È morto a 80 anni Giuseppe Spagnulo. Addio allo scultore poeta di terra e ferro

Era nato nel 1936 in Puglia. Una carriera da protagonista: invitato giovanissimo alla Biennale di Venezia, insegnò scultura in Germania

Giuseppe Spagnulo alla Galleria dello Scudo, Verona
Giuseppe Spagnulo alla Galleria dello Scudo, Verona

Sono vissuto sempre dentro questo mondo, sporco di terra fin da fanciullo, quando frequentavo la fabbrica di mio padre, plasmavo qualche oggetto, provavo il tornio. Questa cosa mi ha accompagnato per tutta la vita, silenziosamente, e spesso ho alternato il lavoro con il ferro con questo con la terra”. Parole di Pino Spagnulo tratte dalla bella intervista che ci rilasciò a fine 2014, in occasione della mostra di carattere museale che gli dedicò la Galleria dello Scudo, a Verona.
Parole che oggi assumono un senso diverso, quasi l’avvio del bilancio di una vita votata alla creazione, alla terra che diventa forma ed energia: perché Spagnulo è morto all’età di 80 anni, arrendendosi a una malattia che minava da tempo la sua salute.
Era nato nel 1936 a Grottaglie, quasi predestinato a lavorare con quella terra che ha reso celebre la cittadina pugliese: e infatti la sua formazione l’aveva visto passare dall’Istituto per la ceramica di Faenza e poi dall’Accademia di Brera, in quella Milano che lo vide frequentatore, collaboratore e amico di grandi artisti come Arnaldo Pomodoro e Lucio Fontana. Lavoro con la terra, al quale affianca presto quello con l’acciaio cor-ten, per dare maggiore potenza alle sua prima opere di carattere politico, come Black Panther,della fine degli anni Sessanta.

Giuseppe Spagnulo, Rosa dei venti, 2012 - terracotta ingobbiata, ossido di ferro e ossido di rame
Giuseppe Spagnulo, Rosa dei venti, 2012 – terracotta ingobbiata, ossido di ferro e ossido di rame

La sua prima affermazione sulla scena internazionale però arriva nel 1972, con la partecipazione alla Biennale di Venezia, seguita nel 1977 dalla mostra al Newport Harbor Art Museum, dove presenta i cicli Archeologia e Paesaggi.
All’inizio degli anni Novanta la consacrazione, con l’Accademia di Belle Arti di Stoccarda che gli affida la cattedra di scultura, sull’onda del grande successo ottenuto con gallerie e musei tedeschi.
Nel 2000 gli è stato conferito il prestigioso Premio Faenza alla carriera. “Una montagna di terra è una montagna di terra, un blocco di ferro è un blocco di ferro, non hanno quel fascino che ha per esempio il tronco dell’albero, o la pietra levigata dal fiume”, ci diceva nell’intervista citata, riferendosi ai suoi materiali di riferimento. “Terra e ferro non hanno fascino, e allora bisogna dargli la poesia”.

– Massimo Mattioli

Iscriviti alla nostra newsletter
CONDIVIDI
Massimo Mattioli
É nato a Todi (Pg). Laureato in Storia dell'Arte Contemporanea all’Università di Perugia, fra il 1993 e il 1994 ha lavorato a Torino come redattore de “Il Giornale dell'Arte”. Nel 2005 ha pubblicato per Silvia Editrice il libro “Rigando dritto. Piero Dorazio scritti 1945-2004”. Ha curato mostre in spazi pubblici e privati, fra cui due edizioni della rassegna internazionale di videoarte Agorazein. È stato membro del comitato curatoriale per il Padiglione Italia della Biennale di Venezia 2011, e consulente per il progetto del Padiglione Italia dedicato agli Istituti Italiani di Cultura nel mondo. Nel 2014 ha curato, assieme a Fabio De Chirico, la mostra Artsiders, presso la Galleria Nazionale dell'Umbria di Perugia. Dal 2011 al 2017 ha fatto parte dello staff di direzione editoriale di Artribune, come caporedattore delle news.