Mega donazione da 42 milioni. E la Albright-Knox Gallery di Buffalo cambia perfino nome

Jeffrey Gundlach, uomo d’affari e noto collezionista, partecipa con una cifra milionaria al restyling del museo di Buffalo, primo progetto museale negli Stati Uniti per Shohei Shigematsu dello studio OMA.

La Albright-Knox Art Gallery di Buffalo
La Albright-Knox Art Gallery di Buffalo

Jackpot ricchissimo per la Albright-Knox Art Gallery di Buffalo, tra le collezioni più significative degli Stati Uniti (decine i suoi capolavori, tra cui il mitico “Cristo giallo” di Paul Gauguin e “L’acrobata” di Marc Chagall), che incassa una donazione da record, destinata a contribuire all’imminente ampliamento del museo. Nelle casse dell’istituzione arrivano la bellezza di 42 milioni e mezzo di dollari, tutti in una volta sola e da un unico mecenate: l’ideatore e titolare del fondo di investimento DoubleLine Capital Jeffrey Gundlach, 57 anni, uomo d’affari originario proprio del distretto di Buffalo, indicato nel 2012 da Bloomberg’s Magazine come una tra le cinquanta persone più influenti al mondo. Una cifra esorbitante quella offerta dal magnate, ma insufficiente per ottenere la palma della più generosa avuta, quest’anno, da un museo americano: è arrivata infatti a 100 milioni di dollari la cifra data lo scorso mese di aprile da David Geffen al MoMA.
La generosità di Gundlach verrà ad ogni modo riconosciuta in modo incancellabile dal museo di Buffalo, che assocerà il nome del donatore al proprio: prepariamoci dunque a visitare, a partire dai prossimi mesi, la Albright-Knox-Gundlach Art Gallery. Una svolta epocale per un’istituzione nata nel 1890 come Albright Gallery, già ribattezzata nel 1962 per gratificare le ingenti donazioni di Seymour H. Knox Jr.

UN MECENATE SFORTUNATO
“Ho imparato quello che so sull’arte” ha dichiarato Gundlach “visitando la Albright-Knox Gallery con la mia famiglia. È stato il luogo che per primo mi ha aperto la mente e gli occhi su quali siano le infinite possibilità dell’arte e che mi ha mostrato come Buffalo non avesse solamente un grande potenziale, ma come abbia tutt’ora un museo di livello internazionale. Questo è il motivo che mi ha spinto a fare questa donazione al progetto AK360 […], per galvanizzare l’entusiasmo degli investitori privati, delle fondazioni e del settore pubblico”. Un entusiasmo nei confronti dell’arte che il mecenate non ha visto venire meno nemmeno dopo la sfortunata avventura che l’ha visto protagonista nel 2012. Quando la sua casa di Santa Monica venne svaligiata di auto e orologi di lusso, contanti ma soprattutto quadri – un Piet Mondrian e un Jasper Johns, questi ultimi infine rintracciati dagli inquirenti – per un valore complessivo di 10 milioni di dollari.

UN’IMPRESA COLLETTIVA
L’assegno staccato dal Gundlach insiste in modo decisivo su una raccolta fondi che si pone come obiettivo quota 125 milioni, e a cui concorrono ad oggi investimenti privati per oltre 40 milioni e circa 20 milioni di sovvenzioni pubbliche, 15 dei quali messi sul piatto dal solo Stato di New York, con il governatore Andrew Cuomo a dichiarare: “siamo orgogliosi di supportare un’iniziativa unica da cui trarrà beneficio l’intera regione”.
Un grande sforzo collettivo, dunque, destinato a finanziare il progetto AK360, come è stato ribattezzato l’articolato programma di interventi che intende dotare il museo di nuovi spazi espositivi – dall’ultimo ampliamento del 1962 la collezione permanente è quadruplicata per numero di opere – e di nuove aree dedicate alla didattica e ai servizi accessori (su tutto una nuova caffetteria, ma anche una migliore connessione tra il campus  dell’istituzione e il vicino Frederick Law Olmsted’s Delaware Park).

IL PROGETTO DI OMA
A firmare il progetto, che entrerà nel vivo nei prossimi 18 mesi, è Shohei Shigematsu di OMA, selezionato dal board della Albright-Knox nel giugno 2016.  Per lo studio associato creato da Rem Koolhass si tratta del primo intervento mai realizzato per un museo negli Stati Uniti, là dove invece sono stati diversi i lavori per centri culturali di altra natura come la Seattle Central Library e il Prada Epicenter di New York, lo spazio ibrido – un po’ commerciale un po’ destinato alle performing arts – disegnato per il Guggenheim Museum SoHo di Arata Isozaki. Più mirato, nello specifico, il percorso di Shigematsu (classe 1973), che ha già avuto modo di lavorare nel Nuovo Mondo nell’ambito specifico dell’arte contemporanea: progettando allestimenti per il MoMA, collaborando con Marina Abramović  e Cai Guo-Qiang, ma anche realizzando un nuovo padiglione per il Musée national des beaux-arts du Québec.

– Francesco Sala

Albright-Knox Art Gallery
Buffalo, 1285 Elmwood Avenue
www.albrightknox.org

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Francesco Sala è nato un mesetto dopo la vittoria dei mondiali. Quelli fichi contro la Germania: non quelli ai rigori contro la Francia. Lo ha fatto (nascere) a Voghera, il che lo rende compaesano di Alberto Arbasino, del papà di Marinetti e di Valentino (lo stilista). Ha fatto l'aiuto falegname, l'operaio stagionale, il bracciante agricolo, il lavapiatti, il cameriere, il barista, il fattorino delle pizze, lo speaker in radio, l'addetto stampa, il macchinista teatrale, il runner ai concerti. Ha una laurea specialistica in storia dell'arte. Ha fatto un corso di perfezionamento in economia e managment per i beni culturali, così sembra tutto più serio. Ha fatto il giornalista per una televisione locale. Ha condotto un telegiornale che, nel 2010, ha vinto il premio speciale "tg d'oro" della rivista Millecanali - Gruppo 24Ore. Una specie di Telegatto per nerd. E' molto interista.