Se telefonando

Mantova - 22/07/2017 : 27/08/2017

Se telefonando… è il titolo dell’originale mostra collettiva, a cura di Irene Finiguerra e Simona Gavioli che sarà visitabile nei prestigiosi spazi della dimora mantegnesca.

Informazioni

Comunicato stampa

Se telefonando… è il titolo dell’originale mostra collettiva, a cura di Irene Finiguerra e Simona Gavioli, che dal 22 luglio al 27 agosto 2017, sarà visitabile nei prestigiosi spazi della dimora mantegnesca.
Il titolo della mostra evoca una delle canzoni storiche del repertorio di Mina. La cantante presenta il brano per la prima volta, in televisione il 28 maggio 1966, nella sedicesima puntata della trasmissione “Studio uno”

Gli autori dei testi sono Maurizio Costanzo e Ghigo De Chiara, con la musica e l'arrangiamento di Ennio Morricone, che ha raccontato di essersi ispirato al suono delle sirene della polizia di Marsiglia per comporre l'inciso.
La canzone è stata uno dei successi di Mina, ripresa nel tempo da tanti colleghi, quali Orietta Berti, Claudio Baglioni, Nek, Franco Battiato e dalla pubblicità, in particolare gli spot pubblicitari della Barilla. Mina nel filmato dedicato a Se telefonando con la regia di Piero Gherardi (due Oscar per i costumi per“8e mezzo” e “la Dolce Vita”) è avvolta in un costume fatto da “cavi telefonici” e domina dall’alto il cantiere della stazione di Napoli Centrale (progetto del 1954 di P. Nervi, C. Cameli, C. Cocchia, M. Battaglini, B. Zevi, G. De Luca, L. Piccinato, G. Vaccaro): una pubblicità destinata al Carosello e realizzata da grandi artisti che da sola è un oggetto d'arte.
La mostra parte dalla presenza del telefono negli anni del Dopoguerra, attraversa gli anni del boom economico sino alla recente invasione degli smartphone che hanno cambiato il nostro modo di comunicare e che hanno trasformato il telefono in mezzo di espressione artistica, con le possibilità di fotografare, mandare messaggi, mail, indicare le nostro preferenze su Facebook e Instagram.
Oltre la voce che percorreva i fili, ora la scrittura è entrata nel telefono del terzo Millennio e ha saturato il privato, il silenzio con contatti che non cessano di creare una rete virtuale in cui tutti siano protagonisti nostro malgrado.
Secondo Bauman, il più grande sociologo dei nostri tempi, la rivoluzione digitale ci ha imposto di vivere allo stesso tempo in due differenti dimensioni, quella online e quella offline. La Rete, per Bauman, è parte del progresso, ma porta con sé anche un numero di “perdite collaterali” (titolo del suo ultimo libro): l’automatizzazione del lavoro, ad esempio, causa diminuzione di posti di lavoro “umani” sia nell’industria pesante che nel lavoro intellettuale.
La Rete, però, nella visione di Bauman porta con sé anche vantaggi, come la disponibilità quasi infinita di conoscenza: “con un click, Google ci presenta due milioni di risposte, un numero che non potremmo consultare nemmeno in tutta la nostra vita”. Anche questo aspetto, però, ha un prezzo: l’impazienza e la perdita della capacità di conservare conoscenza “dentro di noi”. Sono i server a conservare il nostro sapere, noi possiamo solo consultarlo e questo “avrà un effetto negativo sulla nostra creatività“.
Alla domanda come i social media hanno cambiato le nostre relazioni e la nostra vita, Bauman risponde senza esitazione: “Rendendoci più fragili”.

Obiettivo della mostra è da un lato un percorso storico ma anche intriso di ironia sull'uso del telefono come strumento di comunicazione immediata, di contatto attraverso una voce che attraversa i fili e dall'altro riconoscere come il nostro modo di comunicare sia percorso da una rivoluzione tecnologica che consente connessioni simultanee con il mondo, grazie non solo all'ascolto della voce dall'altro capo della linea, ma anche la visione di immagine siano foto o siano video, alla introduzione della scrittura di mail o di brevi twitter o whatApp.

La sezione degli artisti contemporanei vede la presenza di nomi di artisti storici unita ad artisti di nuova generazione ma già molto affermati. Saranno esposte un’opera di Arman e due di Luciano Pivotto: Trendy, Rivoluzione (2011) una precisa immagine di Iphone, dove la frase che la compone - andate a sterminare quei ratti – evoca un linguaggio violento dal sapore medioevale, che purtroppo è legato alla recente storia della primavera araba e a Gheddafi. Il telefonino è stato in quella occasione uno strumento di collegamento con il mondo con il quale i cittadini di Paesi dove la libertà di espressione è stata per troppo tempo repressa hanno trovato nuovi canali per poter mettersi in contatto e cercare di scardinare il sistema di potere. Pivotto ricorre anche ai linguaggi non verbali come le bandiere della comunicazione marinara per inviarci un messaggio di speranza – HOPE – o di aiuto – HELP: il suo modo di interagire con chi si connette con la sua arte implica sempre un gesto, una azione, mai una osservazione indifferente, di pura contemplazione. L'opera HELP – Incerte patrie è poi la summa della arrogante presenza dei cellulari nel nostro vissuto: una icona in un mondo colorato al centro dell'universo come un Cristo pantocratore in un mosaico di grande effetto.
L'artista bolognese Alessandra Maio affronta il tema della comunicazione guardando a quei messaggeri d'antan, che sono stati i piccioni viaggiatori, che, forse superati dalla tecnologia, ci dicono “Non ho voglia di tonare indietro”, mentre i post-it di tutte le annotazioni per tenere in scacco la nostra distrazione compongono splendidi ricci che si intendono di filosofia: come sostiene la norma del rapporto d'amore perfetto secondo Kierkegaard, la giusta distanza fra due esseri è la regola aurea di un rapporto duraturo. La grande farfalla di Maio con la sua complessa e raffinata composizione di buste ci rammenta un mondo epistolare di buona scrittura e di esercizio compositivo ben lontano dagli stringati twitter o messaggini. Sono tutte opere che richiedono una sapiente regia dei supporti utilizzati – buste, post-it o altro, per raccontare storie quotidiane su cui soffermarsi con attenzione per coglierne l'essenza.
In termodinamica un sistema aperto è un sistema che può interagire con l'ambiente esterno scambiando sia energia (lavoro o calore) che materia. Così l'opera di Marzio Zorio è un collegamento fra più elementi dove suono e luce comunicano una presenza, un contatto, una interazione. In un mondo tecnologico anche un sistema semplice come quello di Marzio Zorio testimonia come il gesto del toccare implica conseguenze attive e l'avvio di una interazione che ci sorprende ma che ci dice che ognuno può dare vita a un incontro, a un fare, se compie anche un atto semplice quale il contatto. Per l’artista mantovana Alessandra Nuzzi il pensiero del "Se telefonando…" la fa catapultare nel passato con la nitida immagine del telefono a cornetta e disco selettore, ritratto anche nell'insegna pubblica degli anni 60’ e 70’. I ritratti fotografici sono quelli di persone all'interno del loro quotidiano; in bici ,in palestra, al parco o in automobile con l'antico apparecchio telefonico in mano, proprio come nelle vecchie cartoline del XX secolo. Nel lavoro dell’artista l’evoluzione di questo pensiero è quello di vedere gli stessi protagonisti che parlano con una cornetta a forma di banana. La banana recupera svariati messaggi simbolici e solletica l'immagine della banana Pop di Warhol, alla musica "la banana" di Michael Chacon e ancora, la campagna contro il bullismo di Oliviero Toscani.
L’artista bolognese Luca Moscariello, lavorando con la pittura e su supporto lineo, propone un’opera rotonda dalla chiara forma di ghiera telefonica e un altro quadrato che ricorda la forma dell’elenco telefonico. Partendo dal pensiero baumaniano, Moscariello ha pensato a quanti e quali degli oggetti e delle pratiche siano caduti in oblio con le nuove tecnologie di comunicazione. “La nostra generazione è l'ultima ad aver conosciuto quell'insegna gialla che segnalava il telefono pubblico e che io ho inteso come una sorta di icona mineralizzata dal tempo e dall'abbandono. Il secondo pezzo del dittico è un'allusione a quei blocchetti di carta, nel mio caso quadrettata, che tenevamo vicino al telefono nel caso in cui ci fosse stato bisogno. Qui la griglia della quadrettatura è consunta e priva di qualunque nota, perché in quest'epoca di appunti e messaggi vocali, scripta volant”.
Raul lavora tra Pescara, Londra e Miami e negli anni ha maturato l’urgenza di lavorare su diversi supporti tra cui la carta di quotidiani e le fotografie di donne di inizio 900. Per la mostra si interrogherà sul valore della scrittura su carta come mezzo di comunicazione sostituito dalla scrittura su tastiera dello smartphone. Inoltre con un intervento su foto d’epoca ci metterà di fronte al selfie antico, quello che le nostre nonne si scattavano con la macchina fotografica con il temporizzatore.
L’artista Giorgio Lupattelli presenta un lavoro prodotto nel 2007, Colony Collapse Disorder in cui l’ape è protagonista. La serie è composta da quattro tavole a forma esagonale (ricordando l’alveare) e un video. In natura l’ape è spesso associata alla metafora della riproduzione, del sesso e dell’organizzazione sociale, inoltre fornisce il miele. Nel 2007/2008 scattò un allarme sulla progressiva moria delle api, fenomeno denominato Colony Collapse Disorder; le cause erano dovute dai pesticidi al riscaldamento del pianeta. Una recente e curiosa teoria (peraltro tutta da dimostrare) sostiene che una delle cause sarebbe l’interferenza delle onde emesse dai telefoni cellulari con il loro sistema di orientamento che li renderebbe incapaci di ritrovare l’alveare. Giovanni Bevilacqua con la fotografia, coglie le persone mentre sono intente a stare al telefono e ne cattura le emozioni. Le opere esposte sono uno sguardo sulla società liquida, composta da immagini mai ferme, da toni che si sovrastano e si sovrappongono. Così, l’artista, raffigura le persone che vede nei “Al telefono gli altri sono trasparenti” (con un chiaro riferimento e omaggio a Prevert, I ragazzi che si amano) l’estraniamento dei giovani dalla società che li circonda. In “rispondendo” la telefonista nel mostrare la dinamicità del gesto è immutata nell’espressione del viso come a riferire un automatismo, senza alcuno stupore o coinvolgimento. Nell’opera “La lite” vi è il culmine figurativo dell’apparecchio telefonico, due persone non riescono più a comunicare ma solo a litigare per sopravvivere l’uno sull’altro, qui il telefono diviene, non più un mezzo di dialogo e comunicazione, ma un sistema di divisione. Al buio di una stanza l’artista Raimondo Galeano, ci farà sognare e ci racconterà il principio di indeterminazione di Heisenberg. Il pittore illuminato, ci farà immergere in una galassia di pigmenti luminescenti. In assenza di luce le impronte degli schermi dei nostri smarphone prenderanno forma e lasceranno la loro traccia nel cosmo. Allo stesso modo anche noi, con i nostri corpi, potremmo lasciare traccia del nostro passaggio e diventare navigatori del cosmo. “Cala la notte” dell’artista GEC è il nome di una serie di work on paper, frutto di un lungo percorso progettuale durato 6 mesi, nel quale l’artista ha raccolto, tramite web e ricerca diretta, 12.000 gratta&vinci usati. Una raccolta che ha visto su tutto il territorio nazionale tabaccai, utenti privati e supporter dell’artista, dare il loro contributo nell’ennesima avventura artistica “collettiva”. Ad affiancarlo nell’impresa artistica anche un gruppo di matematici “Fate il nostro gioco”, che da anni si dedica allo studio e al calcolo delle probabilità di vincita (e quindi di perdita) al gioco e che ha promosso in maniera originale, attraverso questo progetto, i risultati delle loro ricerche mostrando i rischi, le patologie e le future problematiche legate al gioco d’azzardo legalizzato. Il gesto privato del consumo dei gratta&vinci, sembra assumere nella genesi di questo progetto corale e nel suo messaggio ultimo, la dimensione della nevrosi collettiva, del tentativo ossessivo, affidato alla sorte, di ‘svoltarsi la vita’, di raggiungere un’improvvisa ricchezza, agognata come soluzione definitiva di felicità. Migliaia di speranze infrante, sotto forma di gratta&vinci, e milioni di euro sprecati, costruiscono uno scenario di decadenza, tracciando un futuro tutt’altro che luminoso per i giocatori ostinati e per un paese in cui il fenomeno del gioco d’azzardo è in drammatica crescita. Le due opere di BR1, street artist torinese molto attivo nelle capitali europee e noto per le sue donne velate, presentano un paradosso: i migranti che fischiano e l'europeo che non li ascolta da un lato, i migranti assaliti dai giornalisti come fossero dei vip, dall'altro. L'opera invita a riflettere sulla perversione occidentale di voler spettacolarizzare ogni evento, anche quelli drammatici. Il dramma degli sbarchi o dei morti annegati diventano immagini e servizi televisivi trasmessi quotidianamente dai mass media, e noi cittadini ci ritroviamo cosi distanti dalla realtà e incapaci di compiere azioni di aiuto e accoglienza. In questo caso la comunicazione diventa solo spettacolarizzazione, fine a sé stessa. Le notizie passano ma non ci toccano più, diventano solo brusio di fondo, un fischio continuo che tendiamo ad ignorare.
Cristiano Giglioli, “La comunicazione crudele, da Baudelaire a Beckett” fino ad arrivare ai filmati delle uccisioni dell’Isis costruiti con lo smartphone. Per capire il lavoro di Cristiano si guardi la raccolta di Baudelaire, Musa degli ultimi giorni, in cui l’aggettivo “discordante” prefigurava la dimensione della crudeltà su cui Antonin Artaud costruirà successivamente la sua visione teatrale a base di shock nella ricerca di un impatto modificante sullo spettatore. Ciò che dissuona, rompe le sicurezze. Scompone gli schemi d’attesa, apre nuove percezioni alle percezioni delle cose. L’esperienza dello shock, detta anche da Benjamin, è al centro di lavoro di Baudelaire e realizza il primo modello di comunicazione crudele in cui il poeta mette in gioco se stesso, i suoi conflitti, primi di proiettarli sull’altro con una forza persuasiva segnata dalla violenza che l’ha originata.