The experience of gravity

Milano - 21/03/2013 : 27/04/2013

Un dialogo intenso costituito da scarti minimi, distanze da colmare o angoli da attraversare con geometrie al limite tra attrazione e dispersione, sulla soglia delle minorazioni, delle moltiplicazioni e delle loro sconfinate possibilità.

Informazioni

Comunicato stampa

Milano 8 marzo 2013 - THE EXPERIENCE OF GRAVITY è un dialogo intenso costituito da scarti minimi, distanze da colmare o angoli da attraversare con geometrie al limite tra attrazione e dispersione, sulla soglia delle minorazioni, delle moltiplicazioni e delle loro sconfinate possibilità.

Si tratta di attraversare micro e macro, atemporalità allungate nella visione e immersione delle opere dell’artista americana Susan York e dell’artista italiana Maria Elisabetta Novello, personalità parallele e in qualche modo aderenti per linguaggio, uso di materiali, codici poetici che si esprimono tra pratiche installative e scultorie sempre rarefatte, sempre poco raccontate, ma straordinariamente profonde



Grafite, disegni, scarti dimensionali sono alcune delle linee linguistiche di Susan York la cui opera si confronta con lo spazio che abita e con la potenza della gravità che esperisce nella tensione tra angoli, linee strutturali, materia. I suoi solidi impostano un colloquio silente con le pareti, si staccano e si allargano con la forza di un’obliquità declinata in differenti intervalli e impreviste sospensioni.

Maria Elisabetta Novello si rapporta con le tonalità distoniche dei paesaggi di cenere in teche di plexiglas, degli orizzonti, dei disegni in cui lo “scambio di colore” avviene tra sovrapposizioni di carte, campiture in cui si alterna il “nero bianco e bianco nero” per un’esperienza di memoria gravitazionale ed espressiva.

Le opere a terra, parete e pavimento delle due artiste abiteranno gli spazi architettonici della Galleria Fabbri tra suggestioni e resistenze, conflitti di spazi da saturare e vuoti che si srotolano lungo assi immaginarie, all’insegna di un dialogo sintattico e lessicale raffinato, persuasivo, concettuale e coinvolgente per un’arte contemporanea dislocata in infinite dimensioni e possibilità del senso.

Martina Cavallarin













Susan York e la collezione Panza


Susan York è stata una delle artiste più recenti della collezione di mio padre, ma è stata molto amata fin da subito.
Ricordo ancora con un sorriso, il momento in cui abbiamo visto la sua prima opera, una sera, per caso, a Los Angeles, con Charlotte Jackson, sua gallerista di Santa Fe.
Eravamo usciti a cena con dei collezionisti a cui doveva far vedere delle opere. Finita la cena, ci siamo avvicinati alla sua macchina ferma nel mezzo di un enorme parcheggio vuoto e, sotto la pallida luce di un lampione, abbiamo aperto il baule e tolto i coperchi alle innumerevoli casse. Sembravamo dei trafficanti, molto eleganti e distinti. Ai nostri occhi si è presentato un mondo di colori e forme tutti diversi, ma una ha colpito la nostra vista: un cubetto grigio, scurissimo. Stavo già per prenderlo in mano quando Charlotte, urlando, mi ha fermata dicendomi che era fragilissimo; la cosa si faceva ancora più interessante. Sembravamo dei pazzi, urlavamo di gioia alla vista delle opere, ma davanti al cubetto di Susan ci siamo zittiti tutti. Questo piccolo oggetto, all'apparenza forte, era invece qualcosa di delicato e fragile, tanto da aver paura di toccarlo. La sua fragilità sta in tutti questi strati di grafite pura che non può essere sfiorata; la sua forza, in questa tonalità di grigio intenso che la fa sembrare di ferro. Anche la forma: un cubo, ma non perfetto, le dà forza e intensità e una presenza nello spazio molto determinata. E' qualcosa che ti prende lo stomaco perché pensi al tempo, alla tensione passata dall'artista per la sua realizzazione.
Non so quanti strati di grafite ci siano nel nostro famoso cubetto e nelle sue altre opere di grafite ma sicuramente tanti; non so come Susan lavori e in quanto tempo realizzi le sue opere ma, per ottenere un risultato così perfetto, deve essere un lavoro maniacale: non si smette finché non è finito.
Immagino che durante l'esecuzione dell'opera, l'artista arrivi al punto di annientare se stessa; la sua mente deve diventare un tutt'uno con l'opera; tutto ciò che la circonda deve restare fuori, lontano: Il Movimento e il ritmo che ne nasce, danno vita all'opera. L'opera è lo specchio di lei stessa e poi di chi la guarda, è qualcosa in cui si entra, in cui si viene risucchiati, si sprofonda.
Non sono molte le opere che ti trasmettono tanto e subito, ma nell'arte contemporanea così detta pura, senza immagini, può succedere e quando avviene, l'emozione è grande; è una gioia che ti sconvolge e a cui non si può resistere. E' un'emozione quasi viscerale che ti trascina nel mistero di ciò che stai guardando, che ti ipnotizza, che ti fa entrare in contatto diretto con l'artista.
Papà ha comprato altre opere di Susan ma purtroppo non è riuscito a godersele molto, tranne che per un cubetto appeso nella sua sala da pranzo a Milano, piccola presenza scura in un mare di colore.

Giuseppina Caccia Dominioni Panza

Milan 8 March 2013 - THE EXPERIENCE OF GRAVITY is an intense dialogue made up of minimal variances, intervals to be bridged or angles to be crossed, with geometries stretching the limit between attraction and dispersion, on the threshold of subtractions, multiplications and their infinite possibilities. It involves passing through the micro and the macro, through timelessness protracted in seeing and immersing oneself in works by the American artist Susan York and the Italian artist Maria Elisabetta Novello.

Their two parallel personalities seem somehow to fit together in terms of language, materials used, poetic codes expressed in installation and sculptural practices that are always rarefied, of scarce narrative content, but extraordinarily profound.

Graphite, drawings, dimensional intervals are some of the linguistic lines typical of Susan York, whose work critiques both the space it inhabits and the power of gravity it experiences, in the tension between angles, structural lines, materials. Its solids impose a silent conversation with the walls, detach themselves and expand with the strength of obliqueness declined in varying intervals and sudden suspensions.

Maria Elisabetta Novello relates to the dystonic tonalities of the landscapes of ash in plexiglass cases, the horizons and drawings in which “colour exchange” takes place among overlapping papers, grounds in which “black white and white black” alternate, creating an expressive, gravitational experience of memory.

Hanging, free-standing and floor-laid, the works by the two artists will inhabit the architectural spaces of the Fabbri gallery amid atmospheric and resistant reactions, conflicts between spaces to be saturated and voids unfolding along imaginary axes, hallmarked by a refined lexical and syntactical dialogue that is both persuasive and conceptually involving: contemporary art deployed in infinite dimensions and possibilities of meaning.

The show will last until Saturday, April 27.

Martina Cavallarin








Susan York and the Panza Collection


Susan York was one of the most recent artists in my father’s collection but also, from the start, one of the best loved. I still smile at the recollection of the time we first saw a work by her, quite by chance, one evening in Los Angeles in the company of Charlotte Jackson, who ran a gallery in Santa Fe. We had been out for dinner together with other collectors to whom she wanted to show work. After dinner we went over to her car, parked in the middle of an enormous empty lot, and there, lit only by a pale street lamp, we opened the trunk and took the lids off what seemed like innumerable boxes. We were like very elegant and well-dressed art traffickers.

What we found ourselves looking at was a whole new world of different colors and shapes, but one piece in particular caught our eye: a small grey cube, very dark. I was about to pick it up when Charlotte screamed at me to stop, saying it was extremely fragile. That only made it more interesting. We seemed crazy, shouting with joy at the sight of each work, but we all fell silent before that little cube by Susan. That small object, apparently so strong, was actually so delicate and fragile that you were afraid to touch it. Its fragility lies in all the layers of pure graphite that cannot be touched, even lightly; its streng in the intense grey tones that make it appear made of iron. Its shape, too: a cube, but not a perfect one, giving it strength and intensity and a highly determined presence in space. Its something that takes you by the insides, making you think of the time, the tension spent by the artist on making it. I don’t know how many layers of graphite went into our famous cube and into her other works in graphite, but it was certainly a lot; I don’t know how Susan works or how long it takes her to complete a work, but for sure, in order to achieve such perfect results, the process must be maniacal, unstinting until completion. I imagine that during the execution stage the artist arrives at a point of self-annihilation; her mind must become one with the work; everything that surrounds her must remain outside, remote: the Movement and the rhythm that is born of it give life to the work.

The work is the mirror of herself and of whoever beholds it, it is something in which you enter, which you are sucked into, sinking within it. There are not many works which communicate so much to you so quickly, but in contemporary art, in so-called pure, imageless contemporary art, that can happen. And when it does, it is a huge thrill, an overwhelming joy that shocks and disturbs and which you are powerless to resist. It’s an almost visceral emotion which drags you into the mystery of what you are seeing, hypnotizing you, taking you into direct contact with the artist. My father bought other works by Susan, too, but unfortunately he didn’t get much time to enjoy them, apart from a little cube hanging on the wall of the dining room in Milan, a small dark presence in a sea of color.

Giuseppina Caccia Dominioni Panza