Valerio Berruti – Il momento in cui i nostri occhi si incontrano

Milano - 22/05/2013 : 14/07/2013

Valerio Berruti non cerca icone legate all’eternità delle idee, ma immagini che come relazioni affettive svelano il radicamento nella profondità della coscienza.

Informazioni

Comunicato stampa

Un legame affettivo quello dell’arte e dell’ombra, quell’ombra che cambia continuamente la propria forma e la propria essenza, e che spostandosi velocemente da un campo teorico all’altro, crea una rete di collegamenti che nascono dalle tracce lasciate dalla sua presenza senza corpo. Un tentativo di superare l’opposizione tra la profondità e la superficie, tra il senso e il linguaggio, tra l’immagine e il sentire. Valerio Berruti non cerca icone legate all’eternità delle idee, ma immagini che come relazioni affettive svelano il radicamento nella profondità della coscienza

Valerio Berruti sembra realizzare le opere come fossero una buona novella, creando ’eventi visivi’ in una catena interminabile di causa ed effetto, come improvvisi squarci. Immagini, essenze, realtà ed irrealtà, storie, leggende, racconti: queste le materie di Valerio Berruti che realizza opere che conducono alla creazione di un mondo, o di una visione di esso, capace di includere un “al di là”, una sospensione, un’elevazione e ciò che prima era nascosto, in ombra, è riportato, in tutta la sua potenza, alla luce.
Davanti alla misteriosa sembianza del ricordo, Berruti sembra riuscire ad ipnotizzare il linguaggio, la sensazione è quella di essere ancora tra le fanciulle e i bambini, al vertice della ricerca poetica, nel mattino di una creazione che riguarda il corpo. Un corpo che si ribella alla sua riduzione ad organismo. Il linguaggio poetico, che è il vero soggetto della produzione del senso, distrugge la regolarità della lingua e rifiuta la sua riduzione a codice. Valerio Berruti sembra attivare con le sue opere dei veri e propri giochi linguistici dell’inconscio, e sembra scegliere il movimento della vita. Berruti sembra vivere l’immagine in un tempo assoluto, agendo una strategia dell’ombra; l’immagine si “muove”, appare e scompare, insegue e rifugge, in una dimensione, altra ed isolata, che permette la visione dell’invisibile. Le ombre, le evanescenze, le tracce, le sagome, le ombre, il riconoscimento di un “al di là” del reale e del contingente, finestre aperte che invitano a sorpassare la soglia dell’immagine e della materia, per entrare nello spazio del concetto, dell’idea, dell’immaginazione, della sospensione del giudizio.
Narra Plinio il Vecchio nel suo trattato naturalistico “Naturalis Historia” (23-79 d.C.), della figlia di un vasaio di Corinto che, innamorata di un giovane che sta per recarsi lontano, traccia su una parete il profilo dell’amato ricalcando la sua ombra proiettata da una lucerna. Il padre ne ricava un modello d’argilla che fa poi seccare e cuocere per “dare corpo” all’immagine del giovane e consolare il dolore della figlia; così è scritto: “(…) il vasaio Butade Sicionio scoprì per primo l’arte di modellare i ritratti in argilla; ciò avveniva a Corinto ed egli dovette la sua invenzione a sua figlia, innamorata di un giovane. Poiché quest’ultimo doveva partire per l’estero, essa tratteggiò con una linea l’ombra del suo volto proiettata sul muro dal lume di una lanterna; su quelle linee il padre impresse l’argilla riproducendone il volto; fattolo seccare con il resto del suo vasellame lo mise a cuocere in forno” (Naturalis Historia, XXXV, 15 e 151). Un mito che sceglie la via dei sentimenti legati a storie di luci di lanterne, di ombre, di riflessi proiettati, di apparenze evanescenti, di sembianze, nel tentativo di scongiurare una scomparsa. Il mito di Plinio attribuisce l’origine dell’arte pittorica e plastica a una relazione interrotta, a una separazione, a una perdita, dunque ad una mancanza, e contemporaneamente ad una forte necessità di presenza. Un essere dell’arte in quanto sparizione e apparizione. Davanti alle opere di Valerio Berruti l’incontro si fa evento, è la scoperta della gioia del divenire contro il peso della necessità imposta dalla storia. Tutto accade perché amato, perché l’evento contamina la vita e la muta radicalmente, “… Ma è possibile, lo sai, amare un’ombra, ombre noi stessi”, scriveva Montale (Xenia, I, 13).
Inseguendo quel sottile e labile confine posto fra visibile e invisibile, fra sogno e realtà, Valerio Berruti crea una dimensione sospesa che diviene corpo dell’opera, diviene un movimento che produce quel senso di sfondamento che proietta lo sguardo al di là della sua stessa immagine, apparizione fantastica, illusione incorporea, una molteplicità di sensi che si accavallano e si complicano a vicenda. L’opera di Berruti diviene così un insieme di saperi e visioni al quale partecipano la storia dell'arte, il cinema e la letteratura, la filosofia e la vita stessa. La prospettiva della fiaba romantica è completamente rovesciata: l'ombra sembra prendere il sopravvento, più potente e stabile del corpo che la produce.
Francesca Alfano Miglietti








Valerio Berruti
Valerio Berruti è nato ad Alba, in Piemonte, nel 1977. Laureato in Critica dell'Arte al DAMS di Torino, vive e lavora a Verduno (Cuneo) in una chiesa sconsacrata. Fin dalle prime esposizioni personali e collettive Berruti crea immagini essenziali, che ripensano i temi degli affetti, della quotidianità e dei legami familiari.
Nel 2003 partecipa a Gemine Muse con un'installazione nel Museo d'Arte Antica di Torino; nel 2004 vince il Premio Celeste nella categoria "artista affermato" e il Premio Pagine Bianche della Regione Piemonte, mentre nel 2005 viene selezionato dall'International Studio and curatorial Program di New York come unico artista italiano; nello stesso anno allestisce la mostra Golgota alla Esso Gallery di Chelsea (New York).
Nel 2006 realizza l'installazione Se ci fosse la luna per Palazzo Bricherasio a Torino che presenta l'anno successivo sulla facciata di Palazzo Re Enzo in piazza Maggiore a Bologna. Nel 2007 partecipa alla mostra collettiva Uniforms and costumes presso l'Herzliya Museum of Contemporary Art in Israele e al 48' October Salon di Belgrado. Tra gli eventi internazionali del 2008 ricordiamo la mostra personale Magnificat alla Keumsan Gallery di Seul, la selezione al Biennial of Young Artists from Europe and Mediterranean, XII edition e la collettiva Detour, presso il Centre Pompidou di Parigi.
Tra le sue mostre personali:
2011
La rivoluzione terrestre, a cura di Andrea Viliani, 
Chiesa di San Domenico, Alba,
Almost Queen, a cura di Andrea Bruciati, 
Galleria Marcorossi artecontemporanea, Milano, Verona. - Too much light not to believe in light, a cura di Zorana Djakovic, 
Formal Military Accademy, Belgrade. - Kizuna, a cura di Kaori Ikeda, Pola Museum Annex, 
Ginza, Tokyo. - 2010 
Una Sola Moltitudine, a cura di Olga Gambari, 
Fondazione Stelline, Milano.