Suren Dorfmann / Emanuele Zaccari – Aliasing

Informazioni Evento

Luogo
CASA VUOTA
via Maia 12, Roma, Italia
(Clicca qui per la mappa)
Date
Dal al

visitabile su appuntamento

Artisti
Suren Dorfmann, Emanuele Zaccari
Generi
arte contemporanea, doppia personale

ALIASING, doppia personale di Suren Dorfmann ed Emanuele Zaccari, due giovani e talentuosi artisti appena ventenni.

Comunicato stampa

La pittura, con tutta la sua potenza immaginifica, e il suo rapporto problematico con la realtà, in un’epoca sempre più bombardata di immagini, accomuna la ricerca di due artisti di vent’anni, Suren Dorfmann ed Emanuele Zaccari, che si cimentano nella loro prima prova espositiva in una doppia personale intitolata “Aliasing” e ospitata a Casa Vuota in via Maia 12 a Roma, a cura di Francesco Paolo Del Re e Sabino de Nichilo. La mostra si inaugura mercoledì 8 luglio alle ore 18 e, dopo l’inaugurazione, si può visitare su appuntamento fino al 13 settembre 2026, prenotando ai numeri 3928918793 o 3284615638 oppure all’email [email protected].

A ciascuno dei due giovani artisti, legati da un rapporto di amicizia, viene dedicata una stanza di Casa Vuota e Dorfmann e Zaccari abitano la stanza a loro assegnata presentando un ciclo di lavori autonomo, progettato nella forma di un intervento site specific. Il pubblico è chiamato a confrontarsi con il lavoro di ciascun artista, mentre nel passaggio da una stanza all’altra, a completamento del percorso espositivo, si trova di fronte a un’installazione realizzata a quattro mani, con il titolo “Smussatura” (2026), che rimodula la volumetria della casa fondendo segno inciso e luce.

Il filo conduttore fra i due artisti è spiegato dai curatori Francesco Paolo Del Re e Sabino de Nichilo, che scrivono: «Prelevando dal linguaggio dell’elettronica un temine tecnico – aliasing – che definisce la presenza di un errore nello spettro armonico di un segnale campionato, il titolo della mostra vuole descrivere una particolare condizione dell’esperienza estetica contemporanea. Nel parossismo esasperato di una trasmissione di dati e di una elaborazione di visioni tendenti programmaticamente a una sempre maggiore qualità e quantità delle informazioni veicolate e processate, questa esperienza estetica peculiare si fa carico della possibilità di un disturbo, tanto nel campionamento della frequenza quanto nella sua decodifica. Errori e distorsioni diventano fattori connaturati e strutturali, da annoverare fra le possibilità concrete della visione e dei suoi fallimenti. Nell’impossibilità di controllare tutto, sembrano dire Dorfmann e Zaccari, il compito dell’arte è duplice: da una parte abbracciare l’errore e la fallibilità, dall’altra esaltarne il potere generativo, distorcente, visionario, portentoso e disturbante».

Un deciso bianco e nero e un segno rapido, vivace e costruito su livelli successivi sono gli elementi caratterizzanti il lavoro di Suren Dorfmann, che si esercita sia in opere di piccolo formato, sia in interventi ambientali di grandi dimensioni. Sono due le opere costruite su misura per lo spazio di Casa Vuota. Il primo, intitolato “Muffa” (2026) è un lavoro minimale, interstiziale e usa l’intera parete come supporto su cui lavorare in modo mimetico e sfidante, andando a colmare i buchi e gli strappi già presenti nella carta da parati con degli interventi disegnati che sembrano fuoriuscire da chissà quale regione remota, rivelando una realtà altra e facendo del difetto un’opportunità. “Troppo poco vuoto” (2026) è invece un grande dipinto leggero e stratificato, che – addizionando strati su strati di tessuti lavorati con inchiostro di china – immagina un bosco dischiuso inaspettatamente nel cuore della casa. Si aggiungono due piccole opere su legno, anch’esse di ispirazione botanica e paesaggistica: due dittici sospesi tra pittura e disegno, lavorati in un prezioso e minuzioso dosaggio di ombre e luci, con una tecnica mista che mescola sapientemente il transfer fotografico, il carboncino, la tempera e il pennarello acrilico.

«Il fulcro della mia ricerca – racconta Dorfmann – riguarda le stratificazioni di piani differenti della realtà che, intersecandosi o sovrapponendosi, ne modificano la percezione. Alcuni tra gli elementi indagati sono l’interno e l’esterno, il presente e la memoria, l’immagine fotografica e il disegno, il verticale e l’orizzontale. L’attenzione al dettaglio e alla ripetizione permette di cogliere differenze impercettibili. I soggetti selezionati sono tratti da fotografie, disegni o incisioni che hanno un legame diretto con la mia esperienza personale, ma essendo immagini essenziali si possono riferire a qualsiasi fruitore. Sono lavori di meditazione e immersione e, nonostante le differenze di dimensione, medium e supporto, hanno in comune la stratificazione, che sia tra diversi tessuti, stampe e fotografie o disegno e carta da parati».

Prediligendo in questa fase della sua ricerca la pittura a olio su tela, ma aperto anche alla sperimentazione di altri linguaggi, come per esempio il video, è proprio dal video che Emanuele Zaccari trae ispirazione per la serie di quattordici dipinti, identici per dimensioni e formato, che sceglie di presentare con un allestimento rigoroso e lineare – quasi filmico – a Casa Vuota. Prendono spunto da fotogrammi di filmati amatoriali di provenienza diversa e girati tra gli anni Cinquanta e gli anni Ottanta, appartenenti dunque a un periodo molto precedente rispetto alla vita del giovane artista (nato nel 2005), di cui Zaccari ha potuto avere un’esperienza soltanto derivata, mediata e mai diretta. La cultura e la tecnologia a essi sottese sono al centro di quello che l’artista descrive come «un fenomeno nostalgico indiretto, una nostalgia forse rafforzata dalla mia esperienza mediata».

Emanuele Zaccari riflette sui rapporti fra le differenti tecnologie e i diversi media, partendo dalla stampa, dalla fotografia e dal video fino ad arrivare alle tecnologie digitali e all’intelligenza artificiale. «Trovo importante – sottolinea – evidenziare e riflettere sulla presenza del filtro digitale, cioè di quell’elemento sempre più presente fra noi e il fenomeno che percepiamo, che comporta una fruizione derivata e non immediata dell’immagine. Mi interessa porre l’attenzione su elementi strutturalmente interni all’immagine, che si distaccano da essa ponendosi su un altro piano, fra l’osservatore e l’oggetto artistico, e creando una distanza che può portare alla riflessione». Il mondo descritto dall’artista nella sua pittura, attraverso la metabolizzazione delle immagini preesistenti, estrapola e rende significativi fotogrammi di un flusso indiscriminato, ormai inconsapevole di sé, dando loro una vita nuova e disordinata e lasciando all’osservatore il compito di ricomporre una narrazione disarticolata, fatta di memorie infantili, reminiscenze militaresche, piccoli gesti di tenerezza quotidiana, spunti casuali e suggestioni di sapore vagamente distopico.

Suren Dorfmann (2005) nasce a Roma e si trasferisce a Rapolano Terme, in provincia di Siena. Studia pittura all’Accademia di belle arti di Roma. A partire dal 2023 partecipa ad alcune mostre collettive. La sua ricerca pittorica è in dialogo con la grafica e si focalizza sulla trasposizione del concetto in illustrazione, con attenzione al contesto storico-culturale. È del 2026 la personale “Riccio nella nebbia” al Palazzo Pretorio di Rapolano Terme, a cura di Francesca Nonne.

Emauele Zaccari (2005) nasce a Roma, la città dove vive, dopo avere abitato per alcuni anni sull’isola di Mahè, nelle Seychelles. Ha studiato alla Scuola romana del fumetto e attualmente frequenta il corso di pittura all’Accademia di belle arti di Roma. Nel 2026 espone al Museo di Roma a Palazzo Braschi nella mostra collettiva “Umani troppo umani (oggi)”, curata da Anna Maiorano, con testi di Livia Romano.