Un artista a Bologna stende lenzuola nel salone di un palazzo nobiliare. Il curatore ci spiega perché
Dopo ArteFiera, Simone Menegoi racconta il suo ritorno alla curatela come direttore artistico di Banca di Bologna e la scelta di farlo con la personale di Francisco Tropa che, per l’occasione riconfigura il salone di Palazzo de’ Toschi con un’installazione inedita e audace
Con una grande distesa di lenzuola stese ad asciugare, sembra quasi di essere in un locale di servizio, una sorta di sottotetto, più che nello storico Palazzo De’ Toschi; tanto che la reazione istintiva e pressoché involontaria, è quella di voltarsi un secondo indietro per verificare di essere nel posto giusto, ovvero la Sala Convegni di Banca di Bologna che, dal 2015, si è aperta, con la direzione di Simone Menegoi, all’arte contemporanea. Ed è proprio lui che, dopo sette anni alla direzione di ArteFiera, è ritornato ad assumerne la direzione artistica, con un reciproco e ben orchestrato passaggio di consegne con Davide Ferri che, viceversa, è andato a dirigere la Fiera. Un rientro in grande stile con Miss America, prima personale italiana del portoghese Francisco Tropa (Lisbona, 1968), artista noto all’estero ma poco conosciuto nel nostro Paese, che, con due installazioni site specific, di cui la principale totalmente inedita, mette alla prova le capacità percettive dei visitatori. Ma lasciamo che sia lo stesso Menegoi a raccontarci tanto della mostra, quanto del suo nuovo ruolo di curatore.

Intervista a Simone Menegoi
Cominciamo dalla mostra, com’è nata la scelta di Francisco Tropa?
Consapevole delle difficoltà di questo spazio, straordinario ma complesso ho pensato di invitare Francisco Tropa, un artista che conosco da circa 15 anni e con cui ho collaborato all’estero già diverse volte ma ancora poco noto in Italia, se non per due presenze alla Biennale di Venezia, nella mostra internazionale del 2003 e come protagonista del Padiglione Portoghese nel 2011.
Ci vuoi parlare del progetto, costituito esclusivamente da due lavori?
Si è trattato di una scelta molto discussa e ponderata perché, sebbene Francisco fosse poco noto nel nostro Paese, il mio invito era comunque a creare qualcosa di nuovo. E così è stato. Quindi, mentre la Lanterna, il lavoro di apertura, è l’ultimavariazione di un ciclo concepito come prototipo nel 1993 e presentato ufficialmente alla Biennale del 2011; l’installazione Miss America non ha alcun precedente, è il capostipite di un nuovo ciclo di opere; dal momento che lui lavora tipicamente per cicli di opere ed esposizioni, andando, nel tempo, a sviluppare e approfondire la ricerca. Come dimostra il secondo episodio già programmato per fine aprile nella sua galleria a Parigi.
Come definiresti il suo approccio all’arte?
Classico e contemporaneo nello stesso tempo. Classico perché se dovessi definirlo in poche parole, direi che si tratta di un lavoro che continuamente, in modi sempre diversi e avvincenti, torna a riflettere su ciò che chiamiamo arte, a partire dalla scelta dei materiali. Contemporaneo per il suo essere dirompente, ironico, politico.
Ci puoi spiegare meglio?
In questa mostra, ad esempio, è in gioco la nozione di mimesi, dal greco μίμησις, uno dei pilastri dell’estetica occidentale di matrice platonica. Ciò che a prima vista sembra un frammento di realtà, il bucato steso ad asciugare, in effetti è una messa in scena, un’opera d’arte. Effetto amplificato dal trompe l’oeil, nell’accezione greca dell’asàroton, per cui la somiglianza con il dato reale, oltre che visiva è anche per contatto; solo ad un’attenta osservazione emerge che canne di bambù e mollette non sono semplici oggetti ma opere realizzate con uno dei materiali più nobili per la scultura: il bronzo. Anche i cartelli che completano l’installazione non sono semplici ready made ma serigrafie; per cui, ancora una volta, riconfigurando il rapporto tra arte, verità e immaginazione. Tropa eleva la realtà al rango di opera, simulacro, immagine di se stessa.
Qual è l’artista che ha influenzato maggiormente Tropa?
Indubbiamente Duchamp, per la matrice concettuale del suo lavoro che mette in crisi e, contemporaneamente, idealizza la realtà. La mitologia personale di Duchamp ricorre nei richiami fra le opere, nella ricorrenza di determinate tematiche, nella sottile ironia, che, seppur non sempre immediatamente percepibile, è un pilastro del suo lavoro, come in questo caso.
Possiamo approfondire il ruolo dell’ironia?
Certo, si tratta di una componente essenziale della ricerca di Tropa che si esplica su diversi piani semantici; aprendo, a partire dal titolo stesso, anche una dimensione politica del lavoro. Miss America, è una dizione fortemente allusiva, che da una parta richiama la miss, la signora, premiata solo per la sua bellezza ma relegata a mansioni marginali, casalinghe, come il bucato; dall’altra, in quanto verbo, miss evoca una mancanza, forse in questo caso di un’America che non c’è più, quella dei diritti civili, delle lotte per l’uguaglianza e la parità.
A proposito dello stendere il bucato, l’opera vive di una dimensione performativa…
Secondo una pratica consueta per l’artista, l’opera viene attivata 4 volte al giorno da un gruppo di performer che, con gesti molto lenti, aggraziati, coreografici, stendono e ritirano le lenzuola. Un atto che oltre a voler sottolineare che questa non è la realtà ma una sua rappresentazione, offre la possibilità ai visitatori di osservarla nella sua duplice modalità. Completamente spoglia, in cui la scarna struttura si profila quasi come un esile disegno nell’aria e poi arricchita dalle lenzuola che, durante il giorno, proprio come una meridiana, creano suggestivi giochi di luce, instaurando un parallelismo con Lantern with clock mechanism (2025) nella prima sala.
Puoi dirci di più?
Le due installazioni, oltre a condividere una riflessione sul tempo, affrontano lo stesso concetto ribaltandolo. Lantern with clock mechanism, realizzata sempre in occasione della mostra ma appartiene a un ciclo di lavori in cui Tropa riflette sulla percezione e sui meccanismi della visione. Le immagini proiettate sullo schermo innescano un cortocircuito visivo per cui il nostro occhio, assuefatto ai video le percepisce come tali, quindi come riproduzioni della realtà. A ben vedere, invece, le stesse, in quanto ombre, generate da oggetti concreti realizzati dall’artista, sono una manifestazione della realtà e non una sua rappresentazione. Tropa sfida il visitatore sul piano della percezione, creando degli slittamenti tra rappresentazione, imitazione e presentazione della realtà. In altre parole, oggetti, riproduzioni e ombre: mettono in scena un piccolo teatro filosofico dei gradi di realtà, amplificato dal fatto che l’artista non offre scorciatoie o soluzioni, quindi ognuno è chiamato a interpretare i lavori secondo la propria visione e sensibilità.
Simone Menegoi, direttore artistico di Banca di Bologna dopo i 7 anni di ArteFiera
Ora parliamo di te, ci racconti il ritorno a questo ruolo dopo la direzione di ArteFiera?
Certo, con Davide Ferri c’è stato un vero e proprio un passaggio di consegne, ci siamo letteralmente scambiati i ruoli. Personalmente, dopo 7 anni come direttore della fiera sono stato felice di tornare a un’attività curatoriale per così dire “pura”, come direttore artistico di questa realtà. Incarico che avevo già rivestito nel 2015, inaugurando proprio l’attività espositiva della Banca di Bologna. E, sebbene questa mostra segni il mio ritorno come curatore, insieme alla mostra CC di Michael Smith, curata con Tommaso Pasquale a Palazzo Bentivoglio, devo dire che avevo già rotto il ghiaccio a settembre con la mostra Fragmented Subjectivity, organizzata nell’ambito del festival curated by 2025 di Vienna.
Quindi, per quanto il rapporto con il mercato sia interessante lo è più quello con gli artisti?
Nella mia ottica decisamente sì, mi viene più naturale. Sebbene il bilancio come direttore sia stato positivo, almeno stando ai feedback ricevuti, per me è stato un impegno e uno sforzo. L’attività curatoriale mi permette di essere più vicino agli artisti, mentre il direttore di fiera deve dare la precedenza a gallerie e mercato.
In vista della prossima mostra, ci vuoi anticipare tre artisti con cui ti piacerebbe lavorare?
Certo, in linea con la mia ricerca, mi piacerebbe portare in Italia tre artisti middle career, noti all’estero ma ancora poco conosciuti da noi: Kenji Ide, Sophie Thun, Leah Ke Yi.
…e un artista del Novecento con cui ti sarebbe piaciuto lavorare?
Walter Pichler, uno scultore austriaco, nato nel 1936, che è venuto meno nel 2012, quando stavamo iniziando a dialogare.
Data la tua intensa attività all’estero, ci vuoi dire un’istituzione con cui ti interesserebbe collaborare?
Sicuramente la Secessione di Vienna, un’istituzione antica che continua a portare avanti l’attività iniziata nel 1897 da Gustav Klimt, Kolo Moser, Josef e Joseph Maria Olbrich. Luogo straordinario in cui ancora oggi, come alle origini, il programma viene deciso da un comitato di artisti viennesi, per cui è pressoché preclusa a personalità esterne come me.
Per concludere, vuoi consigliare un libro ai lettori?
Volentieri, a parte il catalogo della mostra che uscirà a breve (sorride), sicuramente un libro legato al progetto è “America” di Kafka, autore che negli Stati Uniti non si recò mai…
Ludovica Palmieri
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