Provincia Cosmica. Intervista a Luigi Presicce, l’artista-stregone della Puglia

Negli ultimi anni Luigi Presicce ha costruito una pratica artistica che intreccia pittura, ritualità e relazione con i luoghi. In questa intervista racconta il legame con il Sud, il rapporto con la tradizione e le esperienze nate tra comunità, spazi indipendenti e territori marginali

Un po’ artista, un po’ stregone – ammesso che le due cose siano separabili. Luigi Presicce (Porto Cesareo, 1976) si muove agilmente tra pittura e scultura, ma è il rapporto con i luoghi e con la loro storia che sembra centrale nella sua ricerca. Nonostante passi la maggior parte del tempo a Firenze, l’artista è legato alla Puglia e alla sua città: Porto Cesareo, da cui si è staccato ma da cui non è mai davvero andato via.

Luigi Presicce, Deriso, 2024. Performance, Circo della luna, Chieti. Fotografia Dario Lasagni
Luigi Presicce, Deriso, 2024. Performance, Circo della luna, Chieti. Fotografia Dario Lasagni

Intervista a Luigi Presicce

Sono un artista del mezzogiorno d’Italia; mi piacciono le storie, i fatti raccontati a voce e tutto quello che è in odore di santità”. Parto da questa tua dichiarazione per chiederti: che valore ha per te la parola “tradizione”? Non mi riferisco alla sua concezione universale, ma a quella territoriale, locale; al bagaglio di memorie dei luoghi da cui vieni.
“Solo nella tradizione è il mio amore”, scriveva Pasolini in Scritti corsari. Ho spesso citato questo brano, a volte per intero, non perché ci sia ancora bisogno di nominare Pasolini, ma perché con queste parole si abbraccia tutta una cultura bassa, reietta, di borgata, periferica, con le pezze al culo, ma vera. L’Italia è un Paese che ha vissuto di tradizioni, di miracoli di santi, di ex voto, di favolosi artigiani, ricamatrici, ceramisti, di pesca in alto mare, di agricoltura assoggettata a Dio, di preghiera e riti magico-propiziatori, dell’eleganza dei contadini, dell’umiltà dei semplici, di conservazione dei beni, materiali e immateriali, delle processioni, delle madonne, di bisogno di appartenenza alla comunità, di protezione familiare, di gesti semplici tramandati, del benessere povero dei nostri nonni, di sangue buttato per portare il piatto a tavola, di educazione e di rispetto, di pasti condivisi, di tavole apparecchiate, di senso della bellezza, di cieli puliti e sguardi che si perdono all’orizzonte. La tradizione è saper discernere tra quello che siamo davvero e quello che le multinazionali vogliono farci diventare: dei consumatori, “produci, consuma, crepa”.  Ora tutto quello che si considera tradizione è solo merce da dare in pasto al turismo: gente che fa la scimmia fuori di casa, prodotti tipici confezionati da grandi catene, calamite tremende da mettere sul frigo. 

Sei nato in provincia di Lecce, e in queste zone hai vissuto a lungo, compiendo qui gli studi in Accademia. La provenienza geografica può essere un fattore di limite (o un’agevolazione) nella carriera di un artista?
Sono nato a Porto Cesareo, non era scontato che diventassi artista; era più semplice imbarcarmi sulla paranza di mio padre e passare tutte le notti al gelo, o rilevare il negozio di fiori di mia madre e aspettare la morte o il compleanno di qualcuno per vendere delle composizioni floreali. Non era previsto che facessi l’artista. “È successo”, come dice Lindo Ferretti. 
In realtà non ho compiuto studi accademici. Dopo il liceo artistico (intrapreso non senza ostacoli da parte dei miei genitori) andai a Milano, a Brera, ma non superai il test d’ingresso. Con la leva militare alle porte, per evitarla mi iscrissi al corso integrativo serale del liceo artistico e subito dopo entrai all’Accademia di Lecce. Frequentai con piacere i primi due anni, poi iniziai a viaggiare – cercavo una galleria che si occupasse di me – e smisi quasi del tutto di seguire le lezioni. Nell’aprile del 1999 mi trasferii definitivamente a Milano senza conseguire il diploma.

E poi?
Ho abitato a Milano per circa tredici anni (ho tenuto lo studio fino al 2014). All’inizio era spassoso, sebbene non conoscessi nessuno e dovetti svolgere per un anno l’obiezione di coscienza sulle ambulanze della Croce Rossa. Molto formativo ma poco divertente, se si considera il numero di chiamate al 118 in quella città.
La cosa più significativa che ho fatto a Milano, oltre a svolgere la mia attività di artista, è stata creare dal nulla il primo spazio di progetto della città: Brown Project Space, una realtà gestita da artisti che esponevano altri artisti. Con Luca Francesconi e Valentina Suma (era il 2008), facemmo nascere la scena indipendente milanese che fino a quel momento era completamente assente. Milano, la grande capitale dell’arte, aspettava il figlio di un pescatore per concepire tutto questo?
Sono stati anni molto belli e intensi. Abbiamo ricevuto molto affetto dalla città, anche dalla gente semplice, il giornalaio, la lattaia, i vicini, facendo crescere la nostra credibilità nel quartiere solo grazie alla qualità delle mostre presentate e alla disponibilità che abbiamo sempre avuto nell’accogliere il pubblico. 
Le nostre esposizioni ospitavano artisti già noti, ma anche tanti sconosciuti. Ricordo Enrico Bay, Pietro Roccasalva, Yuri Ancarani, Nico Vascellari, Francesco Arena, Davide Savorani, Andrea Kvas, Sara Ciracì, Inverno muto, Giorgio Andreatta Calò, Jacopo Miliani, Joan Jonas (che venne alla mostra), i Gelitin, Nicola Martini, Thimoty Hull e molti naif (prima della famosa Biennale di Gioni del 2013). L’ultima mostra fu una retrospettiva di inediti di Alik Cavaliere, un artista gigante.
Mi ritrasferii a Lecce per circa un anno, era l’epoca di ArchiviAzioni (esercizi di indagine e discussione sul sud contemporaneo) con Giusy Checola. Poi quasi per caso, dopo aver vinto la seconda edizione del premio Talenti Emergenti della Strozzina (Palazzo Strozzi) nel 2011, e aver conosciuto in quell’occasione la madre di mio figlio, mi trasferii a Firenze.
Non sarebbe comunque “successo” niente di tutto ciò se non fossi stato un bambino prodigio: disegnavo d’incanto già a quattro anni, mentre tutti gli altri bambini scarabocchiavano.

Arte e geografia secondo Luigi Presicce

In questo tuo racconto nord e sud si avvicendano. Allora ti chiedo: essere un artista che viene da Milano, o essere un artista di Lecce, implica delle differenze agli occhi del sistema dell’arte?
Se nasci a Milano hai i cinema, i teatri, le librerie, i concerti, tutti gli sport che vuoi, le scuole, le gallerie, i musei e il rischio di incontrare per strada persone intelligenti. Se nasci a Milano e rimani un cretino è perché hai scelto di essere un cretino, non ti è “successo”. Differentemente, se nasci in posti dove tutto questo non c’è e te lo devi andare a cercare, viaggiando, impegnando tutte le risorse e sacrificando il tuo tempo, allora vuol dire che quelle cose le vuoi davvero, vuoi leggere libri, trovare cataloghi, andare al cinema, a teatro, ai concerti, alle mostre, non ti basta essere una persona qualunque piazzata di fronte al televisore. Si sta comunque parlando di tempi senza Internet, non era tutto così raggiungibile. E comunque a Milano di cretini ce ne sono tanti, questo è un dato di fatto, pura statistica.
Tornando alla domanda, no, non credo che essere di Milano o di Lecce cambi qualcosa agli occhi del sistema dell’arte, ammesso che esista. In Italia siamo tutti sulla stessa barca. Il guaio è che anche i topi sono già scappati da un pezzo (e questa è solo una metafora marinara).

Abbandonare dei territori culturalmente sfavorevoli è una necessità? Quanto conta il tema della partenza nella ricerca di un artista?
Non si può fare altro se nasci in provincia: partire o morire. L’Italia per intero però è un posto sfavorevole, non solo la provincia; per questo dal 2017 al 2019 sono stato quasi sempre a New York. In Italia noi artisti paghiamo solo tasse per vendite che lo Stato presume si faranno, ma poi questo non avviene, perché non siamo aziende.

E cosa siamo?
Siamo poeti, ma siamo messi in ginocchio da quel sistema che non c’è, che non fa girare le cose e si compiace nella sua stessa ridondanza. Gli artisti passano da emergenti a vecchi senza mai essere riconosciuti. Almeno in America ti vedi delle belle mostre e la gente è rilassata (ora forse un pò meno, in attesa che qualche proiettile vada a segno, invece di scalfire solo orecchi).

Le attività di Presicce a Porto Cesareo (e non solo)

Dalla Puglia sei andato via, ma non l’hai mai davvero abbandonata. Uno dei tuoi ultimi progetti è Thalassa Gallery, la prima galleria di arte contemporanea a Porto Cesareo, che dirigi insieme a Salvatore Baldi. Con quali presupposti è nato lo spazio?
Non mi piace la parola progetto, non sono un architetto, le mie idee non devono stare in piedi. Fatta questa premessa, Thalassa Gallery è uno spazio rubato al servilismo turistico. Mi spiego meglio: lo spazio poteva essere impiegato per quello che tutti fanno nei posti dove il turismo di massa dilaga, ossia esercizi commerciali dove dar da bere agli assetati o dar da mangiare agli affamati. La famiglia Baldi ha deciso, controcorrente, di investire non in speculazione spiana-territori, ma in bellezza, affidandomi la completa gestione della programmazione della galleria. Decido gli artisti, come esporli e scrivo i testi. Salvatore (la nostra amicizia è longeva, risale a quando frequentavamo l’asilo) e la sua famiglia, compresa di genitori e famiglia di suo fratello Andrea, si occupano di prendersi cura degli artisti che invito, ospitandoli e coccolandoli nei locali adibiti a B&B adiacenti la galleria (Thalassa Suit). Al momento abbiamo realizzato due mostre, di cui l’ultima, Calabriselle, in inverno.
Non è per niente facile avvezzare la gente di un posto di mare in provincia a visitare una mostra, soprattutto quando tutti sono completamente digiuni di arte e questo avviene pure fuori stagione. Invece pare che le proposte, prima Thomas Berra con Edoardo De Candia e Agnese Guido, poi Anna Capolupo, Martina Bruni, Grazia Amelia Bellitta e Carmine Pirrotta, siano davvero state gradite dai locali. La galleria non ha scopi commerciali, per cui tutti gli sforzi fatti fino a ora sono buchi nell’acqua; buchi che però stanno lasciando un segno nella comunità di Porto Cesareo. Thalassa Gallery seguiterà ad avere una programmazione di tre mostre l’anno; la terza mostra è già in cantiere e pian piano si andrà a demarcare sempre più la linea guida che ci spinge ad affrontare questa ennesima sfida, per niente facile.

Non facile ma neanche vana, si spera…
Al momento sono a Castrignano Dei Greci, dove sono in residenza presso Kora Contemporary Art Center, uno spazio che nella provincia più sperduta cerca di fare delle proposte culturali di altissimo livello, anche avendo un territorio ostico intorno. Non è semplice prendersi un impegno così dispendioso con una comunità che starebbe bene anche senza arte. In fondo, qui, tutti ne hanno fatto a meno fino ad ora, per cui, battere la lingua dove il dente neanche duole è davvero un’impresa titanica. Il rischio è di diventare dei nuovi Sisifo. Tenta che ti ritenta, però, sto macigno dell’indifferenza volerà giù dall’altra parte della montagna.

Polka Puttana, Abetone, 2021. Fotografia Chiara Camellina
Polka Puttana, Abetone, 2021. Fotografia Chiara Camellina

Le attività con territorio e comunità

Andando indietro nel tempo, anche la Fondazione Lac o Le Mon (nata nel 2015 a San Cesario di Lecce) aveva l’ambizione di creare uno spazio laboratoriale dedicato a ricerca, pratica, confronto. Guardando al tuo percorso, lavorare con i territori e con le comunità è una costante.
La Fondazione Lac o le Mon è una sorta di Torre di Babele nel deserto. Attiva da oltre dieci anni, ha accolto centinaia di artisti, pensatori e poeti da tutto il mondo, ma la Casa Cafausica (dal nome del gruppo Lu Cafausu) rimane per certi versi ancora sconosciuta alla comunità locale. L’isolamento strategico dato dalla sua collocazione e le fitte attività in tutto il periodo estivo, portano la fondazione a vivere di uno splendore che si manifesta per lo più all’interno delle sue mura. Ci sono pochi eventi pubblici, sono assenti i momenti condivisi; ma l’armonia che quel luogo genera è micidiale. Il Simposio di Pittura, per esempio, che curo da sette edizioni, è un momento atteso da molti. Invito pittori di varie generazioni ai quali chiedo solamente di occuparsi della casa e degli altri ospiti durante tutto il periodo, che varia da due a tre settimane. A nessuno è chiesto di dipingere o disegnare, eppure tra le attività quotidiane nascono quasi sempre ritratti e quadri.
La pittura è una disciplina aggregativa, come dimostra la longevità della Scuola di Santa Rosa, inventata con Francesco Lauretta nei bar di Firenze: tutti i martedì, da ormai otto anni, ci si incontra sui tavolini dei bar, si capisce che lo stare insieme genera non sempre competizione, ma svago e voglia di mettersi in gioco attraverso le proprie abilità – che possono essere anche semplicemente bere o fumare. 
Altre attività che mi fanno stare bene sono Polka Puttana, progetto espositivo itinerante nato con Matteo Coluccia e poi ampliato ad altri artisti, che porta mostre in luoghi improbabili – da un traghetto sul Tirreno all’Abetone innevato, fino a un’area di sosta autostradale – e la Nuova Scuola di Scilla, realizzata con Anna Capolupo e la famiglia Toma, che riprende lo spirito della storica Scuola di Scilla del 1949. In una casa affacciata sulla Costa Viola si condividono tempi e rituali del mare, tra mito, quotidianità e una forma di apprendimento collettivo.
Non ci sarebbe nato mai nulla di tutto questo se avessi pensato esclusivamente ai miei interessi, come fa la maggior parte degli artisti pieni di ego o concentrati a far curriculum (io non lo aggiorno più da anni, mi sono stufato, per non parlare della rassegna stampa con la quale ci incarto le ceramiche).

A cosa dai valore, dunque?
La mia necessità è differente, si tratta di condividere, di spartirsi le cose che si hanno, come tempo, spazio e quella beatitudine che si acquisisce solo con lo stare insieme, anche solo a non fare nulla. Tanto, chi si occuperà di noi e di quello che abbiamo fatto, forse ancora deve nascere.

Alex Urso

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Alex Urso

Alex Urso

Artista e curatore. Diplomato in Pittura (Accademia di Belle Arti di Brera). Laureato in Lettere Moderne (Università di Macerata, Università di Bologna). Corsi di perfezionamento in Arts and Heritage Management (Università Bocconi) e Arts and Culture Strategy (Università della Pennsylvania).…

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