Ultrasky. Alla scoperta del Blu Egizio

Informazioni Evento

Luogo
CITTA' DELLA SCIENZA
Via Coroglio 104, Napoli, Italia
(Clicca qui per la mappa)
Date
Dal al
Vernissage
18/01/2026

ore 9.30-13.00
(necessaria prenotazione, fino ad esaurimento posti).

Generi
arte contemporanea, new media

Un viaggio straordinario nel cuore del blu egizio, tra arte e scienza. “Ultrasky”, una mostra che svela i segreti di questo pigmento millenario attraverso il linguaggio dell’arte contemporanea e le più innovative tecnologie.

Comunicato stampa

Nove artisti, nove poetiche, un solo protagonista: il Blu Egizio. La mostra “Ultrasky. Alla scoperta del Blu Egizio, dalle Arti alle Scienze”, itinerante, è giunta alla sua 5a tappa, si presenta presso la Città della Scienza di Napoli, non come una semplice esposizione collettiva, ma come un vero e proprio laboratorio di sperimentazione artistica interdisciplinare. L’iniziativa invita il pubblico a esplorare le infinite possibilità di un pigmento antico, riportato in vita dalla ricerca scientifica e reinterpretato attraverso linguaggi artistici contemporanei, in un dialogo affascinante tra arte e scienza. Al tempo stesso, si attua in mostra un fecondo confronto tra passato e futuro, materia e concetto, tecnica e innovazione tecnologica, nel caso di specie, applicate alla creatività artistica e dunque, in ultima analisi, riconducibile alla ricerca delle potestà nobilitanti dell’uomo.
Il progetto parte da una premessa tanto semplice quanto ambiziosa: utilizzare il Blu Egizio – un pigmento silicatico di rame e calcio sviluppato nell’Antico Egitto, simbolo di divinità, eternità e cosmologia – come “materiale-test” per indagare i limiti e le potenzialità espressive della creazione artistica odierna. Nella consapevole continuità con il passato remoto, l’universo mondo dell’Antico Egitto e nell’altrettanto consapevole coscienza delle sfide future che lasciano pre-figurare scenari illimitati, ogni creativo coinvolto, dall’artista all’artigiano di lusso, dal designer all’operatore visivo, una costellazione di eccellenza, caratterizzata dalla diversità nell’unità, è stato chiamato a confrontarsi con questo elemento, declinandolo nella propria pratica e generando opere inedite che ne esaltano le proprietà fisiche, chimiche, simboliche e percettive. Il risultato è un percorso espositivo che si configura come una ricerca aperta, un esperimento collettivo sul significato stesso del fare arte e del dialogare con l’arte attraverso le pratiche che più la avvicinano esaltando la creatività individuale, acceso allo scopo di interagire in termini inediti con la contemporaneità, cercando di dare nuove risposte ai quesiti, alle sfide, ai potenziali e alle criticità dell’era contemporanea.
La sperimentazione nelle poetiche degli artisti:
• Viola Alpi è cresciuta a Parma, all’interno di un laboratorio sartoriale unico che si è tradotto in anni indimenticabili e meravigliosamente creativi in una griffe di eccellenza. Nella propria personale ricerca trasforma il fashion design in un campo di ricercata messa a punto di identità paragonabili a transgender, in costante evoluzione a tal segno da determinare la possibilità di un incontro impossibile tra arte e moda. Va applicando il Blu Egizio con ricercata delicatezza e parsimonia a tessuti di archivio per creare capi che, sotto la luce, rivelano identità cangianti. Proprietà e dunque identità, inaspettate. La sua opera è un esperimento sulla trasmissione generazionale del sapere artigianale e sulla capacità del colore di rigenerare un brand storico, il celebre marchio Filippo Alpi, fondendo chimica dei pigmenti e sartoria di eccellenza. Al tempo stesso, fa di quest’ultima, della sartorialità di primissimo ordine ereditata dal lavoro pluridecennale del padre, il fulcro archimedeo su cui far leva per superare lo stato inerziale in cui, oggi, pare essersi immobilizzato l’intero e multanime mondo del fashion. L’obbiettivo, infatti, è quello di sperimentare nuovi tessuti e colori, come il Blu Egizio, nel dar e vita a una linea tesa a recuperare, nobilitandola, l’artigianalità regionale grazie alla quale ri uscire a fare la differenza smarcando i vincoli paralizzanti della globalizzazione, azzardando di concerto un’idea innovativa per delineare l’avvento di una identità sorprendente, un fashion design di ultima generazione.
• Il collettivo CaCO3 che unisce in sé culture e tradizioni, lingue e competenze differenti, manifestando così una propria anima internazionale, ha deliberatamente messo radici in un luogo in cui l’antica arte musiva esercitata nella penisola italiana ha vissuto una rinascita e, alla fine, l’apoteosi nel tempo della storia millenaria, dando la stura, per secoli e secoli, a prodotti straordinari, divisi tra arte e decorazione, sospesi tra realtà e immaginazione, ordinarietà e regalità. Questo prezioso collettivo fa del mosaico – tecnica antica, per sua natura legata a materiali di antico statuto, alla pietra e alla calce (carbonato di calcio, parte per l’appunto della crosta del pianeta Terra) – un terreno di ricerca portata al limite estremo, dando vita a una magnifica sperimentazione ottica e materica. Innovativa e tradizionale, all’unisono. Così come fa d’esso il veicolo di messa a punto di una ricerca tecnica e formale, figurativa e non-figurativa, spaziale e modulare, migrante da una dimensione a un’altra, da uno status a un altro senza soluzione di continuità. I loro enti finiscono per farsi veicoli lucenti dotati di una loro istanza spaziotemporale; enti in cui realtà e astrazione si incontrano contaminandosi e trasfigurandosi reciprocamente, coniugando tradizione e innovazione in termini esclamativi. Le loro opere indagano le relazioni tra formato e serialità o iterazione del singolo modulo in rapporto dialettico con l’ambiente; mettono alla prova il ventaglio felicitante delle infinite relazioni tra luce, colore e singole tessere musive, alterando e rimodellando i parametri tradizionali del linguaggio musivo per creare nuovi enti. Enti in cui si manifestano ritmi appercettivi inediti, effetti visivi contemporanei, in un dialogo diretto con la storia artistica di Ravenna, la Ravenna di oggi, di ieri e di domani.
• Andrea Chidichimo è pittore di antico lignaggio: crea i colori adoperando remote ricette, li applica esercitando processualità che in un caso richiamano sperimentazioni multisecolari, nell’altro caso, piuttosto, sperimentazioni inedite, sospese ai confini della realtà. Lavora concedendosi la facoltà di sperimentare, senza porsi limiti di sorta, le relazioni amorose che possono verificarsi tra i pigmenti, le materie, le forme e quant’altro in relazione dialettica con i temi o i soggetti prescelti; sperimentazioni che si traducono in reiterati testi fino a costituire, nel tempo – tempi ora lunghi e ora brevi, vissuti intensamente all’insegna del fare, un fare che lo chiama a chiudersi nell’atelier dall’alba al tramonto, dal crepuscolo all’aurora –, serie lunghe e brevi di opere, insiemi diseguali, intere galassie di carte e tele dipinte. Nel proprio fare egli conduce, con la dedizione emozionante del visionario e il rigore distaccato dello scienziato, una sperimentazione percettiva e metafisica attraverso la propria personale ricerca pittorica. Utilizzando il Blu Egizio in modo nascosto, sotto strati di pittura a olio, crea opere che si rivelano completamente solo sotto l’esame a luce ultravioletta (VIL). La sua pratica sfida i limiti del visibile, spingendo l’osservatore “oltre l’oltre”, in un’esperienza appercettiva ed estetica che unisce pittura, scienza dell’immagine e filosofia. La sua pittura immaginifica e vibrante, ricca di venti agrodolci e di ombre impalpabili, animata da lumi trascorrenti e da cromie mobili, cela dunque un segreto lucente – un cuore Blu Egizio – e si slancia oltre l’orizzonte contemporaneo, lasciando intravvedere l’immediato futuro.
• Stefano Conticelli sperimenta con materiali naturali e una poetica cosmica l’incontro unico perché mai tentato prima in questi termini tra arte e design. Arte e design assunti tuttavia in termini mai sperimentati prima, perché esistenziali, come testimoni della memoria individuale e collettiva. Il Blu Egizio diventa così veicolo mnemonico-esistenziale, affettivo e sentimentale con cui rivivere l’intera esperienza personale del mondo, alla ricerca di una segreta poesia che decina in favola. È il suo stesso fare un ritorno all’infanzia, un riscatto della propria giovinezza, un ripensamento dell’affermazione della maturità e un recupero sognante della stessa costruzione della propria personale parabola professionale, allo scopo di saper investire sul presente storico risorse insperate. Ogni spettatore catturato da questa magia potrà mettersi in contatto con questo sentimento della vita, con questa affezione per tutto il creato. Potrà riscoprire l’affezione magica insita nella materia e nella forma delle cose, una magica traccia ancestrale all’interno di installazioni che evocano il mare e il cosmo, la luce e la tenebra. La sua ricerca è dunque un test eccezionale sulla capacità della materia e del colore, della forma e della sostanza delle singole figure, delle cose, delle installazioni, di veicolare emozioni pure e concetti universali, di suscitare un sentimento di affezione verso la natura e le forze che la governano, come la tempesta o la quiete. È allora che si può scoprire all’interno di alcune sue opere il grido di speranza e di volontà di riscatto di un pianeta inquinato, il pianeta Terra.
• Giuliano Giuman, pittore perugino di lungo corso, eleva il vetro a medium cromatico e formale di una sperimentazione spazio-temporale che somma il pigmento cromatico delle antiche tempere, la paletta dei colori a olio così come delle remote terre realizzate secondo ricette pittoriche millenarie, con la fluidità duttile-lucente del vetro liquido, soffiato, altrimenti manipolato attraverso un sapiente impiego di forni che richiamano alla memoria i fulgori della Serenissima. É a Venezia, in effetti, che questo artista ha potuto misurarsi con maestranze di eccellenza, dando vita ai propri enti, sospesi tra pittura e scultura nel generare installazioni eccentriche, gonfie di luce, dense e diafane allo stesso tempo, costruite seco ndo avventurosi ludi geometrici o essenziali costrutti matematici, opere in cui la sua poetica del vetro e del colore, del fuoco e della metamorfosi delle forme, ha trovato la propria catarsi, facendosi realtà artistica unica e inimitabile. Incorporando polvere di Blu Egizio e sabbia del Sinai nella vetrofusione, crea sculture-pitture bibliche, per così dire, e che sono veri e propri crocevia di storia e geografia, di realtà e sogno, salvezza e caduta della forma-materia. La luce, attraversando la materia, attiva un caleidoscopio di riflessi, rendendo ogni opera un esperimento in divenire, mutabile con le ore del giorno e della notte. I confini della realtà si frantumano e appare, allora, un universo affollato di visioni spettacolari, di galassie inesplorate verso cui si è condotti dal gesto artistico-sperimentale e magico di questo artista unico.
• Kamilia Kard (al secolo Michela De Carlo applica nel proprio fare il metodo della ricerca accademica riferita liberamente alle digital humanities, ultimamente in voga in funzione di un impegno all’inclusione sociale, o per meglio dire: alla società inclusiva, utilizzando il Blu Egizio come colore-simbolo e veicolo di connessione tra antico e moderno. Meglio ancora: tra il mondo remoto degli antichi Egizi, quello storico delle arti del passato, e il tempo presente caratterizzato dal digitale. Va applicandosi in esperimenti digitali in cui azzarda un incontro sinergico tra tecnologia e arte. Ma un’arte subordinata alle ragioni della tecnica, soggiacente a quest’ultima declinata in implicazioni tecnologiche d’avanguardia. La sua opera, che esplora i cliché delle relazioni amorose nell’era dei social network, così come i cliché della storia dell’arte, è un esperimento sulla costruzione dell’identità e della narrazione collettiva attraverso gli algoritmi e l’estetica della condivisione online. Allo stesso modo, quanto sta elaborando corrisponde a una interessante sfida personale in quanto è un esercizio sperimentale in cui archetipi remoti o anche solo storici, forme offerte dalla storia, trovano nuova identità in enti che ne ripropongono il sembiante in materiali di nuova generazione, come il prendere forma attraverso una stampante 3D. In linea con tutto questo, ella esibisce nei propri creati un impiego strategico di strumenti digitali.
• Matteo Peducci è un virtuoso della lavorazione di materie nobili e storiche come pure di materie di nuova generazione. Al contempo, è attratto dalla tecnologia così come dai nuovi materiali che si affacciano sulla ribalta contemporanea e dalle sinergie che possono generare. Sperimenta un’inedita alleanza fra arte e artigianato di lusso, tra capacità fattuale raffinata e che ha raggiunto, nel rispetto di una millenaria tradizione, la perfezione andando a reiterare e affinare il gesto, l’azione, la rappresentazione di soggetti che, all’improvviso, rivelano altro da sé. Egli va sviluppando in questa metamorfosi tra materia e forma che dà visibilità a soggetti sospesi tra realtà e immaginazione, un gioco richiamante certe pratiche surrealiste. Pratiche surrealiste declinate, tuttavia, in una chiave contemporanea, inimitabile. La sua è una inedita ricerca di un punto di rottura e rinnovamento rivolto alla definizione di nuove rappresentazioni formali, di altri coinvolgimenti materiali, accendendo una migrazione verso orizzonti inesplorati in cui i sensi possano smarrirsi per rigenerarsi. Sottopone il Blu Egizio a uno stress test scultoreo. Le sue opere in Blu Egizio così come in marmo investigano le proprietà acustiche, strutturali e formali, persino biologiche della materia, spingendo il materiale ai suoi limiti fisici. La sua pratica è un esperimento di sintesi tra tecniche di scultura tradizionale – frutto della sua esperienza come scultore dedito alla restituzione puntuale della realtà che per un lasso di tempo significativo ha consumato in Thailandia – e tecnologie avanzate come la galvanoplastica. L’esito, un altro e nuovo sentimento della forma, un’altra e nuova offerta percettiva.
• Erica Tamborini è una artista del nuovo secolo e millennio nella misura in cui consente, nel proprio fare, di percepire, di respirare, di vivere lo scarto che allontana l’immediato ieri. Fa della scultura un esperimento filosofico e spaziale di inedito conio. Ispirata da Rudolph Steiner, ma anche da pensatori come Heidegger, come Husserl o Dewey, Petitot, altri, investe di istanze filosofiche il proprio fare in cui, in ogni caso, forme simboliche e ragioni linguistiche generano enti mai veduti prima. Utilizza la materia piegandola all’unisono a ragion pratica e ragione poetica. Impiega il Paperclay – materiale duttile e metamorfico sotto il profilo formale – come base per accogliere il Blu Egizio. Allo stesso modo, sperimenta il Blu Egizio come corpo di impronte o caratteri con cui scrive l’iconico testo-forma dell’opera “Blue is Blue”, proponendola come emblema ideale dell’esposizione collettiva in cui si sperimenta un innovativo ibcontro tra arte e scienza, in ragione dei ricercati ricorsi storici, su tutti il richiamo alle remote scritture egizie, e, contestualmente, i richiami alle avanguardie del XX secolo. Due polarità che, incontrandosi, generano enti artistici inediti e dunque sorprendenti. Le sue opere, attraverso recondite armonie, rendono “visibile l’invisibile”. Meglio ancora: svelano un universo mondo solitamente imperscrutabile; consentono di “vedere oltre ogni possibile vedere”. In ragione di questo la poetica della artista va esplorando il confine tra materia e concetto, tra la presenza fisica della scultura e la sua capacità di definire e dilatare lo spazio che occupa e modifica dando visibilità all’incontro tra dimensione materiale e immateriale di ogni singolo artefatto. Il luogo in cui si afferma la poesia.
• Franco Vitelli – restauratore eccellente oltreché artigiano del lusso dedito alla ricerca del confine che separa e unisce quest’eccellenza dal fare arte – nei suoi reperti trasforma la rigorosa grammatica cosmatesca in un laboratorio di decostruzione e reinterpretazione contemporanea atto a determinare inedite proposte testuali. Utilizzando materiali tradizionali sommati ad altri di recupero e inserendo il Blu Egizio accanto a marmi e paste vitree, le sue opere giocano con l’inganno ottico e l’incompiutezza alla sdefinizione delle forme chiuse dei remoti modelli a cui egli si riferisce, attualizzandoli nel proprio fare. Ogni intarsio è un esperimento che somma percezione e formatività e che, in ragione di ciò, invita lo spettatore a completare mentalmente le geometrie intraprese, riflettendo in merito all’inquietudine e all’instabilità del presente. Al tempo stesso, è un esperimento che conduce a nuove scoperte di ludi matematico-geometrici sospesi tra maestà della forma storica a cui i singoli enti attingono e crisi d’essa, corrispondente di fatto alle criticità reiteratamente messe in campo, di decennio in decennio, sin dal secolo scorso, in ambito artistico fino a raggiungere una frammentazione delle forme. Ma egli, proprio tramite i codici cosmateschi e la commistione di tradizione e innovazione applicata ai rigori musivi, riscatta le forme, i materiali, i simboli e tant’altro facendone parte viva di nuovi enti in cui sembra possibile tornare ai primordi di questa fenomenologia, a tutto vantaggio di inediti paradigmi figurali, immaginificamente ancorati al tempo presente, rivolti al tempo futuro.
“Ultrasky” si conferma, dunque, anche attraverso questo progetto di mostra itinerante a cui partecipano, per invito, autori differenti, una costellazione richiamante la guttenberg galaxy artistica, come un progetto espositivo di grande respiro e ambizione, dove l’arte si fa strumento di conoscenza e il Blu Egizio funge da catalizzatore per una sperimentazione collettiva senza confini disciplinari. Non una mostra sul colore blu, ma un’indagine corale su come un’antica tecnologia del colore possa, oggi, innescare nuove riflessioni sulla percezione, sulla materia, sulla storia e sulla creatività artistica. In ultimo, sul nostro posto nell’universo. Un vero e proprio “cielo ultimo” – un Ultrasky – da esplorare, dove l’eredità del passato incontra le domande del futuro attraverso il fare artistico, inteso nella sua forma più pura e sfidante: quella della ricerca e della sperimentazione.