Tridimensionale

Informazioni Evento

Luogo
MAXXI - MUSEO DELLE ARTI DEL XXI SECOLO
Via Guido Reni 4a, Roma, Italia
Date
Dal al

11.00 – 19.00 (martedì, mercoledì, giovedì, venerdì, domenica) |11.00 – 22.00 (sabato)
giorni di chiusura: chiuso il lunedì, il 1° maggio e il 25 dicembre

Vernissage
21/03/2012

ore 11.30 per la stampa

Contatti
Email: info@fondazionemaxxi.it
Biglietti

€11,00 intero, € 8,00 ridotto

Artisti
Thomas Schütte, Franz West, Maurizio Mochetti, Remo Salvadori, Juan Muñoz
Generi
arte contemporanea, collettiva
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Sculture, installazioni, una performance video raccontano i molteplici e diversi modi in cui gli artisti di oggi si relazionano con la terza dimensione, creano spazi reali e virtuali, in continuità o in rottura con la grande tradizione dell’arte plastica occidentale.

Comunicato stampa

Roma, 21 marzo 2012. Dopo A proposito di Marisa Merz (fino al 6 gennaio 2013), il MAXXI Arte presenta un nuovo focus sulla sua collezione permanente. E’ Tridimensionale (21 marzo – 23 settembre 2012) che, nelle terrazze della galleria tre, al primo piano del museo, presenta opere di Maurizio Mochetti, Juan Muñoz, Remo Salvadori, Thomas Schütte e Franz West, più una nuova istallazione di Lucy+Jorge Orta, realizzata con il contributo di Ermenegildo Zegna.

Sculture, installazioni, una performance video raccontano i molteplici e diversi modi in cui gli artisti di oggi si relazionano con la terza dimensione, creano spazi reali e virtuali, in continuità o in rottura con la grande tradizione dell’arte plastica occidentale.

“Tridimensionale - dice Anna Mattirolo, Direttore MAXXI Arte - parte da una riflessione sulla relazione fra spazio e oggetto, elemento fondamentale della ricerca artistica contemporanea. Questa relazione dialettica è un punto di riferimento essenziale per la ricerca artistica di oggi. La mostra evidenzia ancora di più il valore della collezione permanente del museo, essenziale per comprendere i percorsi e gli sviluppi dell’espressione artistica di ieri e di oggi”.

Tridimensionale è un percorso che affronta la decostruzione della figura presentando ricerche fondate sull’analisi di elementi geometrici o sulla messa in discussione della scultura monumentale. Fino ad arrivare alle ricerche degli ultimi anni che recuperano le idee ereditate dalle avanguardie del primo Novecento e le traducono in forme rinnovate: la scultura smette di essere una rappresentazione figurativa e ingloba lo spazio facendolo diventare parte dell’opera.

Si parte da un focus dedicato ai lavori di Remo Salvadori (due dei quali in corso di acquisizione tramite donazione: La stanza dei verticali e Triade) e di Maurizio Mochetti, che stravolgono il significato del lessico formale alla base della tradizione scultorea italiana. Salvadori – di cui sono esposti otto opere - scandisce lo spazio attraverso una scomposizione dei principi geometrici di base, mentre Mochetti definisce un volume, di cui si intuisce la natura, solo attraverso la rappresentazione degli elementi costitutivi. Il lavoro in mostra, Cilindro Due Dischi Di Luce, del 1968, indaga la possibilità della luce di costruire spazi e volumi immateriali.

Il percorso prosegue con tre opere di Juan Muñoz, Thomas Schütte e Franz West, che rappresentano invece un tipo di ricerca che ha scelto di mettere in crisi la scultura novecentesca senza rinunciare alla forma a tutto tondo ma con nuove soluzioni formali. Dal lavoro di Muñoz (Untitled, 1998), che fa parte di quel gruppo di artisti che a partire dagli anni Ottanta recupera la figura umana come oggetto della rappresentazione, a quello di Schütte (Bronzefrau n.10, 202) in cui le posizioni della scultura classica vengono forzate in favore di una rappresentazione che evidenzia le disarmonie formali, fino a West (Senza titolo - scultura gialla, 2003) che mette in crisi i concetti di finitezza e bellezza associati alla scultura, in favore di una ricerca di interazione con lo spazio circostante.

Il percorso si conclude con Fabulae Romanae di Lucy+Jorge Orta, un nuovo lavoro che si colloca a metà tra performance e scultura, commissionato da Ermenegildo Zegna nell’ambito del progetto ZegnArt e pensato per il MAXXI, a cura di Maria Luisa Frisa. Al termine dell’esposizione, uno dei lavori che costituiscono il complesso dell’installazione sarà offerto in dono al MAXXI ed entrerà a far parte della collezione permanente del museo.

Dichiara Gildo Zegna, CEO del Gruppo Ermenegildo Zegna: “Fabulae Romanae di Lucy+Jorge Orta è il primo degli Special Projects di ZegnArt, iniziativa che abbraccia in Italia e all’estero le attività sostenute dal nostro gruppo nel campo delle arti visive contemporanee e costituisce un esempio ben riuscito di collaborazione tra un’azienda a gestione privata e un’istituzione pubblica. Scopo di ZegnArt è raccogliere sotto un’unica comune intenzione una serie di attività per l’arte e la cultura contemporanea, che come impresa ci proponiamo di realizzare e che come famiglia abbiamo sempre sentito nostre. Oggi, con ZegnArt, abbiamo messo in atto i presupposti di nuovo pensiero, di nuovi legami e occasioni di dialogo con mondi e interlocutori diversi; l’opera diventa occasione di collaborazione e dialogo fra persone e gruppi di lavoro. Se lo spirito Zegna è sempre stato pionieristico e fortemente legato al lavoro per l’eccellenza e per l’innovazione, l’ambizione di ZegnArt è proprio quella di innovare il modello di intervento culturale, portando nell’incontro tra mondi diversi una “reciprocità” che si fa chiave di volta attorno a cui costruire il futuro.”

Da tempo il lavoro degli Orta abbraccia temi sociali, antropologici, filosofici. Il progetto per il MAXXI (un’installazione e una video performance accompagnata dai versi di Mario Petrucci) parte da uno degli elementi più tipici della loro poetica: la tenda, la capanna, la dome come forma primordiale di costruzione scultorea, concepita come un riparo, capace di adattarsi a tutti i luoghi ma anche una forma simbolica e sacra. Realizzato a partire dalle suggestioni offerte dalla città di Roma, Fabulae Romanae è il punto di raccordo di una mappa ideale che definisce delle nuove traiettorie immaginarie attraverso il tessuto urbano romano, così facendo la scultura esce dallo spazio del museo per riappropriarsi della città.