Intervista all’architetta e scrittrice palestinese Suad Amiry

L’Associazione Nazionale Centri Storico-Artistici ha conferito per il 2025 il prestigioso Premio Argan all’architetta Suad Amiry per il suo impegno nella tutela e conservazione dell’architettura storica palestinese. L’intervista

A Roma, nella cornice dell’Istituto Centrale per il Restauro, è stato conferito all’architetta, scrittrice e attivista palestinese Suad Amiry (Damasco, 1951) il Premio Argan, per il suo impegno nella custodia dell’architettura storica palestinese. Nota al pubblico italiano prevalentemente come scrittrice – è autrice del celebre romanzo Sharon e mia suocera – Amiry, parallelamente, dal 1981 è docente presso l’Università di Birzeit. Vive a Ramallah dove ha fondato, e dirige, il Riwaq Centre for Architectural Conservation attivo nella salvaguardia del patrimonio storico architettonico palestinese. Oggi, in questa sede, svolgono attività di ricerca prevalentemente giovani architette, come sottolineato dalla stessa Amiry durante la premiazione. Con l’architetta abbiamo parlato dell’importanza della tutela, e sensibilizzazione sul tema, dei beni storico architettonici.

Premio Argan, Roma, 2025. Ph: Edoardo Loliva, ICR
Premio Argan, Roma, 2025. Ph: Edoardo Loliva, ICR

Intervista all’architetta e scrittrice palestinese Suad Amiry

Il Premio Argan di ANCSA celebra non solo il contribuito nel restauro, ma il valore culturale e civile della tutela del patrimonio. Che significato assume per lei ricevere questo riconoscimento?
È stato un onore per me ricevere questo premio, sia per l’importanza che ricopre in Italia e nel mondo, sia per il riconoscimento del nostro lavoro di conservazione. Ma, in questo momento, è ancora più importante, tanto per me quanto per la mia organizzazione Riwaq, perché oggi tutto il patrimonio storico architettonico di Gaza è andato distrutto.

In che modo questo premio dialoga con la sua visione della conservazione in Palestina?
Avvalora la relazione tra Italia e Palestina: in quanto paesi mediterranei, avendo storie molto simili, condividendo patrimoni storico architettonici romani e greci questa relazione tra è sempre esistita. Lavorando in un paese così piccolo come la Palestina, è fondamentale ricevere un riconoscimento simile, sia come incoraggiamento per quello che facciamo, sia per essere visiti, sentiti: per evitare di non essere dimenticati.

Nel suo percorso, la figura dell’architetta si intreccia con quella della ricercatrice, dell’attivista e della narratrice. Queste identità multiple come hanno influenzato la sua idea di architettura?
Tutti noi abbiamo una pluralità di talenti: nella vita ci viene insegnato di attenerci a un ruolo, a un solo talento di essi. Possiamo, e dobbiamo, invece incarnare più aspetti della nostra personalità. Ho sempre percepito i luoghi, la loro fisicità, come, ad esempio, camminando in un centro storico: sono sempre entrata in contatto con la fisicità dei luoghi. Ed è ciò che ho sempre voluto indagare: non solo il luogo come entità razionale e oggettiva, ma anche sentimentale e percettiva. Ho sempre amato raccontare storie, ma soprattutto ascoltarle: è fondamentale ascoltare l’altro, la natura. Esiste un proverbio in arabo “If the worlds are of silver, silence is of gold”: per me, quindi, è importantissimo ascoltare gli altri, anche le persone più semplici, perché c’è sempre saggezza nell’esperienza personale.

All’architetta Suad Amiry il Premio Argan 2025 di ANCSA

Può farci qualche esempio?
Chi vive nei villaggi, conserva la storia della propria famiglia, del proprio paese, della sua terra: sono sempre stata vicina a questa sensibilità. La mia vita, quindi, si è orientata tra questi tre poli: l’essere architetta, ed avere avuto una formazione tale, l’essere una scrittrice, o il raccontare la mia infanzia, e l’ascoltare gli altri. Quest’ultima rimane la più importante: siamo tutti esseri umani, proviamo tutti gli stessi sentimenti. Ed è per questo che scrivo delle persone comuni, non di eroi o figure importanti, proprio perché tutti hanno qualcosa da raccontare: i miei libri parlano della vita quotidiana in Palestina.

Il Riwaq Centre ha costruito negli anni un modello unico di conoscenza e di catalogazione del patrimonio palestinese: quali sono, secondo lei, i risultati più significativi di questa ricerca e quali gli aspetti ancora da esplorare?
Il progetto maggiore e il più importante portato a termine, durato tredici anni e costato quasi un milione di dollari, è stato il National Register of Historic Building. In passato, non essendoci contezza di cosa effettivamente era presente in Palestina, la tutela dei villaggi e delle architetture “minori” era estremamente difficile: non avevamo informazioni sui materiali, sui linguaggi, su nulla. Abbiamo passato anni solo a catalogare cinquecentomila trecentoventi edifici storici, catalogo poi divenuto archivio.

Come avete operato?
Le strumentazioni principali sono stati i sistemi GIS. Grazie a questo archivio siamo poi riusciti a individuare i villaggi con più edifici d’interesse, da tutelare: al momento siamo a quota quattrocentocinquanta villaggi. Ma, sfortunatamente, non avendo le risorse per poter far tutto, siamo stati costretti a salvaguardare solo cinquanta di essi: è nato così un progetto chiamato “Cinquanta Villaggi” che non ha solo lo scopo di ricerca architettonica o estetica, fondamentale per la nostra professione, ma anche l’obiettivo di garantire alla gente comune, che vive in questi siti storici, una quotidianità dignitosa. Queste architetture molto spesso sono prive dei basilari servizi e confort domestici.

È stato l’unico progetto in questa materia?
No. C’è anche il Job Creation through Conservation, che nasce dall’esigenza di fornire lavoro al popolo palestinese. Nel 2000 Sharon, l’ex primo ministro di Israele, decise di non accettare più gli operai palestinesi attivi nel territorio israeliano. Così duecentomila persone hanno perso il lavoro; la maggior parte di loro arrivava da villaggi storici. Abbiamo, quindi, avviato questo progetto, dove non solo trasmettiamo il valore storico architettonico di tali contesti, ma formiamo anche futuri lavoratori, insegnando loro mestieri collegati alla conservazione architettonica.

Quali risultati avete ottenuto?
In questo modo è cambiato la concezione del restauro: abbiamo dimostrato come il restauro non sia solo un progetto costoso, attuabile solo con dei fondi cospicui, ma realizzabile anche in situazioni di precarietà economica, per rendere migliorare la vita quotidiana.

Il lavoro di Suad Amiry in difesa del patrimonio architettonico palestinese

Gran parte della sua ricerca riguarda il patrimonio cosiddetto “minore”: edifici vernacolari, tessuti rurali, architetture quotidiane. Quali qualità rendono questi luoghi fondamentali per comprendere la storia costruttiva e culturale di un territorio?
In Palestina esistono tre modi di vivere: i primi, i beduini, nomadi, che praticano prevalentemente agricoltura; i secondi, i contadini stabili nei monti della Cisgiordania, coltivano tè, olivi, e colture varie; i terzi sono gli abitanti dei villaggi, estremamente in contatto con la dimensione storica. Presenze greche, bizantine, ottomane, musulmane, sono individuabili in molte delle grandi città come Gerusalemme, Nablus, Jaffa, Cairo, Damasco; ma i piccoli villaggi, conservano ancora vergini queste stratificazioni, diventando così dei validissimi casi studio. Per le mie ricerche ciò è stato utilissimo, anche per analizzare il rapporto atavico di chi vive questi posti.

Ovvero?
Ho indagato la gerarchizzazione dello spazio urbano. Entrando nei villaggi ci si accorge che la maggior parte degli spazi sono destinati agli uomini, gli altri spazi per le donne. A un occhio esterno tale gerarchia non è ben visibile. Ho sempre trovato interessante come, nei villaggi, gli abitanti vedano e suddividano lo spazio: infatti, la mia tesi di dottorato aveva un taglio più antropologico che architettonico. Per noi architetti è fondamentale andare oltre al costruito, e analizzare l’architettura con una lente antropologica. Per concludere sì, ritengo fondamentale studiare le relazioni tra il paesaggio e le architetture storiche.

Quali sono, secondo lei, i principali compiti futuri per la conservazione del patrimonio palestinese nei prossimi anni?
La sfida più grande, al momento, è aiutare la gente di Gaza, restituirgli la loro vita, i loro spazi, la loro dignità, essendo stati umiliati. Dobbiamo essere alleati con il Popolo. In Italia, la maggior parte degli italiani sono pro-Palestina: questo perché sono a favore dell’Umanità in senso assoluto. Il Popolo, tutto, ha un valore Umano. Ed è tale valore, conciliante e non divisivo che mi spinge a lavorare con le persone. Ritengo estremamente importante poter parlare in modo chiaro, senza paura, essere alleati della gente comune.

Quale ruolo potrà avere la ricerca architettonica nel ripensare strumenti e metodologie nel campo della tutela e del restauro?
Probabilmente in Palestina non abbiamo ancora fatto sufficiente ricerca sui materiali tradizionali, sulle tecniche costruttive: un paese come l’Italia, persone come voi, con una preparazione scientifica sul tema di tale livello, sarebbero un contributo notevolissimo per le realtà come Gaza. Credo nei rapporti tra Italia e Palestina: siamo uniti dall’essere mediterranei, dall’avere secoli e secoli di storia nelle nostre vene, dall’avere una quotidianità estremamente simile, sensibilità simili, motivo per il quale adoro l’Italia, come anche sono legata alla Grecia perché, anch’essa, ha una storia sovrapponibile. È esistita una lingua mediterranea parlata da tutti i commercianti, una lingua franca chiamata Sabir in parte araba, in parte turca, in parte genovese, in parte veneziana e questo fino a cento anni fa. Io credo che si debba tornare a questo spirito comunitario Umano, avendo valori culturali in comune.

Giovanni Manfolini

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Giovanni Manfolini

Giovanni Manfolini

Giovanni Manfolini è borsista iscritto al XL ciclo del dottorato “Architettura. Teorie e Progetto”, presso l’Università Sapienza di Roma. Si laurea in Scienze dell’Architettura presso l’Università degli Studi di Firenze con tesi in restauro e in Architettura – Restauro presso l’Università…

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