Southern Gothic
Comunicato stampa
Come possiamo onorare il passato e, nello stesso tempo, averne paura, pur vivendo nel presente? Come si possono portare il peso e la gioia della vita continuando a tendere verso qualcosa di migliore? In che modo cerchiamo, o possiamo cercare, di vedere gli altri nella loro pienezza?
Il Southern Gothic è un genere cinematografico e letterario del Sud degli Stati Uniti, associato soprattutto ad autori bianchi americani che raccontano personaggi imperfetti alle prese con fervore religioso, senso di colpa, vergogna e conflitti sociali, in una condizione di sofferenza legata alla sconfitta nella Guerra civile, alla fine delle leggi Jim Crow e alla cosiddetta «fine della schiavitù». In altre opere, le persone nere sono state spesso rappresentate come la fonte stessa di quella sofferenza e di quel dolore, o come incarnazione dell’orrore. Questi temi si sviluppano generalmente in scenari di decadenza, macabri, in rovina e grotteschi. Esiste tuttavia anche una forte tradizione di Southern Gothic afroamericano, che affronta la vita in un mondo «post-schiavitù» tutt’altro che libero, segnato dalle leggi Jim Crow e dal perdurare del terrore razziale. Queste opere sono state forme di resistenza in un mondo in cui alle persone nere veniva negata la possibilità di controllare la propria narrazione.
La mostra nasce in un momento in cui gli afroamericani vivono in un contesto politico che ha su di loro effetti negativi sproporzionati. I loro diritti sono sotto attacco e il clima politico ha aggravato una situazione in cui le persone nere vengono criminalizzate, condannate a pene sproporzionatamente elevate e ritrovate uccise in circostanze misteriose, o neppure tanto misteriose, spesso senza che venga fatta giustizia.
La prospettiva afroamericana sul Southern Gothic ha storicamente affrontato temi come il razzismo, il trauma generazionale, la spiritualità, la nostalgia, la gioia e la resilienza. La mostra esplora questi temi attraverso le arti visive e il lavoro di ciascun artista ne riflette uno o più aspetti. Per me era importante perché, in quanto afroamericana, non volevo contribuire a quella «pornografia del trauma» che talvolta emerge nelle diverse forme artistiche, quando i traumi vengono ricreati in maniera strumentale per suscitare una reazione immediata. Volevo però affrontare l’argomento in modo autentico, pieno e sfaccettato. Continuavo a tornare mentalmente a una citazione di Saidiya Hartman: «Come si può tornare sulla scena dell’assoggettamento senza replicare la grammatica della violenza?» («Venus in Two Acts», 2008, p. 4). Ho scelto artisti che sembrano creare opere fedeli alla propria sensibilità e che non attenuano il loro messaggio artistico né la loro comunicazione personale. Credo che, quando siamo liberi di esprimerci senza pressioni esterne, produciamo l’arte migliore e più autentica. Ho scelto inoltre artisti provenienti da diverse zone del Sud per offrire un’interpretazione più ampia del tema, perché anche all’interno della cultura afroamericana il Sud presenta importanti differenze culturali. Io non vengo dal Sud, ma, come per la maggior parte degli afroamericani, le mie radici familiari sono lì. I miei nonni provengono da Ruleville, Mississippi; Morristown, Tennessee; e Talladega, Alabama. Per me era fondamentale rendere omaggio, per quanto possibile, al Sud nero attraverso questa mostra: è un territorio che custodisce una memoria culturale profondissima, e gli artisti esposti sono custodi di quella memoria.
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