“Volevo trasformare la demolizione del bar alla Biennale in un’opera d’arte ma me l’hanno impedito”. Intervista a Tobias Rehberger
Solo tre settimane di preavviso per rielaborare lo smantellamento del suo bar-scultura alla Biennale. Tobias Rehberger, Leone d’Oro nel 2009, non contesta la rimozione, ma il modo con cui gliel'hanno comunicata. E si toglie anche un altro po' di sassolini dalla scarpa
Il primo contatto avviene il 12 novembre 2024. La Biennale di Venezia comunica all’artista Tobias Rehberger (Esslingen am Neckar, 1966) che l’opera Was du liebst, bringt dich auch zum Weinen (“Ciò che si ama fa anche piangere”) sarebbe stata smantellata il 1 dicembre dello stesso anno per far posto al progetto di riallestimento degli architetti dello studio Labics, come raccontato da Artribune.
La caffetteria di Tobias Rehberger
L’opera realizzata nel 2009 nella caffetteria ai Giardini, su invito dell’allora direttore artistico Daniel Birnbaum è rimasta, nonostante le aspettative, in vita per 17 anni, funzionando da luogo di accoglienza dei visitatori della manifestazione e negli ultimi anni dimostrava di essere parecchio sofferente e bisognosa di interventi di restauro. Ma secondo l’artista le modalità di confronto potevano essere differenti. Rehberger non contesta la demolizione quanto le tempistiche di comunicazione da parte dell’istituzione veneziana e l’impossibilità di rielaborare, anche con un lavoro artistico, la storia di un progetto che, per volontà della Biennale, stessa ha poi avuto un’esistenza indipendente dalla manifestazione che l’ha generata. Nel farlo l’artista tedesco apre una riflessione culturale ampia su cos’è l’arte pubblica e quale ruolo ha, alle soglie di una Biennale sempre più dibattuta tra presenze, assenze e questioni interne, artistiche e geopolitiche da analizzare. Ne abbiamo parlato con Rehberger in questa intervista.

Intervista a Tobias Rehberger
Che ricordi hai della Biennale in cui hai realizzato quel progetto? Peraltro, è stato l’unico bar al mondo a vincere un Leone d’oro….
È stato un momento molto importante per la mia ricerca. Daniel Birnbaum, direttore della 53. Biennale di Venezia (Fare Mondi//Making Worlds) mi ha contattato nel 2009 per invitarmi a partecipare, proponendomi di intervenire sulla caffetteria. Stavo già lavorando a un progetto simile per conto mio, perché avevo da sempre il desiderio di collocare questi motivi pittorici, accecanti, “dazzle”, in uno spazio che avesse una funzione diversa da quella di semplice luogo espositivo. Avrebbe potuto essere un ufficio, una stazione di servizio o un supermercato. È stata una sorta di coincidenza, quindi, che nel momento in cui stavo lavorando su questo Birnbaum mi ha chiamato per propormi di lavorare su una caffetteria.
È la prima volta che ti sei confrontato con uno spazio simile?
Sì, poi ho realizzato altri progetti simili. Ma Venezia è stato il primo. È stato un progetto molto bello e ovviamente non era previsto che rimanesse lì così a lungo. Ma poi la Biennale ha deciso di tenerlo. Ovviamente io ne sono stato molto contento.
Chi lo ha deciso? Il precedente Presidente (Paolo Baratta, in carica dal 2008 al 2020)?
Non so se lui di preciso, ma sicuramente è stato coinvolto nel processo. So solo che poi dalla Biennale mi hanno chiesto se per me andava bene mantenerlo e naturalmente da parte mia la risposta è stata affermativa.
Quel Leone d’Oro ha significato molto nella tua carriera?
Non so, è difficile dirlo. Come si fa a immaginare cosa sarebbe stata la mia vita d’artista senza questo premio? Non è che abbia cambiato tutto, semplicemente ho continuato a lavorare come al solito. Non ha rappresentato una svolta improvvisa, lavoravo già da tempo. Ma è stato sicuramente, come dicevo, un momento interessante perché ha impresso un cambiamento nella mia pratica e quindi, quando quell’opera, quella scultura, ha vinto il premio le persone hanno cominciato a approfondire il progetto. Anche oggi faccio cose del genere, ho appena avviato due progetti simili quest’anno, uno a Taiwan e uno a Parigi. E in ogni caso negli ultimi 20 anni ho realizzato parecchie sculture di questo tipo. Non nell’estetica, ma nell’idea di trasformare un luogo con funzione diversa in un’opera d’arte.
Quando hai realizzato il progetto, quali erano gli accordi con Biennale?
L’accordo era che spettasse alla Biennale decidere cosa farne e come gestirlo in seguito. Inizialmente non era previsto che rimanesse in vita così a lungo, questo lo ammetto, e legalmente avevano tutto il diritto di rimuoverla quando volevano. Voglio dire, la cosa un po’ strana per me è stata che sono stato informato solo tre settimane prima della rimozione. Sono stato contattato il 12 novembre e la demolizione dell’opera è iniziata il 2 dicembre. La cosa mi ha un po’ spiazzato perché non mi ha dato il tempo di pensare a come procedere.
Certo dopo così tanti anni non era ridotta benissimo…
Vero, ma avevo persino trovato uno sponsor che avrebbe pagato per il restauro della caffetteria. Forse avevano già in mente di demolirla prima o poi, perché, nonostante i fondi ci fossero, non mi hanno permesso di ristrutturarla.
Addirittura?
Sì, è stato un po’ strano, perché anche Mario Cristiani era coinvolto e ha provato a mettersi in contatto con Biennale per chiedere come potevamo procedere per la ristrutturazione, ma abbiamo avuto la percezione che non erano davvero interessati, nonostante avessimo uno sponsor pronto a pagare. Non sarebbe stata la Biennale a pagare la ristrutturazione, ma qualcun altro. E forse nel 2024 mi hanno dato un preavviso così breve per non farmi creare troppi problemi, perché il tempo a disposizione era davvero poco.
Ti dispiaceva vederla così ammalorata?
Hanno fatto delle piccole ristrutturazioni, ma non era tenuta bene. Alcune cose erano veramente danneggiate. Anche lo spazio all’ingresso usato come magazzino è stato gradualmente rovinato da questo tipo di utilizzo. Come dicevo, nonostante lo sponsor, non hanno voluto procedere con la ristrutturazione e quindi non ho potuto farci nulla. Senza l’avvallo della Biennale certamente non potevamo lavorarci per conto nostro!
Qual è stata la tua reazione?
Per me va bene anche se le cose finiscono, non devono esistere per sempre. Però ho chiesto a un mio amico, un fotografo e artista piuttosto conosciuto come Elger Esser di fare qualche foto per ricordarlo e magari farne un progetto, prima della demolizione. E non ce l’hanno permesso per impedire ritardi nei lavori. Ci servivano solo un paio di giorni. A un certo punto ci hanno detto nonostante tutti i nostri tentativi di trovare una soluzione, o nel chiedergli un’altra settimana di tempo, che non potevano permettercelo per rispettare i loro impegni. L’ho trovato un po’ ingiusto, soprattutto perché sono sempre stato di supporto e anche quando è stato necessario fare delle piccole ristrutturazioni ho sempre aiutato. A un certo punto ho avuto come la sensazione che mi stessero dicendo che volevo guadagnarci e trarre vantaggio da questa situazione, magari vendendo le immagini.
E che hai risposto?
Ho risposto “No. La caffetteria è lì da così tanto tempo ed è un progetto così importante per me che vorrei realizzare con Esser un progetto sulla sua scomparsa“. Sono un po’ ferito da tutta questa vicenda. Avremmo potuto fare un altro bel progetto sulla demolizione del padiglione, sul suo valore sentimentale, e tutte queste cose, ma in modo positivo. Non stavo cercando di combattere nessuno né di fare un gran clamore. Penso solo che se me l’avessero permesso sarebbe stato molto bello. Non solo per me ma anche per la Biennale.
Quindi non sei tanto dispiaciuto dallo smantellamento dell’opera, ma da come si sono svolte le cose…
Voglio essere onesto. Sei sempre dispiaciuto quando le cose finiscono, ma sono anche sempre stato consapevole del fatto che non sarebbe durata per sempre, per un motivo o per l’altro. E l’opera è stata li per molti anni. Mi sono detto: “Okay, è arrivato il suo momento, ma fammi fare qualcosa con il fatto che deve finire qui”, capisci? E ci speravo. Ma loro sono stati davvero severi, persino un po’ come se mi stessi approfittando di una situazione.
In effetti detieni il record dell’artista che ha, con quell’opera, partecipato per ben 17 anni alla Biennale. Scherzi a parte, ma in quel bar sono passati un po’ tutti. Tutti hanno delle foto che lo raccontano. Forse si poteva fare una pubblicazione o un progetto…
Certo, tutti hanno delle foto in quel bar. Un sacco di gente mi ha mandato negli anni delle immagini. E questa era la mia idea: creiamo un punto di arrivo, qualcosa che lo racconti ora che deve andare via. E avevamo ottime idee a riguardo con Esser, realizzando delle immagini un po’ sentimentali e giocando con esse, col tempo che scorre, sul lasciare andare le cose…Abbiamo provato a coordinare il tutto entro il 1° dicembre e non è stato possibile. Potevano lasciarci almeno una settimana in più no? Trovo un po’ tutto ingiusto, dopo tutti questi anni.
Cosa pensi dei lavori che hanno interessato il Padiglione?
Ho letto il vostro articolo online che parla del nuovo progetto. Chi ha lavorato al progetto ha sottolineato come gli spazi fossero molto simili a un bunker proponendo l’abbattimento del muro sul retro per collegarlo meglio agli spazi esterni (dove si trova un piccolo corso d’acqua, ndr). Anche io avevo avuto questa idea a quell’epoca, e quindi la trovo buona. Ma mi dissero che non potevo procedere, che sarebbe stato troppo. Ad ogni modo le cose prima o poi devono finire. Ma non in questo modo.
Che cosa ne è di tutte le componenti della caffetteria? Penso agli arredi ad esempio…
Ho insistito perché tutto venisse distrutto, per paura che qualcosa possa riemergere da qualche altra parte tra uno o due anni, o che so, che qualcuno potesse portarsi via dei pezzi. Hanno chiesto di tenere l’insegna al neon esterna per l’archivio e l’ho concesso, ma ho chiesto che tutto il resto fosse distrutto, per ovvie motivazioni.
Perché la caffetteria nel suo intero è l’opera.
Esatto, non è che tra 10 anni spunta fuori qualche sedia da qualche parte…
Quali progetti hai per il futuro? Lavorerai ancora in Italia?
Ma certo, non ho nessun problema con l’Italia. Sto realizzando una nuova scultura a Colle di Val d’Elsa con Associazione Arte Continua e spero di poter fare molte cose in futuro qui. E poi naturalmente ho tanti progetti in giro per il mondo, come questa opera-caffetteria che faremo a Taiwan, e un’altra a Parigi. E mi piacerebbe fare una macelleria che sia una scultura. Insomma, non sto morendo di tristezza per lo smantellamento della mia caffetteria alla Biennale, stai tranquilla (ride).
Santa Nastro
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