È finalmente il momento dell’arte tessile. Intervista a Paola Anziché
Paola Anziché è la prossima protagonista della rassegna dedicata alle pratiche tessili nell’arte contemporanea, curata da Alberto Fiz per BUILDING. Abbiamo parlato con l’artista per conoscere la sua ricerca e il suo intervento nella galleria milanese
Per filo e per segno. Percorsi di arte tessile in Italia è la rassegna a cura di Alberto Fiz sul tema dell’arte tessile nel contemporaneo. Inaugurata il 15 gennaio 2026 da BUILDING Box a Milano, ha una programmazione autonoma rispetto alla Gallery, e si sviluppa nelle vetrine che si affacciano su via Monte di Pietà. Uno spazio sempre fruibile, di notte e di giorno, in cui le opere si susseguono secondo un fil rouge temporale. Il progetto espositivo di arte tessile che lo abita ha durata annuale, si articola nel corso del 2026 in dodici appuntamenti mensili e individuali con dodici artisti italiani di generazioni diverse. Un nuovo contributo alla riflessione sull’arte tessile e su come l’ultimo decennio sia stato caratterizzato da una sempre maggior attenzione nei confronti di questa materia che si afferma come uno dei linguaggi più vitali della contemporaneità, tanto nella ricerca artistica, quanto a innovazione tecnologica e recupero delle materie naturali e dei loro, sempre più preziosi scarti.
Gli artisti chiamati da BUILDING Box a Milano
Le opere spazieranno nell’immenso e labirintico mondo del tessile, trasformate dal gesto del proprio artista o collettivo, in forma di arazzi, abiti, installazioni, sculture e lavori site-specific, molti dei quali inediti. Tra i primi artisti invitati figurano il collettivo Numero Cromatico (Roma, 2011), attualmente in esposizione, a cui si susseguiranno Paola Anziché (Milano,1975) e Maurizio Donzelli (Brescia, 1958). Il prossimo appuntamento, con l’artista Paola Anziché presenta l’installazione Imparando dalle Forme (2019–2025), che sarà fruibile nelle vetrine di BUILDING Box a partire dal 13 febbraio 2026. L’artista esplora la relazione tra la pratica e la trasmissione delle tecniche tradizionali di tessitura e la biodiversità attraverso l’uso di fibre naturali. Ne emergerà un ambiente di respiro architettonico ma allo stesso tempo intimo, tra elementi circolari, organici e fluttuanti, le cui forme sono ispirate all’ architettura di una moschea lungo la Via della Seta osservata e analizzata dall’artista. In vista di questa esposizione, abbiamo intervistato l’artista per approfondire le sue ispirazioni, il suo rapporto e le sue riflessioni circa il linguaggio tessile nella sua pratica artistica.

Intervista a Paola Anziché
Come nasce il suo rapporto con il tessile? E come è diventato medium fondamentale della sua pratica artistica?
Dopo gli anni delle Accademie, e avendo sperimentato diverse modalità di lavoro, quali il documentario, la fotografia, e varie ricerche plastiche, l’intreccio è entrato nella mia pratica attraverso la lettura delle teorie di Gottfried Semper sulle origini tessili dell’architettura, secondo cui il costruire nasce dalla tessitura: una costruzione vegetale, fatta di intrecci. Questo pensiero è entrato in modo fluido nel mio lavoro. Non lavoro esclusivamente con il tessile, ma con ceramica, fibre vegetali e installazione, attraversando materiali e tecniche senza gerarchie. La pittura è tradizionalmente realizzata su tela; tuttavia, il supporto raramente diventa elemento centrale del discorso critico. Per quale motivo, allora, nel caso della scultura il materiale o il supporto assumono un ruolo così determinante nella sua classificazione?
Negli ultimi anni l’arte tessile ha riacquisito centralità come linguaggio autonomo e concettuale. Come ha percepito questo interesse, rispetto alla sua esperienza agli esordi della ricerca artistica?
L’arte tessile è sempre esistita ed è sempre stata profondamente concettuale. Più che di una sua recente centralità, parlerei di un cambiamento di prospettive e di sguardo del sistema dell’arte, che oggi sembra finalmente riconoscerne il valore. Come spesso accade, anche questo interesse segue dinamiche cicliche e mode. Questo scarto tra pratica e riconoscimento istituzionale ha accompagnato i miei esordi e ha contribuito a spingermi verso un approccio trasversale ai materiali e alle tecniche, in cui il tessile non è un genere, ma un linguaggio tra altri, capace di veicolare contenuti concettuali complessi e ibridati.
Quali materiali naturali e quali tecniche antiche guidano attualmente le sue scelte artistiche?
Le tecniche, in senso stretto, non guidano la mia ricerca artistica. Il mio lavoro nasce piuttosto dall’osservazione della cultura materiale e dei saperi incorporati nei gesti, nei materiali e nei contesti in cui vengono utilizzati. Utilizzo materiali naturali come fibre vegetali, argilla, lane, cera d’api e residui tessili non per aderire a tecniche tradizionali specifiche, ma per esplorarne le potenzialità trasformative. Le cosiddette tecniche antiche entrano nel mio lavoro come pratiche aperte e adattabili, che emergono dall’incontro diretto con il materiale più che dall’applicazione di un sapere codificato.

Nel contesto di “Per filo e per segno. Percorsi di arte tessile in Italia 2026”, quale prospettiva ha scelto di esplorare attraverso la sua opera e quali temi ha approfondito?
Il lavoro che presento è un’installazione composta da lavori di diversi periodi, dal titolo Imparando dalle forme (2019–2025), misura ambiente, realizzata con fibra di abaca, filo di carta, pelle di sughero, grano intrecciato, rafia intrecciata. Le forme sono ispirate all’architettura di una moschea lungo la Via della Seta: ne ho osservato il movimento concentrico delle cupole e degli spazi vuoti. Da lì ho iniziato a sviluppare questo gesto in forma tessile: prima con la lana, poi negli anni a seguire con altre fibre.
Ci dica di più…
Uno dei libri che più mi ha ispirata è “Architecture Without Architects” di Bernard Rudofsky. L’idea centrale è che l’architettura non nasce solo dagli architetti, ma soprattutto dalle comunità che, nel tempo, hanno imparato a costruire in armonia con l’ambiente e materiali locali, abitudini di vita. Questa “architettura vernacolare” – anonima, spontanea, indigena – è per lui un’enorme riserva di intelligenza pratica, sensibilità al corpo e al paesaggio, spesso più sostenibile e sensata di molta architettura moderna. Nel lavoro per la Vetrina di BUILDING, sono le fibre stesse a guidare la forma: il gesto nasce dal materiale e costruisce un vocabolario fatto di movimenti, intrecci, torsioni. Materiali e scultura si modellano a vicenda.
La sua pratica artistica si configura spesso come collaborativa, questa dimensione di condivisione come influisce nel suo lavoro artistico di oggi?
La dimensione collaborativa entra nel mio lavoro principalmente attraverso workshop aperti al pubblico, come Moving Thread, o in alcune performance che coinvolgono più partecipanti. In questi contesti, la condivisione diventa uno strumento per attivare processi collettivi e trasmettere saperi, mentre la ricerca artistica resta prevalentemente individuale.
Quanto, al contrario, la sua ricerca e il tessuto sono per lei un’esperienza intima?
Il rapporto con il tessuto è per me profondamente personale. Il lavoro nasce da un intreccio di esperienze, letture e riflessioni personali e richiede tempo: la scultura non è mai immediata, ma ha bisogno di sedimentare. Tessuto e testo condividono una stessa origine e anche etimologica, fatta di pensieri intimi che lentamente si traducono in progetto e forma.

Il suo interesse per le tradizioni antiche, i saperi manuali, l’ecologia e la condivisione sembrano avere un legame concettuale profondo. In tutti i casi, si tratta di mantenere viva una memoria?
Sì, si tratta anche di riscoprire e mantenere vive delle memorie, ma non in senso nostalgico. Queste pratiche permettono di comprendere come le società rurali abbiano vissuto in equilibrio con il territorio, attraverso sistemi produttivi locali, sobri e non basati sull’accumulazione. Il mio interesse per i saperi manuali e per l’ecologia è legato a una posizione critica nei confronti dell’industria contemporanea, della produzione su larga scala e della logica dell’usa e getta. I grandi numeri e la globalizzazione hanno generato squilibri ambientali e sociali, lasciando come eredità enormi quantità di rifiuti.
Recentemente, visitando una mostra sulla cesteria tradizionale portoghese a Lisbona, ho riconosciuto come oggetti quotidiani, realizzati interamente a mano, fossero soluzioni intelligenti, sostenibili e profondamente integrate nella vita domestica. Queste pratiche aiutano a ripensare il presente e a immaginare modelli produttivi alternativi. In questo senso, la memoria diventa uno strumento critico e progettuale, in linea con un’idea di decrescita e di responsabilità verso il territorio e l’ambiente.
Anche Lina Bo Bardi rimase profondamente affascinata dagli oggetti di uso quotidiano del Nord-Est del Brasile, che iniziò a raccogliere e a presentare in mostre a partire dagli anni Sessanta. Attraverso utensili domestici, oggetti realizzati con materiali poveri e soluzioni artigianali, Bo Bardi riconosceva una forma di intelligenza progettuale legata alla necessità, al territorio e alla vita collettiva. Per lei questi oggetti non erano folklore, ma espressioni vive di una cultura materiale capace di offrire modelli alternativi di produzione e di relazione con l’ambiente.
Sta lavorando su nuovi progetti che può condividere?
Tra la fine di marzo e aprile comincerò una ricerca a San Paolo in Brasile, in collaborazione con la storica dell’arte e curatrice Giulia Lamoni, che vive e lavora a Lisbona, svilupperemo Arte Heliófita, un progetto realizzato in dialogo con il Museo di Arte Contemporanea.
Al mio rientro, proseguirò una fase di sperimentazione sulla ceramica, realizzando cotture ad alta temperatura a legna approfondendo il rapporto tra materia, tempo e trasformazione.
Margherita Cuccia
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