That’s Cuba!

Venezia - 06/02/2016 : 26/02/2016

Una collettiva di cinque giovani artisti cubani tra i più influenti nel collezionismo europeo e americano.

Informazioni

Comunicato stampa

THAT' S CUBA! E' una collettiva di cinque giovani artisti cubani tra i più influenti nel collezionismo europeo e americano.

Questa mostra è l’esito della felice e rinnovata collaborazione tra Venice Art Society, associazione veneziana per artisti e residenze internazionali, e Isolo 17, galleria e nuovo spazio di ricerca artistica con sede a Verona, che per prima ha promosso il lavoro di alcuni artisti emergenti cubani e guidato l’inserimento nel contesto artistico italiano di altri più affermati

Dopo la personale di Luis Israel Gonzales Sosa, nell’autunno 2015 ora la Galleria di Palazzo Tiepolo Salvadori ospita una nuova collettiva di cinque artisti tutti provenienti da Cuba. Non solo origini ma anche studi artistici e prime esperienze espositive sono i caratteri comuni dei giovani Andy Llanes Bulto (1987, San Antonio de los Banos), Karlos Perez (1990, Camaguey), Jorge Otero Escobar (1982, La Habana), Juan Ramon Valdes Gomez (1968, Manicaragua) e Luis Israel Gonzales Sosa (1980, Villa Clara).

THAT’S CUBA! È un confronto tra questi cinque esponenti dell’arte cubana e vuole raccontare la nuova immagine di Cuba attraverso gli artisti che vi sono nati e vi operano. Non si tratta però di uno sguardo sull’isola e sulle tradizionali icone che la rendono da sempre riconoscibile al resto del mondo, quanto piuttosto di un incontro fertile dal punto di vista critico che porta a Venezia le ultime ricerche del linguaggio artistico ora finalmente liberato dalle costrizioni della storia, affrancato dall’arte cubana del passato e che si rivolge ad un pubblico internazionale con nuove visioni, inedite proposte artistiche e che vede alcuni di loro già saldamente affermati nel collezionismo internazionale di matrice americana. Tra questi artisti scorre un impeto tutto nuovo, una nuova possibile conquista li tiene uniti nonostante la diversità delle loro tecniche e del loro carattere.
Per coloro che hanno avuto l’occasione di vedere la mostra personale di Luis Israel Gonzales Sosa, questa mostra si rivela come un appuntamento immancabile. Si ritroveranno alcune sue opere mai esposte a Venezia e lo si potrà vedere al confronto con i suoi ‘colleghi’ cubani. Per Isolo 17, questa mostra rappresenta anche il momento di annunciare la prossima apertura della filiale veneziana.

Jorge Otero Escobar presenta l’immagine del macho per eccellenza, il guajiro cubano, reinterpretata dall’artista in una chiave glamour e patinata. Secondo la tradizione, il termine guajiro deriverebbe da una contrazione dell’americano war hero, espressione che i marines statunitensi attribuirono ai contadini locali, assoldati durante la guerra di indipendenza di Cuba contro la Spagna nel 1895. Ma il contadino di Otero ha perso ogni riferimento alla terra e alla sua durezza. Il suo corpo, modellato da estenuanti sedute in palestra, è quello perfetto dei modelli delle riviste di moda. Otero ci offre così un’estetica del macho reinterpretata in chiave queer. Un uomo-oggetto in cui si ritrovano la virilità del bad boy descritto da Gomez e il narcisismo di Logan. Ma in sé, l’uomo di Otero porta una riflessione più ampia, intrisa di malinconia. In questa società di massa, in fondo cosa resta delle antiche tradizioni, dell’orgoglio di un popolo, se non un brand da esportare come simbolo di un’autenticità ormai perduta? (testo di Leonardo Regano)
Juan Ramon Valdes Gomez realizza una pittura dai toni caldi in composizioni equilibrate e accoglienti, le sue tele sono costruzioni precise di disegni e grafiche che guidano e contornano le campiture quasi piatte rendendo scultorei i suoi soggetti. Chiamato da tutti “Yiki”, è il più maturo del gruppo e i suoi dipinti rappresentano quel tipo di pittura che si trova all’inizio della svolta simbolica dell’arte cubana. Al contempo rappresentativo delle correnti del ventesimo secolo ma discostato dalle convenzioni nazionali accademiche, il suo linguaggio pittorico è influenzato dal cubismo e dal primitivismo andando oltre però le tendenze storiche a favore di una ricerca e di una visione personalissima, quasi emotiva, intima. Vi è una scia di tristezza, di nostalgia nei volti dei suoi soggetti. Sembrano immortalati all’interno di una sequenza di sogno dalla quale non possono fuggire, sono fuori dal tempo e fuori dallo spazio, privi di riferimenti dimensionali, sempre sull’orlo del risveglio, in un limbo cromatico che mette a suo agio chi osserva.
Karlos Perez Il termine “ametropia” indica un’anomalia di visione dovuta a un’errata rifrazione dell’immagine da parte dell’occhio. La vista si offusca o si potenzia, perdendo il giusto grado di messa a fuoco dell’immagine. La visione ne risulta rarefatta, indistinta. I particolari scompaiono. Esattamente come accade nella nostra mente per i ricordi, offuscati dal tempo che passa. L’immagine di un ricordo lontano, perso in un tempo indefinito. Ciò che è per lui importante non è il soggetto riprodotto, ma l’effetto che questa immagine provoca in noi. Il nostro modo di percepirla. La dolce malinconia di un ricordo che non ci appartiene anche se lo riconosciamo. In questo consiste l’effetto di straniamento della sua pittura. Un sentimento di empatia con il soggetto pur nella consapevolezza che non ci appartiene, uno straordinario cortocircuito tra immagine, osservatore e memoria personale di chi osserva.
Andy Llanes Bultò. Rimango piacevolmente vittima di questo gioco di seduzione, una trappola per la mia attenzione architettata con maestria da Andy Llanes Bultò. Tutto è più vero del vero. Resto lì, a perdermi nei loro sguardi e a fissare la tela, scrutando ogni piccolo particolare di questa pittura così puntuale, ogni sua minima rifinitura. Tra me e quei volti c’è ormai un’imbarazzante intimità, un’attrazione e un fastidio nello stesso tempo. Loro mi turbano, come ogni intimità che si crea tra sconosciuti. Davanti ad Ana o a Miguel, per un attimo volto lo sguardo altrove, ma poi decido di continuare a guardare. Mi soffermo a scrutarne la pelle, ne scorgo i piccoli pori e le sue più celate imperfezioni. Ogni piccola ruga, ogni piccolo segno. E mi ricordo che la pelle è il nostro organo più esteso. Che la prima vera esplorazione del mondo attorno a noi l’abbiamo fatta attraverso la pelle. Che il tatto è tra i cinque sensi di sicuro il più intimo. E che è proprio attraverso la pelle che entriamo in contatto con l’altro, con la sua essenza e il suo corpo. Ne sentiamo il calore, ne misuriamo l’eccitazione, ne cogliamo la disponibilità nei nostri confronti. La pelle è il limite tra il mondo esterno e l’interno del nostro corpo, la nostra carne e il nostro Io. (testo di Leonardo Regano)
Luis Israel Gonzale Sosa. Nelle sue sottili architetture, composte di colonne, edifici, terrazze, lampioni e scale, traspare tutta la storia dell’uomo e della sua arte edificatoria. Grandi tele o disegni di misure più contenute si susseguono lungo le pareti della galleria con un ritmo che avvolge l'osservatore fino a renderlo soggetto partecipante, fino a farlo entrare nelle stanze di questi palazzi sospesi. Gonzàles Sosa gioca su impossibili equilibri di simboli, segnali di quell’altrove dove dovremmo tutti rivolgere lo sguardo almeno di notte quando le luci si spengono e ci rimane il pensiero rivolto ai nostri desideri, alla soluzione dei nostri enigmi, alle risposte per tutte le domande che la mattina riaccenderà. E’ come se nelle sue sottili città il pittore realizzasse l’intimo desiderio di un dio nomade alla ricerca dell’ambiente perfetto dove posare quella genialità architettonica che ha donato all’uomo. Ma questo ambiente non esiste e se esiste è mutevole. Allora spuntano ruote di carovana o bicicletta, corde per esperti funamboli, fragili e provvisorie palafitte. Incredibilmente tutto trova un suo perfetto equilibrio e il viaggio può proseguire.