Simon Dybbroe Møller – Buongiorno Signor Courbet

Milano - 03/05/2015 : 31/07/2015

Simon Dybbroe Møller è un artista che attualmente vive a New York. Il suo lavoro spesso adotta quella che lui in questo testo chiama “la pesante architettura del predigitale” o, qualche riga più sotto, “quella che un tempo chiamavamo natura”.

Informazioni

  • Luogo: GALLERIA FRANCESCA MININI
  • Indirizzo: Via Massimiano 25 - Milano - Lombardia
  • Quando: dal 03/05/2015 - al 31/07/2015
  • Vernissage: 03/05/2015 ore 11 - 16
  • Autori: Simon Dybbroe Møller
  • Generi: arte contemporanea, personale
  • Orari: La galleria sarà aperta anche lunedì 4 maggio, ore 12 - 19

Comunicato stampa

Simon Dybbroe Møller è un artista che attualmente vive a New York. Il suo lavoro spesso adotta quella che lui in questo testo chiama “la pesante architettura del predigitale” o, qualche riga più sotto, “quella che un tempo chiamavamo natura”. La sua personale alla 83 Pitt Street di New York sarà in mostra a partire dal 12 aprile, dalle 17 alle 21, e presenterà, tra gli altri lavori, divisori in ceramica trovati nelle toilette per uomini. La sua prossima mostra, “Buongiorno Signor Courbet”, sarà presentata a Milano dalla Galleria Francesca Minini, dal 3 maggio al 31 luglio 2015



Durante un volo transatlantico ho letto un testo di Asta Olivia Nordenhof che raccontava di una donna che si toglie la maglietta e schiaccia i seni contro la pavimentazione di una piazza italiana in un torrido giorno d’estate, per mungere il calore dal marmo o granito e poi premere i capezzoli bollenti contro le palpebre chiuse del suo amante. Mi ha fatto desiderare di essere quella donna, o quell’amante. Ma non finisce qui. Vorrei essere il sole e la pavimentazione, la pelle e il clima, l’architettura, la visione e la storia culturale. In breve, vorrei abitare quell’immagine, non scervellarmi su termini come fluidità, liquidità, o virtuale. In fondo, le nostre città sono ancora costruite sopra fango e tubi. Elaborati sistemi di scarichi, valvole e condutture percorrono ogni frammento di terra che abitiamo, trasportando acqua e scaricando rifiuti organici. Se oggi guardiamo a questi sistemi di tubi, ci sembrano arcaici. Possibile che continuiamo ad affidarci a meccanismi così rozzi? Non appare stranamente obsoleta, la pesante architettura del predigitale? O è solo un sintomo del nostro balzo verso la smaterializzazione il fatto che d’istinto consideriamo questi nessi fisici (tra i nostri corpi e quella che un tempo chiamavamo natura) come una reliquia di un tipo precedente di civiltà, perché la narrazione progressista della tecnologia oscura il loro significato indiscutibile e del tutto contemporaneo?

Mi piace pensare che certe cose inventino se stesse. O vengano alla luce per ragioni così complesse, rimosse o inarticolate che forse è meglio considerarle del tutto indipendenti da noi. Questi oggetti sono scivolati nel mondo o sono emersi muti all’esistenza. Dunque rappresentano articolazioni non verbali del nostro inconscio collettivo. Uno di questi torbidi oggetti si può trovare nei bagni pubblici per uomini. Viene chiamato divisorio, tramezzo, e in inglese, più drammaticamente, shame shield, “schermo della vergogna”. Negli Stati Uniti sono spesso fatti di acciaio, cosa molta appropriata. In Europa tendono a essere in ceramica, e quindi, una volta decontestualizzati, sembrano oggetti più delicati e di pregio. La ceramica, come ci dice la nostra visita domenicale al museo, è ciò che sopravvive di una civiltà.

La ceramica industrialmente plasmata e cotta in fornace è fredda, liscia e facile da pulire, ma la sua superficie è anche quasi lattiginosa nella sua opacità. Ha una profondità. Dipingere queste moderne foglie di fico con un pennello mi ha ricordato gli antichi vasi greci, le estati che Picasso trascorse a dipingere ceramiche, le lavagne bianche, le scritte sui muri delle toilette, le pagine di un libro. Tanto per dire.

La settimana scorsa ho fatto un’esperienza nuova. Una scultura di metalli di scarto di John Chamberlain installata su un elastico pavimento di legno ha cambiato la mia interpretazione del carattere di questi classici lavori. Forse per sempre ma chissà… magari è solo una sensazione effimera. Lo sferragliare assai poco spettacolare che produceva il lavoro mentre gli giravo attorno mi risuona ancora nelle orecchie, come quando esegui un’attività fisica per te nuova e diventi consapevole di muscoli che non sapevi neanche di possedere. Dopo, stare nel tuo corpo ti dà una sensazione diversa.

Sperimentare il peso del corpo di un’altra persona è una delle cose più essenziali ed emozionanti che mi vengono in mente. Sugli aeroplani è il peso complessivo quello che conta, non la pesantezza dei singoli individui. Eppure ancora prima di imbarcarci ci impegniamo in quell’attività così specifica del volo: lo spostamento costante della massa. Se la nostra valigia è troppo pesante al momento del check-in, spostiamo un libro nel bagaglio a mano. Poi ci imbarchiamo, vengono serviti i drink e tutti mangiano, poi iniziano a formarsi le code per le toilette, e invisibili rifiuti corporei cominciano a scivolare nelle avveniristiche tubature di questa macchina incredibile. Eppure tutto ciò non cambia nulla. È qui che capiamo che il peso è costante, che la dieta non ci salverà. È un fantastico modello sperimentale!

- Traduzione da un articolo di Lauren O’Neill-Butler pubblicato su ARTFORUM nella sezione 500 Words -