In un momento storico in cui social e piattaforme varie fungono sia da luoghi di aggregazione sia da mezzi potenti per veicolare immagini e pensieri, l’arte pubblica può continuare ad avere un ruolo fondamentale. Infatti, oggi più che mai, espedienti espositivi come i billboard, i cartelloni pubblicitari, sono in grado di riportarci alla realtà concreta tenendoci ancorati al tempo presente e allo spazio urbano.

Chi è Rica Cerbarano
Di queste potenzialità ne sa qualcosa Rica Cerbarano (Torino, 1992), figura poliedrica nel panorama della fotografia contemporanea dedita alla scrittura, alla curatela, e al coordinamento di mostre legate all’utilizzo non convenzionale della fotografia, come testimonia anche la sua attività nel collettivo Kublaiklan, da lei co-fondato.
Da sempre attratta dal peso dell’immagine all’interno della nostra società, la curatrice ha di recente dato il via a una ricerca incentrata sul ruolo politico e sociale di un dispositivo come il billboard, laddove il classico cartellone pubblicitario si trasforma in vera e propria opera d’arte capace di parlare a chiunque. A descriverci questo progetto, destinato a concretizzarsi in una pubblicazione che verrà lanciata a febbraio da Reading Room a Milano, è Cerbarano stessa.

L’intervista a Rica Cerbarano sui billboard
Raccontaci brevemente della tua formazione e della tua passione per la fotografia.
Ho iniziato la mia esperienza professionale all’interno dei festival fotografici, poco dopo la laurea all’Accademia di Belle Arti di Torino. Ero consapevole di voler lavorare con la fotografia, ma non sapevo in che forma. Con il tempo ho capito che il mio approccio si avvicinava a quello della figura curatoriale. La scrittura è stata sicuramente un ponte importante in questa consapevolezza.
Poi, grazie anche all’esperienza con il collettivo Kublaiklan, ti sei specializzata nella fotografia pubblica. Da cosa è partito questo interesse?
I progetti espositivi di Kublaiklan mi hanno permesso di testare concretamente l’impatto delle installazioni open-air, allargando la fruizione culturale a un pubblico non di soli addetti ai lavori. Ma in realtà ho sempre guardato con curiosità all’immagine nello spazio pubblico. Sin da bambina, il tragitto in autobus verso scuola era per me un’avventura visiva: ho imparato molto osservando i manifesti lungo i viali della mia città.

Il concetto di billboard come monumento
Ultimamente stai lavorando molto sul concetto di billboard come monumento.
Si tratta di una ricerca che ho avuto modo di sviluppare grazie a un grant di Strategia Fotografia 2024. Il progetto esplora la diffusione e la fruizione delle fotografie nello spazio pubblico con un focus specifico sui billboard, dispositivi urbani che generano numerose riflessioni sulla natura polisemica dell’immagine. Questi “monumenti visivi contemporanei”, accessibili a tutti, favoriscono un discorso aperto sulla percezione dei contenuti visuali e sull’immaginario quotidiano. Credo che l’analisi del rapporto tra billboard e fotografia rappresenti un passo verso la riappropriazione dello spazio pubblico, a cui siamo sempre più disaffezionati.
Lo scorso 16 dicembre hai tenuto un talk, presso la Fondazione Connecting Cultures, insieme al critico d’arte Pietro Gaglianò e al fotografo Maurizio Montagna. Cosa ne è emerso?
Il talk è stato un momento importante per riflettere sul billboard, e il manifesto in generale, come apparato di indagine artistica e sociale. Ciò che è emerso chiaramente è come i billboard possano essere potenti alleati nell’esplorare, e decodificare, il complesso fenomeno della comunicazione visiva, e di conseguenza anche il nostro posto nella società. La mia ricerca in fondo vuole proprio porre l’accento sulla relazione tra educazione visiva ed educazione civica.

Il ruolo politico dei billboard
Che ruolo politico possono avere i billboard, soprattutto in un’epoca così proiettata verso una fruizione digitale? La gente guarda ancora i dispositivi pubblicitari utilizzati in questo modo?
Nell’era ipertecnologica in cui viviamo siamo portati a pensare che i billboard siano destinati a scomparire. In realtà, si stima che il valore di mercato globale della pubblicità outdoor crescerà del 4,3% all’anno fino al 2030. Ormai sappiamo tutti che internet e i social media non sono quella piattaforma democratica che avevamo tanto sperato. Inoltre, lo spazio urbano sta venendo progressivamente eroso da interventi di privatizzazione, dalla gentrificazione e dall’overtourism. Alla luce di ciò, credo che le immagini che popolano il nostro campo visivo abbiano una responsabilità imprescindibile: attivare pensieri critici rispetto al nostro modo di confrontarci con il concetto di alterità. La fotografia, data la sua natura elastica e relazionale, può – e deve – contribuire a generare processi di resistenza.
Qualche artista da consigliarci che lavora con un simile approccio?
Nella pubblicazione esito della ricerca affronto il lavoro di moltissimi artisti. Per esempio, For Freedoms, organizzazione che ha fatto del billboard un vero e proprio format espositivo-politico, e Willem de Haan, il cui progetto Advertisement porta all’estremo l’invisibilità dei billboard attraverso un’installazione che provoca un cortocircuito nello spazio.
Che forma vorresti dare alla tua ricerca? Quale sarà il prossimo passo?
Sempre nel 2024 ho vinto un’altra borsa di ricerca, dell’Italian Council, con cui indago il ruolo delle installazioni fotografiche nello spazio urbano, soprattutto in un’ottica partecipativa. Questo grant mi ha permesso di svolgere una residenza presso l’International Center of Photography e studiare gli archivi del Public Art Fund. Nel frattempo, ho sviluppato i miei studi nell’ambito di un master in Commissioning and Curating Public Art dell’Università di Göteborg. Nei prossimi due anni, immagino che tutta questa ricerca confluisca in un volume, una mostra e, perché no, un podcast.
Valerio Veneruso
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