, dopo essere stata appositamente svuotata per il trasporto, l’artista si è accorto che sul fondo era rimasta una parte di acqua che aveva creato dei disegni di luce inediti e ha così deciso di rispettare la trasformazione autonoma dell’opera, senza apporvi modifiche.
Ad attirare lo sguardo, nella prime sale, sono due grandi opere su carta azzurra realizzate per la prima volta negli anni Settanta e qui riproposte in una nuova versione: “Sono due lavori”, dichiara Spalletti, “che amo particolarmente, perché sono in continuo mutamento: come un foglio di carta che si apre o si arriccia a seconda dell’umidità e non trova quiete sulla parte”. Nell’ultimo ambiente, la Sala del Caminetto, l’artista ha deciso di collocare l’opera “Leggio” (2011), composta da due elementi d’arredo da lui disegnati e realizzati: una sedia e un tavolino che regge un metafisico leggio in alabastro su cui è la luce stessa a inscrivere la propria storia. Ed è proprio la luce il punto focale di tutta la ricerca artistica di Spalletti. Essa fa sì che i lavori si rinnovino e si modifichino costantemente: “Le opere qui esposte, indipendentemente dalla data di realizzazione, sono tutte nuove perché la luce di Venezia è diversa. I colori sono rinnovati da questa luce che li ha trasformati. Nemmeno io li avevo mai visti con questi toni e queste sfumature che sono unici perché la luce di Venezia è unica”.
Il progetto è ideato da Luca Massimo Barbero ed Ettore Spalletti, e realizzato da ASLC – Progetti per l’arte di Verona, insieme a Fondazione Giorgio Cini e con il sostegno di NCTM e l’arte.

– Elena Cardin

 

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