Allo sguardo parallelo, al talento fotografico di Ada Ardessi (1937, Sterna, Istria) sarà dedicata l'esposizione allestita in alcune sale del Centro Pecci, intitolata Zone riflesse. La vita e le opere di Paolo Scheggi nella fotografia di Ada Ardessi. Attraverso decine di fotografie di Ada Ardessi e opere di Scheggi dal 1964 al 1970, questo percorso traspone in memoria la folgorante esperienza artistica e umana di Scheggi e l’esplorazione multidimensionale della sua ricerca.

Informazioni

Comunicato stampa

Il Centro per l'arte contemporanea Luigi Pecci di Prato dedica a Paolo Scheggi (Settignano, Firenze 1940 - Roma 1971) un percorso di accompagnamento alla presentazione al pubblico dell'Intercamera plastica, ambiente monocromatico praticabile che entra per l'occasione nella collezione del Museo d'arte contemporanea della Toscana, grazie alla disponibilità e generosità di Franca e Cosima Scheggi. Realizzato nel 1966-67 e ricostruito nel 2007, questo progetto sperimentale approfondisce le ricerche di integrazione plastica e modulazione inter-spaziale con l'architettura iniziate da Scheggi nei primi anni Sessanta a Milano


Parte dell'esposizione ripercorrerà la collaborazione di Paolo Scheggi con la "sarta intellettuale" di origine fiorentina Germana Marucelli (Settignano, Firenze 1905 - Milano 1983), presentando alcune sue creazioni del 1961 e 1962, abiti dipinti da Scheggi oggi conservati a Milano, insieme a fotografie di Ada Ardessi dell'atelier milanese progettato dallo stesso Scheggi, che documentano l'integrazione plastica fra arte, architettura e moda, così come tra forma, stile, abito e abitazione.

Allo sguardo parallelo, al talento fotografico di Ada Ardessi (1937, Sterna, Istria) sarà dedicata l'esposizione allestita in alcune sale del Centro Pecci, intitolata Zone riflesse. La vita e le opere di Paolo Scheggi nella fotografia di Ada Ardessi. Attraverso decine di fotografie di Ada Ardessi e opere di Scheggi dal 1964 al 1970, questo percorso traspone in memoria la folgorante esperienza artistica e umana di Scheggi e l’esplorazione multidimensionale della sua ricerca. A partire dal titolo, Zone Riflesse. La vita e le opere di Paolo Scheggi nella fotografia di Ada Ardessi la mostra pone l’uno di fronte all’altro la nudità del gesto compositivo e la nettezza fotografica dell’opera nel mondo, citando un ciclo di opere di Scheggi (Zone riflesse 1962-1963) come sinonimo di un rapporto artistico, personale e intimo, tra le due figure, in continuo riflesso.
Anche le conosciute Intersuperfici, sotto l'obiettivo di Ada Ardessi acquistano volumi scultorei e nettezza gravitazionale, convettori che trasformano la pittura volumetrica in superficie architettonica. La scelta che si propone ai visitatori raccoglie immagini emblematiche, in bianco e nero e di medio formato. Gli scatti di Ada Ardessi sono stati selezionati per diventare passaggi visivi, scenari che uniscono tra loro, per associazioni formali ed estetiche, attimi privati e occasioni di incontro di Paolo Scheggi.
L'iter allestitivo, si presenta deciso come un viaggio storico, tra visione e realtà, un passato vivo descritto come un presente dimenticato, una dimensione che oggi ci permette di conoscere e riconoscere l'energia del mondo dell'arte milanese tra gli anni Sessanta e Settanta. Nessuno come Ada Ardessi ha saputo condensare parallelamente, lungo l'arco della propria vita, i brevi anni di intensa attività artistica di Paolo Scheggi, e la sua ricerca strutturale, producendo l’osservazione puntuale e profonda, attenta e originale, sul mondo intorno a loro.
Il bianco e nero mi permetteva di rendere forma e materia allo stato puro, quasi a priori, ricorda Ada Ardessi. Era come se bianchi e neri riuscissero a radiografare i dipinti in profondità, privi, per un attimo, della carica del colore. Per quanto riguardava infatti le sovrapposizioni su più livelli, delle Intersuperfici di Paolo Scheggi, era essenziale che la fotografia trasmettesse i diversi piani, fatti emergere e poi attivati dalla luce. Bisognava precisare un'angolatura corretta, in accordo completo con la sintonia di quei carotaggi geometrici, compiuti al di sotto della superficie della tela. Credo, più di una volta, di aver provato a leggere, mentre fotografavo, non solo la limpidezza di quelle intuizioni, ma anche la semplicità di quel legame con Paolo, di un'amicizia che ci portava a voler vedere e voler comprendere senza chiedere nulla in cambio, senza aver nulla a pretendere. Il patrimonio di immagini e di contenuti di Ada Ardessi è significativo per rievocare un universo di cui oggi se ne è perso ritmo e densità.



Ada Ardessi
Nata a Sterna (Istria) nel 1937. All’età di dieci anni, si trasferisce a Trieste e nel 1958 a Milano, dove vive e lavora. Ada Ardessi si avvicina alla fotografia negli anni Sessanta. Frequenta la scuola dell’Umanitaria e ottiene riconoscimenti che la inducono ad approfondire la sua ricerca nel campo della fotografia d’arte e d’architettura. Dal 1963 inizia ad interessarsi interamente al mondo dell'arte, più in specifico si dedica a ritrarre i percorsi, gli studi e le opere prodotte dagli artisti. Il suo interesse spazia dai protagonisti dell’arte programmata, cinetica e concreta tra i quali: Getulio Alviani, Carlo Belloli, Gianni Colombo, Gillo Dorfles e Paolo Scheggi, fino alle sperimentazioni artistiche e didattiche di Bruno Munari. Sarà proprio con Bruno Munari che l'interesse della fotografa supererà il concetto di documentazione. Le sue fotografie comunque manterranno sempre una doppia valenza: per un verso preziose e spesso unica testimonianza dell'avvenimento e per l'altra vita estetica autonoma. Gli scatti di Ada Ardessi si trasformano in una personale interpretazione delle idee e dei laboratori di Munari che, costituendo un valore aggiunto per l’opera, assumono, a loro volta, un valore artistico. Nel 2007 proprio sul lavoro trentennale con Bruno Munari, il centro per l’arte contemporanea Luigi Pecci di Prato le dedica una personale esponendo “immagini inedite e di straordinaria qualità capaci di restituire una dimensione soprattutto umana dell’artista”. Le sue fotografie fanno parte di numerosi archivi pubblici e privati; è inoltre presente nella collezione permanente dell'MSU (Muzej Suvremene Umjetnosti) Museo d'arte contemporanea di Zagabria e del Centro per l'arte contemporanea Luigi Pecci di Prato.