Quel kit da comodino che ha portato un tabù dentro al museo. Intervista alla designer Giulia Tomasello

Dai bio-tessuti alle seconde pelli organiche, una ricerca in cui la materia apre nuove possibilità di relazione con il corpo

C’è un punto in cui la materia smette di essere un mezzo e diventa un discorso. È lì che si colloca il lavoro di Giulia Tomasello, che dal 2016 lavora all’incrocio tra biotecnologia e design indossabile, in un territorio che la moda mainstream ha attraversato solo per sfiorarlo: quello dei bio-tessuti, materiali coltivati attraverso processi biologici. Una ricerca che ha ricevuto all’estero importanti riconoscimenti istituzionali. Se l’intelligenza della materia porta oggi la moda a interrogarsi sulle fibre, sui materiali e sulle filiere, nel lavoro di Tomasello la materia compie un salto ulteriore: smette di essere inerte e diventa, letteralmente, vivente. I suoi progetti più noti — Future Flora e ALMA underwear— riguardano materiali biologici, tecnologie indossabili e pratiche di autocura, spostando progressivamente il centro della ricerca verso il corpo e la possibilità di restituirgli strumenti di conoscenza e autonomia.

ALMA Sensore. Courtesy ALMA Futura
ALMA Sensore. Courtesy ALMA Futura

Tecnologia e design indossabile: chi è Giulia Tomasello

La ricerca sulle seconde pelli organiche nasce dall’idea di un futuro in cui i tessuti interattivi non siano necessariamente fatti di filato, ma possano essere costituiti da materia organica: materiali capaci di biodegradarsi, recuperando e riutilizzando le componenti conduttive. Da questa ricerca nasce Future Flora, il progetto che ha posto le basi del lavoro di Tomasello. Si tratta di un assorbente realizzato in gelatina di agar agar, pensato non per il ciclo ma come trattamento per la salute vaginale. Sulla sua superficie può essere coltivato un microbiota sano, secondo lo stesso principio dei probiotici che assumiamo via bocca per ripristinare l’intestino. Un’idea ancora speculativa, che apre a un diverso modo di pensare la cura: a partire da un sapere che il corpo custodisce e che può diventare strumento di conoscenza e autonomia. La stessa direzione attraversa ALMA underwear, delle mutande intelligenti dotate di sensori per monitorare la salute vaginale e prevenire le infezioni. In tutti questi progetti la tecnologia e la ricerca collettiva sono strumenti per costruire forme di empowerment e autogestione dei corpi. È una ricerca di laboratorio sperimentale che porta la questione della materia fino alla dimensione più intima dell’esperienza.

Intervista a Giulia Tomasello

Nel tuo lavoro la materia porta con sé scelte progettuali, visioni del presente e senso di cura. Tocca la scienza, il corpo, la politica e l’arte. Com’è iniziato il tuo percorso?
Mi piace studiare la materia, soprattutto crescerla, avere quel senso di cura nel lasciarle la libertà di essere quello che vuole essere — quasi come si fa con una creatura. Mi piace occuparmi della preparazione di quello che poi può diventare, capire come si può adattare e contaminare con altre materie o contesti. Il mio percorso è iniziato alla NABA, dove ho studiato design del prodotto e mi sono laureata con un corsetto intelligente, un progetto di wearable technology con Arduino che rispondeva al respiro diaframmatico di chi lo indossava. Poi sono andata alla Design Academy di Eindhoven, in Olanda, per un master in Social Design, dove sono stata anche bocciata e oggi, tra l’altro, quella materia la insegno. Lì è nata la necessità di ricostruire come il corpo femminile sta nella società, considerando il corpo come materia — la pelle, le viscere, gli organi — e il modo in cui si relaziona con una società che non per forza lo accetta o lo vuole vedere. Mi ero avvicinata a “Il secondo sesso” di Simone de Beauvoir e avevo già una visione che poi ho coniato con il termine “Female Biophilia”: questo amore per la natura e per tutto ciò che è vivente. Ho proseguito alla Central Saint Martins con il master in Material Futures, dove ho incontrato Carole Collett, pioniera del biodesign, che mi ha fatto capire l’intelligenza della materia come “matter of care”: una materia che ha una sua intelligenza, una coscienza e sa dove andare. Da lì ho iniziato a crescere cellulose batteriche, come la Kombucha, e a farle diventare conduttive, cercando di creare una seconda pelle. Ero arrivata a crescere 60 litri di cellulosa batterica e una body suit contaminata con carbone attivo. Quello che mi interessava era capire se la wearable technology potesse davvero arrivare a essere indossata: perché ancora non indossiamo mutande intelligenti o magliette intelligenti.

Molti dei temi che affronti rappresentano ancora dei tabù, sia per l’argomento in sé, come la salute intima, sia per lo strumento, la tecnologia a contatto con il corpo. Che tipo di resistenza incontri?
Abbiamo affrontato il tema con ALMA Futura, lo studio che ho co-fondato con Isabel Farina, antropologa medica. È difficile, soprattutto perché qui, scienza, tecnologia, design e antropologia si intrecciano all’ambito dei diritti riproduttivi, dell’intimità femminile e dei corpi marginalizzati. Una parte fondamentale di ALMA Futura è la metodologia di co-progettazione dei laboratori, che sperimentiamo dal 2019 in contesti molto diversi: Brasile, Malesia, Thailandia, poi Europa. Quello che abbiamo capito è che il tabù è ovunque, ma si manifesta in modi diversi, a seconda delle culture, delle religioni e del modo in cui ci si prende cura del proprio corpo.

Come avete lavorato dunque?
All’inizio attraverso i laboratori percepivamo una paura nei confronti della tecnologia. Oggi è diventata molto più familiare: la maggior parte delle persone ha uno smartwatch, il cugino più vicino alla wearable technology. Eppure, non abbiamo ancora una tecnologia realmente indossabile, lavabile e utilizzabile quotidianamente. La resistenza riguarda quindi entrambe le cose: la tecnologia a contatto con il corpo e ciò che attraverso quella tecnologia siamo chiamati a conoscere di noi stessi. Se ho un problema al cuore, posso accettare un pacemaker perché mi salva la vita; quando invece la tecnologia entra nella sfera dell’intimità, il rapporto cambia. La tecnologia ci vede poi quasi sempre dall’alto, ecco perché con ALMA Futura cerchiamo di hackerarla, per arrivare dal basso e capirla e ricostruirla. Lo stesso vale per i condizionamenti legati al corpo, che ci arrivano dalla società patriarcale.

Cosa significa, concretamente, fare ricerca su un tema come la salute femminile in un ambiente che per larga parte non lo è o non lo è stato?
Posso contestualizzare il contesto italiano, perché sono tornata da tre anni e con ALMA Futura stiamo trovando tantissime difficoltà. I nostri temi — parlare di aborto libero, sicuro, accessibile, di infezioni vaginali, di autoesplorazione ginecologica — non sono facili da portare nell’Italia di oggi. I laboratori di ALMA Futura, in Italia, ci rendiamo conto, trovano spazio soprattutto in luoghi occupati e autogestiti, nati dal basso, e non nelle istituzioni. Eppure, veniamo chiamate dalla Sicilia alla Val Susa, ma sappiamo che non possiamo ancora accedere ad un museo o a un’università. Mentre in Spagna, in Germania, in Olanda le stesse collettività possono entrare anche negli spazi istituzionali e artistici di ricerca. Visto che ho l’opportunità di portare questi temi anche attraverso l’insegnamento, mi piace farlo con un atteggiamento orizzontale ma critico del design, che secondo me non è più soltanto la sedia. Mi piace muovere gli elementi, non per forza per cambiarli, ma per spingere a ragionare oltre. Il design ha una responsabilità enorme: creiamo, progettiamo, abbiamo un potere enorme, ma se non sappiamo usarlo è inutile. Quest’anno insegnerò materiali per la moda e vorrei trattarli nello stesso modo. La moda crea uno stile e una visione, lavorando sempre sul futuro: si lancia la moda dell’anno prossimo. Per questo può essere il veicolo giusto per mostrare come le cose potrebbero essere.

La biotecnologia e design indossabile rappresentano un territorio che la moda mainstream ha sfiorato in casi isolati, ma non ha ancora integrato. Come è cambiato l’utilizzo da quando hai iniziato a oggi?
Ci sono aziende che hanno investito nell’innovazione dei materiali, dalle fibre ottenute dagli scarti organici al micelio, ma sono ancora soprattutto start-up e realtà sperimentali. Il problema è che questi materiali non hanno ancora la stabilità, la riproducibilità e la facilità di lavorazione di quelli tradizionali. Il poliestere, per esempio, ha moltissimi problemi, ma continua a essere uno dei materiali più utilizzati perché costa meno ed è più semplice da produrre e lavorare. Quindi mi chiedo: chi ha oggi la possibilità di comprare un materiale innovativo? Da una parte c’è il fast fashion, con la logica del risparmio; dall’altra l’alta moda, che può essere un luogo di ricerca e visione, ma resta spesso irraggiungibile. Credo però sia importante che qualcuno inizi a farle vedere e a testarle. Nel mio insegnamento cerco di portare la stessa ricerca attraverso pratiche come il do it yourself, che permettono di toccare con mano ciò che un giorno potremmo comprare. Forse il cambiamento può iniziare proprio dal piccolo.

Cosa ha significato per te vedere un progetto nato da una ricerca su un tabù trovare spazio in un museo?
Io sono stata bocciata con quel progetto che due anni dopo ha vinto il Grand Prize S+T+ARTS della Commissione Europea con un premio di 20.000 euro, ed è entrato nella collezione permanente del MAK di Vienna. È la potenza del suo linguaggio comunicativo: è un oggetto di design che ci permette di avvicinarci a mondi come il biohacking, le infezioni vaginali, il corpo marginalizzato. È una donna che entra nell’ambito delle biotecnologie e se ne riappropria. Un oggetto che, così com’è, in vetro, non potrebbe mai essere utilizzato: non è sterile, non è pronto. Ma proprio questa sua forma, questa estetica, gli dà una forza comunicativa. Dice che invece potrebbe esistere, che potremmo anche esporlo sul comodino e mostrarlo, perché non c’è nulla di cui vergognarsi: è il microbiota che cresce, che fa parte di me e con cui io stessa mi contamino e collaboro. Future Flora si chiama infatti “Celebrating Female Biophilia”: è una celebrazione dell’amore per tutto ciò che è vivente, per la materia. Ha una carica profondamente femminista e politica, anche se questa consapevolezza è arrivata per me più tardi. Il fatto che quell’oggetto non possa esistere come dispositivo d’uso, ma esista in un museo come simbolo, è esattamente ciò che doveva essere.

A che punto è la tua ricerca oggi?
Oggi la cosa più importante è che ALMA Futura, nata anche dal progetto ALMA è diventata un’associazione a tutti gli effetti. Quello su cui mi sto concentrando è far crescere ALMA come ente, insieme a Isabel, allargare il team e soprattutto portare questa metodologia nel campo dei diritti riproduttivi, dei corpi marginalizzati, dell’intimità e del microbiota vaginale. Abbiamo capito che un eventuale nuovo prodotto legato ai fluidi o all’intimità dovrebbe nascere proprio così: attraverso una metodologia che parte dalle persone e non dalle esigenze del mercato. Il sensore di ALMA è stata la nostra ricerca più lunga, portata avanti per cinque anni. A un certo punto avevamo due possibilità: trasformarla in una start-up e investire nella produzione, oppure scegliere un’altra strada. Abbiamo scelto quest’ultima, perché volevamo guardare ai corpi e affrontare la tecnologia dal basso, invece che scalarla. Questo ci ha portate a lavorare sempre più in spazi autogestiti e con fondi più piccoli, ma anche a sviluppare una ricerca più libera. Oggi stiamo lavorando su temi ancora più urgenti in Italia: abbiamo appena ottenuto un finanziamento SEMIA e avvieremo un progetto con Grassi Diritti sui protocolli medici e sulla prevenzione e salute intima dei corpi grassi, spesso marginalizzati anche nell’ambito sanitario. È questo che oggi mi interessa di più: non tanto arrivare a un prodotto, ma costruire strumenti e conoscenze che possano cambiare il modo in cui ci prendiamo cura dei corpi.

Quali sono i nodi irrisolti quando si progetta un capo che deve anche funzionare come dispositivo elettronico attraverso un bio-tessuto?
La verità è che è ancora una ricerca, ed è una ricerca viva, fatta di tantissimi sbagli, errori, materia che muore o si contamina. Ma anche quando muore, quella materia crea altre domande e altri esperimenti. Quando si lavora con bio-tessuti e tecnologia, infatti, i nodi sono ancora moltissimi: la durata, la possibilità di lavarlo e indossarlo, il modo in cui integrare componenti elettroniche e la fine vita di un capo intelligente. Anche in questo campo sono tanti i colleghi che stanno studiando come dividere un tessuto in base ai materiali di cui è composto, per poterli recuperare e smaltire correttamente ma la verità è che non siamo, ancora, in grado di farlo.

La wearable technology sembra oggi una realtà acquisita, ma quando nasce davvero l’idea di portare la tecnologia sul corpo?
Io faccio risalire questa riflessione agli Anni Ottanta, con Steve Mann. All’MIT il suo pallino era il concetto di sorveglianza: aveva creato un casco enorme con una telecamera, come un terzo occhio, perché diceva che c’erano tutte queste telecamere che sorvegliavano lui, ma lui non poteva sorvegliare loro. Andava in giro per le strade di New York con questa cosa in testa e tutti lo deridevano. Ma se ci pensiamo, vent’anni dopo quella stessa tecnologia è diventata Google Glass e, venticinque anni dopo, i Ray-Ban Meta. Qual è la differenza? È cambiato il modo in cui la tecnologia si è adattata al nostro corpo e alla nostra quotidianità, ma il concetto è lo stesso: sorveglianza, privacy, controllo. Anzi, oggi dovremmo avere ancora più coscienza critica, a livello sociale, di quello a cui andiamo incontro.

Dopo otto anni di ricerca, laboratori e sperimentazioni, cosa vorresti che restasse di questo lavoro?
Vorremmo costruire un archivio vivo, aperto e accessibile, che permetta di vedere e toccare con mano tutto il processo: come le persone percepiscono diversamente la tecnologia, i tabù e i materiali attraverso i laboratori e le ricerche che abbiamo fatto. Spesso questo lavoro lo raccontiamo attraverso documentari, ma non è mai abbastanza. Vorremmo rendere accessibile tutto quello che abbiamo prodotto. Stiamo lavorando proprio a un sito e ad un archivio vivo che possa essere sfogliato ed esplorato.

Qual è il progetto che senti più urgente portare in Italia?
Mi piacerebbe un giorno scrivere e coordinare un master, un biennio, un percorso di scuola che porti in Italia quello che io stessa ho imparato in Inghilterra e in Olanda. Un percorso che parta dall’esplorazione della materia, dalla criticità, dal design critico e speculativo, e che sia sperimentale, orizzontale, biofilico e femminista. È quello che secondo me manca. Nelle scuole di design siamo ancora troppo legati a un’idea di prodotto industriale che appartiene agli Anni Sessanta, mentre il resto del mondo è andato avanti. Io cerco già di insegnare in questo modo, ma con le mie quaranta ore posso solo stimolare, non creare un movimento.

Se guardi ai prossimi vent’anni, non tanto ai singoli progetti quanto a ciò che vorresti lasciare, cosa ti auguri che resti della tua ricerca?
Vent’anni sono così in là, e la tecnologia si muove così velocemente mentre, a livello politico, possiamo anche tornare indietro. Mi auguro che quello che facciamo con ALMA lavori davvero per le generazioni future. Vorrei che tra vent’anni ci fossero tantissime “Alme” e poi penso che alla fine vincerà la natura, la parte più vivente e biofilica del pianeta, su quella umana.

Margherita Cuccia

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Margherita cura per Artribune, TAILOR, la nostra newsletter verticale dedicata al mondo della moda nelle sue intersezioni con l'arte e la cultura. Sul fronte offline cura Artribune Moda, il magazine semestrale dedicato all'arte del vestire e ai suoi linguaggi. È inoltre responsabile dei Progetti Speciali…

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