Trump presidente? Razzista, xenofobo, oppressore. Da Jenny Holzer alle Pussy Riot, su twitter le reazioni dell’intellighenzia

Post affranti, delusi, preoccupati, battaglieri. Michael Moore parla di fascirmo gentile, Meryl Streep di occasione mancata. Clint Eastwood invece ringrazia gli americani

Donald Trump secondo lo street artist Hanksy
Donald Trump secondo lo street artist Hanksy

Canada’s immigration website has actually crashed on”. La battuta lanciata da BuzzFeed subito dopo la proclamazione dei risultati dell’election day USA, con la clamorosa affermazione di Donald Trump, restituisce a pieno il sentiment che regna fra larghe fasce della società americana, segnatamente negli ambienti artistico-culturali. E non tanto – in questo caso – per l’appeal del premier canadese Justin Trudeau, che pure ha mostrato fin dall’insediamento grande attenzione alle politiche culturali: ma perché l’intellighenzia a stelle e strisce non aveva nascosto la propria avversione verso il magnate, che a sua volta ben poche parole aveva dedicato alle questioni culturali nella tempestosa campagna elettorale. E se nelle scorse settimane si erano moltiplicati – di molti vi abbiamo dato notizia – gli endorsement a favore di Hillary Clinton da parte di artisti, registi, attori, musicisti, ora i social network pullulano di post affranti, delusi, preoccupati, battaglieri. Provenienti dagli States, ma non solo.

JENNY HOLZER INVOCA L’AGITAZIONE POPOLARE
È come sempre Twitter la piazza eletta per le schermaglie più ficcanti, per i messaggi più diretti e immediati: è da lì che arriva il più battagliero, sorprendentemente – ma neanche tanto, conoscendo il personaggio – dovuto alla 66enne Jenny Holzer, che senza mezzi termini chiama il popolo alla mobilitazione contro l’”invasore”: “Grass roots agitation is the only hope”. Molto diretto, come del resto tutti lo conoscono, è anche il regista attivista Michael Moore, che affida i suoi pensieri a una citazione da Friendly Fascism di Bertram Gross che lascia ben poco all’immaginazione: “The next wave of fascism will come not with cattle cars and camps. It will come with a friendly face“. Gli fa eco, fra ira e rassegnazione, il collega Michael Mann, che prima tuona contro gli americani (“Fuck…… For the love of fuck you fucking morons. Why???? You ruined the fucking country”), per poi annunciare con mestizia il proprio “ritiro” dalla scena (“Social media break starts now. Bye, guys”). Alla recrudescenza di razzismo e xenofobia guarda con lucidità Hanksy, lo street artist newyorchese celebre per aver creato una irriverente e virale “merda” a forma di Trump: “The thing that really gets me is the thought of all the racists and xenophobes high-fiving and slapping each other’s back right now”.

È COME ESSERE ARRESTATE
Ancora dal mondo del cinema: diverse star, note per le pubbliche affermazioni pro-Hillary, scelgono il basso profilo, limitandosi a ritwittare post comunque assai significativi. Se Julianne Moore rilancia Jill Biden per lamentare l’oppressione del mondo LGBT, delle minoranze e le preoccupaziopni per i diritti della donna (“There are no winners. Half the country has openly voted for the oppression of LGBT’s, minorities’, and women’s rights”), Meryl Streep posta un tweet irriferibile quanto a termini, ma che piange la mancata occasione di avere il primo Presidente donna. Arriva da molto lontano, dalla Russia, la presa di posizione delle clintoniane Pussy Riot, che dopo aver ricordato che Putin è stato il primo leader mondiale a congratularsi con Trump (“Hello, Putin. Hello, Trump. Hello, creepy patriarchal selfish morons”), svelano che per loro il risultato equivale ad essere arrestate (fattispecie nella quale sono notoriamente esperte): “It’s like being arrested. Dramatic at the beginning. But then you start to figure out how to live and create in prison. You’ll overcome”. Un coro unanime, dunque, di voci preoccupate? Non proprio, anche se ad esultare sono veramente in pochi: su tutti – era cosa nota – Clint Eastwood, che ringrazia l’America per regalargli una gioia negli ultimi anni che lui stesso dice gli restano da vivere: “Thank you America, I don’t have long left to live but now I know the last few years will be great, I can’t thank you enough #PresidentTrump”.

Massimo Mattioli

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Massimo Mattioli
É nato a Todi (Pg). Laureato in Storia dell'Arte Contemporanea all’Università di Perugia, fra il 1993 e il 1994 ha lavorato a Torino come redattore de “Il Giornale dell'Arte”. Nel 2005 ha pubblicato per Silvia Editrice il libro “Rigando dritto. Piero Dorazio scritti 1945-2004”. Ha curato mostre in spazi pubblici e privati, fra cui due edizioni della rassegna internazionale di videoarte Agorazein. È stato membro del comitato curatoriale per il Padiglione Italia della Biennale di Venezia 2011, e consulente per il progetto del Padiglione Italia dedicato agli Istituti Italiani di Cultura nel mondo. Nel 2014 ha curato, assieme a Fabio De Chirico, la mostra Artsiders, presso la Galleria Nazionale dell'Umbria di Perugia. Dal 2011 al 2017 ha fatto parte dello staff di direzione editoriale di Artribune, come caporedattore delle news.