The Time machine

Roma - 21/11/2013 : 21/12/2013

Video, pittura, scultura, installazione si scambiano codici e formule in un comune brodo primordiale in cui confluiscono i flussi di immagini che attraversano la quotidianità attuale, in una nuova forma, in un nuovo luogo e in un nuovo tempo.

Informazioni

Comunicato stampa

A project curated by CURA.
from an idea of Ilaria Marotta

Attraverso rapidità di sinapsi, ironia e facilità di accesso a un turbo-archivio di immagini open-source, la produzione di una generazione emergente di artisti internazionali converge verso la costruzione di un nuovo sistema, in cui – assimilate le citazioni e gli esiti del passato, fatte proprie le nuove frontiere della comunicazione, delle tecnologie, di internet, dell’estetica vorticosa degli ipermercati e del consumo immediato – definiscono il prospettarsi di una archeologia del futuro, incentrata sull’assimilazione pantagruelica e la restituzione fisica o virtuale del cambiamento in atto

Prodotto di tale mutazione, l’arte sembra non possedere più una forma, o meglio sembra averne molte. Teletrasporto, dematerializzazione e rimaterializzazione si presentano come i processi fondamentali dell’atto artistico. Corpi e oggetti appaiono così disincarnati, la materia stessa è ridotta da molecola a pixel, da sostanza a immagine. Video, pittura, scultura, installazione si scambiano codici e formule in un comune brodo primordiale in cui confluiscono i flussi di immagini che attraversano la quotidianità attuale, in una nuova forma, in un nuovo luogo e in un nuovo tempo.
Dalle Re-productions di MARK BARROW, in cui la pittura sembra ridotta ai suoi codici di base, si passa alle astrazioni installative di TORBEN RIBE, attraversando le conformazioni destrutturate delle tele di ANDREA KVAS, o le resine di NICOLAS DESHAYES, destinate a restituire fossili animali. L’immagine in movimento è oggetto di modificazioni che si ripetono all’infinito, come nel lavoro di IAN CHENG, che individua in un futuro primitivismo lo scenario che ci attende o insiste invece, in DAVID DOUARD, nella relazione tra una dimensionalità reale e virtuale. Essa è invece ridotta a puro linguaggio nel racconto video di DEXTER SINISTER, in una paradossale iconoclastia contemporanea. L’oggetto quotidiano, familiare e domestico, appare come il residuo di un’epoca distante, nel passato o nel futuro, traccia di un momento privo di connessioni con la realtà: è il caso delle installazioni di MARGARET LEE, o degli assemblages di BILLY RENNEKAMP, frutto di metamorfosi generate dal passare del tempo. O altresì frutto di contaminazioni genetiche, come nelle nature morte di JIMMY LIMIT. Sull’idea di musealizzazione di una libreria infinita lavorano HARIS EPAMINONDA E DANIEL GUSTAV CRAMER, che riflettono sulla catalogazione di un archivio di immagini da preservare nel futuro; TIMUR SI-QIN insiste ulteriormente sull’idea di un passato che andrà ricostruito attraverso nuovi supporti, quando delle origini del mondo non rimarranno che esigue tracce. Tale scenario si risolve infine in una utopia del presente nel progetto di GUNDAM AIR, artista che, nella sua follia, smaterializza il suo essere attuale per dialogare con opere proiettate in una dimensione futura.
I fili del tempo si intrecciano senza ordine apparente, così come le coordinate spaziali si confondono, dando vita a un’entropia di riferimenti e rimandi che precipita lo sguardo e la mente in una macchina del tempo senza controllo.

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Zanotta