Largo alle neo-neoavanguardie a Villeurbanne

Fino all’11 agosto, allo Iac di Villeurbanne tredici artisti d’oggi figli degli Anni Sessanta e Settanta. Selezionati dal loro collega Laurent Montaron. Installazioni antimonumentali, video solenni e ironici, soglie di tessuto e semplici interruttori.

1966-1979 (Jordan Wolfson) - veduta della mostra presso lo IAC, Villeurbanne 2013

Il titolo della mostra allo Iac di Villeurbanne è semplice e allo stesso tempo sibillino: 1966-1979 evoca pressappoco l’intervallo di tempo in cui le neoavanguardie nacquero e fiorirono. E morirono, aggiungerebbe qualcuno, ma non è così. Sia perché nessuna rivoluzione copernicana durevole è accaduta in arte da quell’epoca, sia perché, come la mostra intende dimostrare, l’arte di ricerca di oggi si ispira all’eredità di quegli anni.
Il curatore è un artista, Laurent Montaron (un suo video è esposto nel Palazzo enciclopedico di Gioni). Il suo intento dichiarato è selezionare opere “significative dell’attuale tendenza dell’arte“. E il proposito è mantenuto: da lavori pur molto diversi tra loro emerge una linea che tende all’installazione antimonumentale, all’utilizzo e al riciclo di frammenti di realtà o d’arte preesistenti, a una forma di concettuale “gentile”, che mescola il piano intellettuale (comunque predominante) a quello della sensorialità. Ma il lascito delle neoavanguardie più duraturo sembra quello della processualità, che sfocia in opere-dispositivo che simboleggiano la precarietà del mondo d’oggi.

1966-1979 (Katinka Bock) - veduta della mostra presso lo IAC, Villeurbanne 2013
1966-1979 (Katinka Bock) – veduta della mostra presso lo IAC, Villeurbanne 2013

All’entrata della mostra, l’installazione di Guillaume Leblon trasforma l’interno in esterno: un muro di gesso e cartone segnato da manifesti strappati e graffiti si sostituisce alla porta d’accesso alla prima sala. Le tre installazioni di Katinka Bock si collocano con un’agilità notevole tra stabilità e precarietà, così come fanno le soglie di tessuto e il lavoro murale di Ulla von Brandenburg. Jordan Wolfson espone un semplice interruttore con cui il visitatore può accendere o spegnere la luce nella prima sala, oltre a un video che sbeffeggia gli stereotipi sull’ebraismo ortodosso. La scultura antimonumentale, di recupero e tendente al minimalismo, è rappresentata da un’altra opera di Giullaume Leblon (tre mele in cera indistinguibili da quelle vere) e dai lavori di Bojan Sarcevic (in mostra uno dei suoi poliedri di onice sormontato da una candela accesa) e Jason Dodge, che dissemina le sue sculture effimere e concettuali lungo tutto il percorso. Non mancano lavori più immaginifici, come i video di Lonnie Van Brummelen & Siebren De Haan e di João Maria Gusmão & Pedro Paiva (quelli di questi ultimi sono esposti anche alla Biennale di Venezia), mentre il curatore Laurent Montaron espone il suo How can one hide from that which never sets?, specchio in cui ci si vede riflessi solo quando ci si allontana.

Stefano Castelli

Villeurbanne // fino all’11 agosto 2013
1966-1979
a cura di Laurent Montaron
IAC
11, rue Docteur Dolard
+33 (0)4 78034700
[email protected]
www.i-ac.eu

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Stefano Castelli
Stefano Castelli (nato a Milano nel 1979, dove vive e lavora) è critico d'arte, curatore indipendente e giornalista. Laureato in Scienze politiche con una tesi su Andy Warhol, adotta nei confronti dell'arte un approccio antiformalista che coniuga estetica ed etica. Nel 2007 ha vinto il concorso per giovani critici indetto dal Castello di Rivoli. Pubblica regolarmente i suoi articoli dal 2007 su Arte, dal 2011 su Artribune e dal 2018 su IL-mensile de Il Sole 24 ore. Collabora anche con Antiquariato. Dal 2004 a oggi ha curato numerose mostre in spazi privati e pubblici, di artisti affermati ed emergenti. Dal 2016 è nel comitato curatoriale del Premio arti visive San Fedele. Nel 2020 ha pubblicato il saggio "Radicale e radicante – Sul pensiero di Nicolas Bourriaud" (Postmediabooks) e tradotto il saggio "Inclusioni" di Nicolas Bourriaud (Postmediabooks).