11 giorni di inutili chiacchiere dell’Unesco a Istanbul. Mentre nessuno protegge il patrimonio artistico mondiale

Si esaminano le proposte di iscrivere altri 29 siti nella lista del Patrimonio Mondiale, che ne conta già 1.031

Ninive attaccata dall'Isis
Ninive attaccata dall'Isis

Se il patrimonio artistico mondiale in pericolo per varie ragioni – dalle guerre al terrorismo, dall’incuria alla forza della natura – si potesse proteggere in proporzione ai fiumi di parole che ad esso vengono dedicate, c’è da star sicuri che l’Unesco sarebbe l’organismo sovranazionale più efficiente e puntuale del globo.
Già, perché mentre – giusto per fare l’esempio di attualità più stringente – fra Siria, Giordania, Iraq, ma anche in Mali, si fanno quotidianamente i conti con le irreparabili distruzioni perpetrate dai Jihadisti dell’Isis, senza che si abbia notizia di azioni concrete nemmeno tentate, nemmeno ipotizzate, nemmeno rivendicate da chi alla difesa di arte e archeologia dovrebbe essere preposto per statuto, quel pachiderma di carta presieduto da Irina Bokova si appresta ad aprire a Istanbul la quarantesima sessione del World Heritage Committee. Dove per ben 11 giorni – dal 10 al 20 luglio – verranno esaminatele proposte di iscrivere altri 29 siti nella lista del Patrimonio Mondiale, che ne conta già 1.031.

IL RIFUGIO DELLA BIODIVERSITÀ IN IRAQ
11 giorni fitti di incontri, durante i quali passeranno di mano quintali di dossier mirati ad ottenere l’ambitissimo (perché ambitissimo, non è ben chiaro: quali sono gli effetti? Quali i vantaggi?) riconoscimento.
Molte di queste carte, per esempio, serviranno a perorare la causa del “Rifugio della biodiversità nelle città mesopotamiche dell’Iraq”, di cui – almeno a primo impatto – sfugge l’urgenza della protezione, così come del resto sfugge per quel che riguarda altri celebri “patrimoni” che impegnano schiere di funzionari come la Dieta mediterranea, il ballo del valzer, la calligrafia mongola, la Festa dei Gigli di Nola. Forse – ci ripetiamo – provare a proteggere Palmyra dalle ruspe dei fondamentalisti potrebbe essere impegno più utile all’umanità.
Fra i dossier con cui saranno esaminate le candidature, ce ne sono quest’anno ben tre riguardanti architetti moderni o contemporanei: Le Corbusier, per il suo contributo al Movimento Moderno con opere in Argentina, Belgio, Francia, Germania, India, Giappone, Svizzera; Oscar Niemeyer, con il complesso di Pampulha, un centro ricreativo costruito nel 1940 intorno a un lago artificiale a Belo Horizonte; Frank Lloyd Wright, con tutta la sua opera negli Stati Uniti.

– Massimo Mattioli

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Massimo Mattioli
É nato a Todi (Pg). Laureato in Storia dell'Arte Contemporanea all’Università di Perugia, fra il 1993 e il 1994 ha lavorato a Torino come redattore de “Il Giornale dell'Arte”. Nel 2005 ha pubblicato per Silvia Editrice il libro “Rigando dritto. Piero Dorazio scritti 1945-2004”. Ha curato mostre in spazi pubblici e privati, fra cui due edizioni della rassegna internazionale di videoarte Agorazein. È stato membro del comitato curatoriale per il Padiglione Italia della Biennale di Venezia 2011, e consulente per il progetto del Padiglione Italia dedicato agli Istituti Italiani di Cultura nel mondo. Nel 2014 ha curato, assieme a Fabio De Chirico, la mostra Artsiders, presso la Galleria Nazionale dell'Umbria di Perugia. Dal 2011 al 2017 ha fatto parte dello staff di direzione editoriale di Artribune, come caporedattore delle news.