L’Ambrosiana sorge nel cuore di Milano e deve continuare a pulsare. Una doppia intervista per capire come
Con mezzo milione di visitatori nel 2025, l’istituzione milanese ha chiuso il bilancio in positivo per il terzo anno consecutivo. Il Presidente della Congregazione dei Conservatori e il Segretario Generale della Veneranda Biblioteca Ambrosiana raccontano come hanno raggiunto questi risultati e i desideri per il futuro
In soli quattro anni, l’Ambrosiana di Milano è passata dall’avere 60.000 visitatori annui a circa mezzo milione. Ma non è solo una questione di numeri, bensì di storia e identità meneghine rilanciate in città e nel mondo. La Biblioteca Ambrosiana, infatti, fu aperta al pubblico nel 1609 per volere del cardinale Federico Borromeo che, nelle parole del Segretario Generale Antonello Grimaldi, era “un illuminato per i suoi tempi”. Ed è proprio seguendo le radici e la traccia lasciata da un personaggio di questo calibro che l’Ambrosiana si è rilanciata, cercando di coniugare studio, ricerca e apertura al mondo contemporaneo. Il 2025, oltre che con un bilancio positivo e tante iniziative portate avanti in questo senso, si è chiuso anche con la nomina del nuovo Presidente della Congregazione dei Conservatori della Veneranda Biblioteca Ambrosiana, Andrea Canova, entrato in carica lo scorso ottobre. Lui e Grimaldi ci hanno raccontato la realtà e le speranze dell’istituzione che vivono ogni giorno, uniti dall’interesse per il bene dell’Ambrosiana, ma ognuno con la propria prospettiva: quella del filologo – però “con le mani in pasta”, non solo sui libri – e quella del manager prestato al mondo della cultura.
Intervista ad Andrea Canova
Come il suo profilo di studioso indirizzerà la sua progettualità in veste di Presidente?
Ho un passato come assiduo frequentatore della sala manoscritti dell’Ambrosiana, perché sono un filologo e ho avuto anche qualche sconfinamento nella storia dell’arte. Negli ultimi anni ho assunto anche un ruolo più organizzativo come preside della Facoltà di Lettere all’Università Cattolica e probabilmente l’insieme è stato ritenuto opportuno per darmi questa responsabilità. Credo che il mio percorso di studioso e di docente, in un luogo che ha uno straordinario patrimonio librario e uno straordinario patrimonio artistico, indirizzerà in maniera sostanziale la via che intendo intraprendere, perché vorrei unire la conservazione e lo studio del patrimonio con una facilitazione della frequentazione del patrimonio stesso. La Biblioteca e la Pinacoteca sono due realtà molto diverse, anche se complementari, quindi, bisognerà trovare il modo per favorire lo studio e rendere accessibile il patrimonio, soprattutto della biblioteca, che è quello più articolato e almeno in apparenza distante dal grande pubblico.

In quale modo?
Bisogna attirare gli studiosi e far capire loro che cosa possono trovare qui, ma anche favorire la frequenza da parte del pubblico di non specialisti. La Biblioteca in questo caso è più difficile da comunicare, ma l’obiettivo è unire l’aspetto di approfondimento e di ricerca a un aspetto di divulgazione, più didattico e democratico, in modo che l’Ambrosiana continui a essere – e lo sia sempre di più – il cuore stratificato di Milano. Qui, con le fondamenta, andiamo dall’età romana fino agli artisti contemporanei: è davvero un cuore stratificato e pulsante, vivo, aperto.
Parlando di democratizzazione, c’è un’idea di apertura sociale da parte del mondo della cultura…
Questo è un argomento sul quale ho riflettuto molto, anche prima di assumere questo incarico e a maggior ragione ci ragiono oggi. Non è purtroppo la prima volta che il mondo affronta periodi drammatici, ma noto comunque alcuni fattori allarmanti. Innanzitutto, c’è una polarizzazione degli interessi sul progresso scientifico-tecnologico che non è accompagnata da un’adeguata attenzione complessiva – filosofica, etica e culturale – su quello che sta accadendo. E questo ricorda in maniera sinistra quello che successe tra ‘800 e ‘900, nell’epoca del positivismo, con il mito del progresso: poi, arriva la Prima Guerra Mondiale e subito dopo la Seconda. Quindi, questo è un punto di grande preoccupazione.
In questo senso, qual è il ruolo dell’Ambrosiana nel contesto specifico della città di Milano in un momento così delicato?
Secondo me, istituzioni come l’Ambrosiana – ed è un ruolo che deve essere condiviso anche dalle università – dovrebbero portare avanti una linea che non escluda il progresso, ma lo giustifichi in una visione culturale più ampia, motivata e profonda. Credo che il compito principale di un’istituzione come la nostra sia quello di partire dal suo patrimonio, richiamare l’attenzione sullo studio e sull’acquisizione della verità, oltre che della bellezza. Perché una fruizione esclusivamente estetica dei quadri ci può emozionare, ma non ci porta nulla di nuovo.
Ci faccia qualche esempio…
Nella Biblioteca Ambrosiana si conserva il Virgilio su cui studiava Petrarca, con la miniatura di Simone Martini. Se vediamo la miniatura possiamo dire “Che belle le pecorelle!”, ma fare i conti con Petrarca, con Simone Martini e con Virgilio significa prendere coscienza di un passato che è un passato vivo, un passato da cui si possono capire tante cose che già Virgilio spiegava. E, guardando il mondo, quelle cose non sono cambiate: tante cose dal passato rimbalzano sul presente. Tutto l’epos virgiliano ritorna: la conquista di una terra, la fondazione di un impero, con tutto quello che c’è anche di negativo… Credo che un’istituzione come la nostra, in questo momento, debba richiamare l’attenzione non solo su un presente che scappa, ma capire come siamo arrivati qui grazie a quel che c’è stato prima.
Leggendo le parole con cui ha chiuso il 2025 e aperto il nuovo anno, quando parla di un “vuoto di pensiero e di cuore”, mi è tornato alla mente un articolo del 1962 in cui Giovanni Testori, parlando di Milano, spiega proprio il doppio binario del cuore e del lavoro: le due anime cittadine che possono unirsi in modo fertile o scindersi pericolosamente. All’interno di questi corsi e ricorsi, da Virgilio a Testori fino a oggi, con quali azioni si può colmare il vuoto da lei citato?
Sì, Testori ha descritto la duplicità di Milano, la sua scissione dolorosa. È uno dei più lucidi cantori di questa separazione, dell’indifferenza di una Milano produttiva che non pensa agli ultimi, che non pensa al suo passato o al suo cuore, appunto. E questo è uno dei grandi paradossi di Milano: c’è l’industria che produce, ma è anche la città che ha la più grande Caritas del mondo. Ed è la città che, fin dal ‘500 e in anticipo su tanti altri luoghi, con figure come Federico Borromeo, ha avuto una grande attenzione al bene pubblico. Secondo me, noi abbiamo già quello che ci serve per intervenire, ma dobbiamo rimetterlo in moto. Dobbiamo pensare all’Ambrosiana come a un luogo dove si studia e dove si osserva, ma anche come un luogo dove si trovano degli spazi di ascolto e di confronto.
Quali iniziative verranno attuate per renderla tale?
Una delle cose che voglio far partire – e spero che possa diventare regolare – è un ciclo di incontri con nomi importanti della cultura attuale, non solo milanese, che ragionino sui temi che indicavamo prima. Ad esempio, alla luce della monumentalizzazione e della crisi del passato, fino a che punto siamo disposti a scommettere ancora su Marc Bloch? Fino a che punto siamo disposti a scommettere sul fatto che la conoscenza del passato è per noi la costruzione del futuro? Quel che voglio dire è che c’è il rischio che l’arte, la cultura, la letteratura diventino l’intrattenimento del principe. Qualcuno che se le può permettere, ma gli altri? Forse l’Ambrosiana deve avere un po’ di coraggio e rinunciare a un profitto immediato, anche se è chiaro che alla fine del mese bisogna arrivarci… però dobbiamo essere protagonisti di un dibattito che sia una vera rifondazione del pensiero, un’analisi in profondità di quelle cose che ci stanno scappando di mano.

Parlando di nomi e figure che entrano in Ambrosiana e dialogano con la sua storia, ci racconta il lavoro di Sidival Fila che arriverà in Pinacoteca in primavera?
L’Ambrosiana ormai da qualche tempo, e io ho sposato questa linea, promuove il dialogo tra i capolavori del passato e le opere di artisti contemporanei, come Sidival Fila, che è un frate francescano. Quella del confronto tra opere è una linea che mi piace, ma che trovo anche molto rischiosa, perché non è un meccanismo automatico né di successo né di incremento culturale, e alcuni accostamenti rischiano di essere quantomeno rischiosi, se non discutibili. Il progetto di Sidival Fila mi ha convinto perché unisce due dimensioni essenziali rispetto a un capolavoro assoluto come il cartone di Raffaello. L’opera di Fila non prevede l’accostamento del cartone con un oggetto estrinseco: la sua opera è ricavata da un compagno di viaggio del cartone, ossia il telo che lo avvolgeva quando venne restituito all’Italia dopo il trafugamento dei francesi. Quindi, è il ritorno di un pezzo della storia dell’opera, che è il racconto di una storia traumatica, di sottrazione e di restituzione. Questo è un modo, secondo me, esemplare di come un artista contemporaneo si può misurare con un capolavoro assoluto del passato: senza mettersi in competizione, senza divergere, bensì convergendo rispetto al progetto espositivo.
Intervista ad Antonello Grimaldi
Com’è cambiata l’Ambrosiana in questi anni, da quando è arrivato qui a oggi?
Io sono arrivato il 1°marzo del 2022 e da quel giorno ho iniziato a lavorare applicando tutte le competenze manageriali, di mia conoscenza, accumulate in 30 anni di lavoro. Sono un manager prestato al mondo della cultura, un mondo che conoscevo come cultore, come appassionato. Nei primi tre mesi ho elaborato un piano strategico di rilancio dell’Ambrosiana a 360° all’insegna di parole chiave come “preservare per valorizzare, non solo conservare”. Cos’è cambiato? Parlano i numeri: in soli quattro anni siamo passati da 60.000 a 473.000 visitatori e al terzo bilancio consecutivo in positivo…

Quali azioni concrete ha messo in atto?
Dal restituire alla cittadinanza la Cripta di San Sepolcro, “lo vero mezzo” della Milano romana, all’apertura totale durante l’anno (tranne le chiusure obbligatorie), allo spostamento della chiusura settimanale dal lunedì al mercoledì, al biglietto combinato con il Duomo di Milano e tante altre piccole cose. Elemento dirompente è stato introdurre mostre di arte contemporanea e design come la retrospettiva di Gaetano Pesce, la mostra di Angelo Accardi e la personale di Pietro Terzini che hanno attirato un pubblico più giovane ed eterogeneo. Proseguiremo investendo sulla gratuità delle mostre organizzate nella sala del Foro Romano e sull’accessibilità universale (LIS e podcast), convinti che la sostenibilità di un’istituzione passi necessariamente dalla sua capacità di essere inclusiva. Abbiamo iniziato a partecipare a tutte le iniziative sul territorio: Museo City, Bookcity, Open House…Tutte iniziative cha abbracciano il mondo della cultura in cui, però, l’Ambrosiana era diventata isolazionista – ma senza discussioni sul passato, erano state fatte delle scelte differenti. Un’altra questione riguarda la visibilità esterna: chi passava davanti all’Ambrosiana si chiedeva “Cos’è questo palazzo?”, mentre ora ci sono cartelloni, banner, insegne. Poi abbiamo iniziato a lavorare con le scuole e con i giovani, abbiamo aggiunto le aperture serali a 3 euro. È stato importante collaborare anche con altre realtà: ad esempio, il riallestimento della sala dei Fiamminghi è stato finanziato da Intesa Sanpaolo; con la Fondazione Monte di Lombardia abbiamo in corso un importante restauro. Sono collaborazioni che servono a promuovere l’immagine dell’Ambrosiana.
E quali sono i modi più efficaci per promuoverla?
Da manager prestato alla cultura, sostengo con forza che i musei siano aperti a tutti, la gestione della cultura non deve essere elitaria ed autoreferenziale ma inclusiva. Il mio compito è far entrare persone che non entrerebbero mai in un museo e farle emozionare attraverso uno storytelling che avvicini all’arte. L’Ambrosiana che sogno deve rispondere in modo semplice e immediato a ogni visitatore, qualunque sia la sua preparazione, la sua provenienza, la sua cultura.

Ci sono delle azioni concrete che favoriscono questo avvicinamento?
Per me in un museo inclusivo entrano tutti, compresi gli animali d’affezione… Penso ai pannelli introduttivi in ogni sala, alle didascalie ben illuminate e ai supporti tecnologici e multimediali, che non devono sostituirsi alla visione dell’opera, ma consentire di approfondirne la conoscenza, i dettagli, le storie che ognuna porta in sé. Vorrei aprire una caffetteria, un luogo dove andare a leggere il giornale e che renda l’Ambrosiana sempre più aperta a una serie di attività ed eventi.
In questo senso, dovendo interpretare una storia che è sempre in evoluzione, le mostre di arte contemporanea – che ormai sono parte integrante dell’Attività dell’Ambrosiana – sono un’evoluzione naturale per l’istituzione?
Il cardinale Borromeo, che era un illuminato per i suoi tempi, collezionava le opere dei suoi contemporanei: in questo momento, se il Cardinale fosse vivo, non prenderebbe parte alla vita culturale contemporanea? Alla vita cittadina? Per cui sì, certamente, questa è un’evoluzione naturale.
Vedendo quante iniziative e quanti desideri ci sono per il futuro, credo che l’autocompiacimento per i risultati ottenuti non sia nemmeno lontanamente sul tavolo…
Come diceva Luis Buñuel, “il successo è la fine di ogni illusione”: è effimero, vuol dire che non sogni più. Lo slogan con cui stimolo i miei collaboratori, a cui devo tutti i risultati, perché è un lavoro di squadra, è che si può fare sempre di più e sempre meglio.
Vittoria Caprotti
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