Muore a 100 anni Calvin Tomkins, il cronista dell’arte americana del Novecento
Paragonato a Vasari per la sua capacità di restituire le storie dei protagonisti dell'arte del secolo scorso, Tomkins ha stilato un vero e proprio canone dell'arte contemporanea
È stato David Remnick, direttore del New Yorker, a riportare la morte (a 100 anni) di un grande autore che per tanti anni ha collaborato con la sua testata: Calvin Tomkins. È il cronista che, con i suoi reportage, riuscì a rendere accessibili a un vasto pubblico le vite e le opere di numerosi artisti di spicco dell’avanguardia americana.
Calvin Tomkins e l’arte
Calvin “Tad” Tomkins è nato il 17 dicembre 1925 e cresciuto in New Jersey, un sobborgo di New York, in una casa piena di opere d’arte. Dedicatosi inizialmente al mondo della letteratura (è del 1951 il suo romanzo Intermission) e quindi al giornalismo, scoprì la sua passione per l’arte mentre lavorava nella redazione esteri di Newsweek nel 1959: gli venne affidato l’incarico di intervistare Marcel Duchamp (all’epoca relativamente sconosciuto) alla vigilia della pubblicazione della prima monografia sulla sua opera. Un incontro folgorante, che ha cambiato per sempre la traiettoria della sua vita e di molte altre, e dato vita a un’amicizia e un dialogo durato decenni.
Chi era Calvin Tomkins
Tomkins è quindi entrato a far parte della redazione del New Yorker nel 1960: per oltre 60 anni ha vissuto ogni cambiamento del mondo dell’arte contemporanea incontrando, (nell’arco di mesi) i suoi soggetti e realizzando leggendari ritratti e reportage. Il primo lungo articolo di Tomkins per la rivista fu un profilo del 1962 dedicato allo scultore cinetico Jean Tinguely: a lui seguirono compositori, coreografi e artisti come John Cage, Robert Rauschenberg, Merce Cunningham e la narrazione di movimeni come la Pop Art, il Minimalismo, la Land Art. L’unico a rifiutarlo fu Cy Twombly.
Tomkins come Vasari
Le sue storie hanno composto un ritratto dell’arte della sua epoca come nessun altro, dando voce a un periodo di grandi cambiamenti estetici e di crescita del mercato dell’arte: mentre l’arte assumeva forme costantemente nuove, nei decenni dopo la Seconda Guerra Mondiale, Tomkins si è sempre sforzato di rendere comprensibili anche le pratiche artistiche più lontane dal pubblico.
Per questa capacità di raccontare è stato paragonato nientemeno che a Giorgio Vasari, il celebre autore delle Vite del XVI Secolo. È stato lo stesso Remnick, il suo direttore, a paragonare i due nell’introduzione a una raccolta di sei volumi dei pezzi dello scrittore, pubblicata nel 2019. Nella prefazione di questa antologia, Tomkins ha scritto un breve ma efficace riassunto del suo sforzo: “Ciò che ho imparato a credere, e che credo tuttora, è che il tipo di ritratto che avevo in mente fosse una collaborazione tra lo scrittore e il soggetto“. E infatti nei suoi profili c’è un’intima familiarità con gli artisti, per i quali essere oggetto di un suo profilo rappresentava un momento cruciale: l’ingresso nel canone dell’arte contemporanea.
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