Emergenza abitativa in Italia: e se le case costassero 10 euro al giorno?
Nella settimana dell’arte bolognese, il convegno “Il tempo del ritrovarsi, il progetto della quotidianità” ha messo a nudo la complessità dell’emergenza abitativa, in una fase storica segnata da declino demografico, indebolimento delle politiche di welfare e dal “ruolo urbano” di Airbnb
“Quando la gente si trova in un posto, sviluppa delle forme di vita: già questo costituisce l’abitare e quindi le città. Prima ancora di essere costruzione, luogo, addirittura risorsa, le città sono le forme di vita che la gente instaura al loro interno”. Non è mancato neppure un riferimento alla resistenza abitativa della popolazione di Gaza nella lecture Addomesticare l’architettura a cura dell’antropologo Franco La Cecla, scelto quest’anno per tratteggiare la cornice concettuale di apertura della rassegna Cantiere Futuro. Giunta alla quarta edizione, l’iniziativa culturale con cui Ceramiche Marca Corona – la più antica realtà aziendale de distretto ceramico di Sassuolo, attiva dal 1741 – partecipa al calendario di ART CITY Bologna 2026 rivolgendosi alla platea architettonica (ma di fatto aprendosi orizzonti di ascolto ampi e trasversali), ha preso in esame la dimensione abitativa.
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La crisi abitativa e le proposte nel contesto di Bologna
Dalla “domesticità come pratica urbana, culturale e relazionale”, evocata nel contributo iniziale di La Cecla, la questione è stata affrontata facendo leva su piani concreti nel corso di due successive tavole rotonde, entrambe moderate da Pierluigi Molteni, architetto e docente di Advanced Design all’Università di Bologna. La vicesindaca del Comune di Bologna e assessora alla Casa e politiche per l’abitare Emily Marion Clancy ha fatto riferimento ad alcune virtuose esperienze locali, come Porto 15 che è il primo cohousing interamente pubblico in Italia, nonché l’unico nel territorio bolognese, e ha introdotto le proposte attualmente in progress. La necessità di cambiare paradigma nel contesto nazionale sul fronte abitativo, spingendo verso un poderoso investimento del pubblico nel diritto alla casa, è stato uno dei punti centrali del suo intervento. A questo proposito, è importante ricordare come insieme a Roma, Milano e Firenze, Bologna sia una delle diciassette città europee appartenenti alla Mayors for Housing, la rete che sta agendo su scala europea per fronteggiare l’emergenza abitativa. Un impegno che, a maggio 2025, ha portato i sindaci delle destinazioni citate (oltre a quelli di Parigi, Atene, Amsterdam, Barcellona e Varsavia, tra gli altri) a presentare lo EU must act now: European Housing Action Plan, chiedendo in parallelo l’istituzione di un Fondo europeo per l’Abitare Accessibile da 300 miliardi di euro (di cui almeno 100 miliardi a fondo perduto).
Il modello della “casa a 10 euro a giorno” di Lombardini22
Al medesimo panel, dal titolo Economia domestica: quando lo spazio casalingo incontra la finanza, ha preso parte Marco Battaglia, responsabile project management di Investire SGR, società attiva anche sui fronti del social housing, senior housing (che al momento sta lavorando su strutture dotate di “connessioni dirette” con gli hub sanitari) e degli studentati. Solo poche settimane fa, a Firenze, insieme agli altri partner coinvolti (inclusa la Fondazione CR Firenze), Investire SGR ha presentato l’operazione di rigenerazione urbana che in tempo per l’anno accademico 2027/2028 renderà Villa Monna Tessa, un ex padiglione ospedaliero dismesso dal 2018 nei pressi del polo ospedaliero di Careggi, una moderna residenza universitaria. Dal canto suo il terzo ospite di questa tavola rotonda, ovvero Marco Marcatili, che è direttore di Lombardini22 e presidente del CAAB-Centro Agroalimentare di Bologna, nella cornice del Teatro San Leonardo ha rilanciato una peculiare visione elaborata dallo studio milanese per l’affordable housing: la casa a 10 euro al giorno. “Non è una provocazione, non è uno slogan, non è utopia”, precisa Marcatili, riconoscendo in questa quota per accedere a un alloggio dignitoso in città “la soglia a cui potremmo ambire per riportare la casa al centro di una nuova progettualità urbana, che abbia i tratti della sostenibilità, per i cittadini e per gli investitori, evitando di assorbire per i costi abitativi una parte eccessiva della remunerazione di persone e famiglie”.
La casa come “infrastruttura di cittadinanza”
Il progetto, sul quale lo studio ragiona da qualche tempo alla luce della crescente emergenza abitativa, concepisce dunque la casa come “infrastruttura di cittadinanza”, dato il suo non essere “una merce neutra” poiché incide concretamente su percorsi e destini individuali e familiari e quindi, di riflesso, sulla collettività. Affinché questa proposta non resti puramente teorica, secondo Lombardini22 occorre “partire dallo scopo – l’abitare sostenibile – per poi costruirne le condizioni” e operare su quattro fronti: famiglie, imprese di costruzioni, chi genera lavoro e “chi detiene ampie aree oggi inutilizzate nelle città italiane”, così da riattivare quelle quote di patrimonio urbano, sia pubblico che privato, che risultano dismesse o abbandonate.
Nella seconda e conclusiva parte, a confrontarsi attorno al tema La casa di tutti i giorni sono quindi stati Stefano Betti, vicepresidente di ANCE–Associazione Nazionale Costruttori Edili, e gli architetti Stefano Pujatti, fondatore dello studio ElasticoFarm, e Davide Tommaso Ferrando, professore associato della Libera Università di Bolzano.
Airbnb? È il “principale agente urbanistico dell’ultimo ventennio”
Ferrando, in particolare, ha affiancato un rapido excursus storico sull’evoluzione dell’abitazione, focalizzandosi sull’ultimo secolo, a una serie di (efficaci) affondi sull’attualità, evidenziando il ruolo di Airbnb nella metamorfosi che si registra in numerosi centri urbani: una piattaforma definita “il principale agente urbanistico dell’ultimo ventennio”. Proprio lo studio guidato da Pujatti e i colleghi di Errante Architettura sono le realtà a cui Ferrando ha scelto di affidare la progettazione della propria abitazione torinese: il racconto di questa esperienza, che dovrebbe confluire in una prossima pubblicazione, attraverso le voci di uno dei progettisti coinvolti e del committente ha aperto un varco su un “cantiere-laboratorio”, con il suo carico di aspettative, limiti normativi e soluzioni a questioni contingenti. Un’ulteriore chiave interpretativa dunque per ragionare in forma corale della “città domestica” e riflettere attorno al guida del convegno bolognese, ovvero Il tempo del ritrovarsi: il progetto della quotidianità.
Valentina Silvestrini
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