Le sfilate dovrebbero essere l’occasione per presentare novità, e invece i brand le sfruttano per ribadire ovvietà: che l’eleganza maschile è bella quando tradizionale e che la semplicità si sposa con i corpi di chiunque. Ma la moda dovrebbe essere un campo in cui sperimentare, osare, anche sbagliare, con l’obiettivo di rinnovarsi sempre. Eppure non sembra più la massima ambizione degli stilisti.
Il protagonista della Paris Fashion Week Uomo autunno inverno 2026 2027
Fatta eccezione per Jonathan Anderson, direttore creativo di Dior che con il suo menswear ha dato prova di cosa significhi non temere nulla e nessuno. Neppure l’eventualità che il grande pubblico non avrebbe compreso questa versione artistica dell’uomo à la Dior. Timore lecito dato che nel suo debutto con la collezione primavera estate 2026 ha attualizzato il romanticismo della moda ottocentesca e novecentesca, tra giacche rigidamente decorate e mantelle da principe. A quell’eroe d’altri tempi sono bastati pochi mesi per cambiare completamente aspetto e diventare a tratti punk, a tratti goth e per certi versi una versione genderless dell’abbigliamento firmato Paul Poiret, il primo creatore di moda in senso moderno. Come mi ha detto un collega, Anderson è uno dei pochi a saper creare mondi immaginari e renderli realtà. Tutto verissimo.

Gli altri rivoluzionari della Paris Fashion Week Uomo autunno inverno 2026 2027
Però, bisogna applaudire anche pochi altri brand presenti sulle passerelle della Paris Fashion Week Uomo autunno inverno 2026 2027. Dries Van Noten in primis, adesso diretto da Julian Klausner, che arriva dritto al cuore di una generazione cosmopolita che guarda verso sia l’Oriente che l’Occidente, a Nord e a Sud per vestirsi liberamente. Qui trame, colori e lavorazioni fanno la differenza in un sapiente uso della stratificazioni di abiti e accessori. Poi, c’è l’italiano Magliano, approdato a Parigi dopo aver presentato a Milano e Firenze. Lui parla di un modo di vestirsi privo di costruzioni, profondamente democratico e volutamente quotidiano, ma comunque eleganti per certi aspetti (come la presenza di giacche, camice e pantaloni d’ispirazione sartoriale).
Dove sta andando la moda uomo a Parigi
La domanda resta aperta e, forse, è proprio questo il problema. La Paris Fashion Week Uomo autunno inverno 2026 2027 sembra attraversare una fase di stallo creativo, in cui l’urgenza di dire qualcosa di nuovo viene soffocata dalla necessità di rassicurare mercati, buyer e algoritmi. La moda maschile parigina, un tempo laboratorio di avanguardie, oggi appare più interessata a consolidare un’estetica riconoscibile e vendibile che a spingersi oltre i propri confini. Molti designer sembrano aver scelto una comfort zone fatta di tailoring impeccabile, palette neutre, silhouette già viste e storytelling facilmente digeribili. Un approccio che funziona commercialmente, certo, ma che svuota la settimana della moda di quel senso di attesa e sorpresa che dovrebbe caratterizzarla. Il risultato è una successione di sfilate corrette, spesso ben eseguite, ma raramente memorabili.

Il peso del mercato e la paura di rischiare
Dietro questa apparente mancanza di coraggio c’è un sistema sempre più complesso e fragile. I grandi gruppi del lusso chiedono stabilità, continuità e prodotti immediatamente identificabili. I brand indipendenti, invece, devono fare i conti con budget limitati e una visibilità che dipende sempre più dai social e dalle metriche digitali. In questo contesto, osare diventa un rischio che pochi sono disposti a correre. Eppure, quando qualcuno lo fa — come Jonathan Anderson per Dior o, in modo diverso, Dries Van Noten e Magliano — il contrasto è evidente. Quelle collezioni emergono, si fanno discutere, dividono. In altre parole, fanno moda. Dimostrano che il pubblico, anche quello maschile, è pronto a confrontarsi con narrazioni più complesse, identità fluide e riferimenti culturali meno scontati. La Paris Fashion Week Uomo autunno inverno 2026 2027 potrebbe allora essere letta come una stagione di transizione. Un momento di pausa prima di un nuovo cambio di paradigma, oppure il segnale di una crisi più profonda dell’immaginario maschile contemporaneo.
Giulio Solfrizzi
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