Se – Atzori | Bessanson | D’Alò

Roma - 15/11/2013 : 22/11/2013

Ai tre giovani artisti scelti per il Se è stato chiesto di “competere”: secondo il suo etimo cum petere, camminare insieme, cercare insieme.

Informazioni

Comunicato stampa

GALLERIA 291 EST prosegue il suo programma d’inaugurazioni parlando di Se, primo appuntamento curato e ideato da Roberto D’Onorio e Vania Caruso riservato ad artisti emergenti volti a condividere l’esperienza quale terreno eterogeneo di confronto. L’esposizione limitata a sette giorni rappresenta uno strumento analitico aperto all'indagine antinomica dell’arte presente, dando respiro alle possibilità che nascono dalla cooperazione e dallo scambio diretto tra diversi artisti.


Se rispecchia la volontà della Galleria 291 est di avere un occhio attento alle libere espressioni tuttora distanti dal peso e dalle convinzioni dell’attuale sistema



A tal fine gli appuntamenti programmati aderiscono all'individuazione di possibili identità in cammino verso una progressiva ricerca di metodo e forma.


Ai tre giovani artisti scelti per il Se è stato chiesto di “competere”: secondo il suo etimo cum petere, camminare insieme, cercare insieme. Il processo spontaneo del confronto porta Lele D’Alò, Roberto Atzori e Giulio Bessanson all’atto di creare un racconto partendo dal proprio vissuto personale, attivato in un dialogo che riconosca una coscienza collettiva.
Le opere in mostra sono legate intimamente dall'indagine formale su sorte, natura e fato, che si fa’ strada tra l’interiorità e l’esteriorità, tra la profondità e la superficie della propria ricerca individuale.
Lele D’Alò parla di se attraverso il rimando ludico al giocattolo. La serie di cinque teche, contenenti la costruzione 3D di scheletri appartenenti a improbabili animali preistorici, apre la mostra suggerendo un nuovo sviluppo intellettivo. Il modellino di legno elevato a reliquia, chiuso e sigillato da un contenitore in vetro, si allontana dalla trasmissione di comportamenti culturalizzati, agendo sul rito del gioco quale messa in scena del conflitto edipico. L’elemento sessuale, suggerito in forma voyeuristica e aperto ai modelli di sviluppo, sottende la futura abitudine al trauma. I protagonisti di Lele D’Alò parlano alle spoglie in mutamento di Giulio Bensasson divenendo parte di un’archeologia del fantastico, in cui l’immaginario coinvolge i modelli naturali conosciuti: l’innesto di materiale organico diviene documentazione scientifica di possibili creature proveniente da universi futuri o passati. I resti scarnificati sono offerti all'osservatore che può studiarne l’anatomia come accadrebbe in laboratorio. L’evasione dalla realtà a favore di una possibile reinvenzione dell’estetica più consona alle tendenze del presente, non esula dal moto perpetuo che agisce sull'opera rendendola sempre diversa, come accade nell'aspetto delle diapositive che accompagnano i cinque lavori diventando paradigma di evoluzione. Le immagini retro illuminate vivono la trasformazione di un istante, una vera e propria metamorfosi, dovuta ad un lungo processo di alterazione in cui le tracce del tempo sotto forma di muffe, funghi e altri microorganismi permettono la visualizzazione delle energie sottostanti. L’opera di Giulio Bensasson domanda all'istallazione di Robberto Atzori di raccontare la memoria del suo passaggio. Nell’opera “Il Piccolo Principe” l’autore usa la traccia del proprio vissuto recuperando i resti della natura coltivata durante la permanenza a Roma. L’archivio vegetale pone in evidenza la radice quale misterioso filo di rinascita spirituale per giungere all'armonia finale con se stesso e con la natura. Atzori utilizza da sempre il gesto come rito apotropaico dove il tempo, la memoria e il dolore, così come la gioia, divengono espressioni libere, spontanee e a volte violente.





ARTIST STATEMENT



ROBBERTO ATZORI

Da quando ho iniziato a produrre immagini, la mia ricerca si è da sempre concentrata su

due elementi chiave delle ossessioni umane: il volo e la morte.

Il volo ha costantemente stimolato la mia produzione e la mia fantasia. La metafora della

libertà è la mia più grande ispirazione.

L’altro elemento fondante del mio lavoro è l’evocazione dell’idea della morte; sono fortemente attratto dalla percezione dell’uomo nei confronti della parola stessa e da quella attrazione/repulsione di ognuno

nei suoi confronti.

L’elaborazioni di questi elementi, mi spinge all’utilizzo di materiali ricercati, non tanto

per il loro pregio, ma per quanto in essi sia inequivocabile l’evocazione di una sensazione.

Questa maniacale ricerca di accostamenti, mi aiuta a indirizzare il lavoro vicino alla sensazione che mi interessa creare nello spettatore, che sia anche solo io.

Il mio lavoro si è evoluto notevolmente nel corso degli anni, ora mi sento più attratto dalla ricerca di varie sensazioni, non più solo una figura estetica, ma un più ampio insieme di percezioni sensoriali, che insieme ne formano una più complessa.



Robberto Atzori, Cagliari, classe 89.

Diplomato presso il Liceo Artistico Foiso Fois di Cagliari. Si trasferisce per studiare scultura prima a Bologna, poi all’ Accademia di Belle arti di Roma. Durante questi anni, viaggia per studio e per vacanza in Europa consolidando la sua ricerca artistica.



GIULIO BENSASSON

I mutamenti naturali mi sono sempre sembrati affini ai mutamenti che l’immaginazione produce nel nostro mondo. Nel mio lavoro tento di rendere visibili i processi che ci portano a creare nuove possibilità e nuove soluzioni a problemi preesistenti, per questo ho adottato l’assemblage: una tecnica che implica un’equilibrata riorganizzazione della materia secondo logiche sempre differenti. Ricomponendo materiali destinati alla decomposizione e ridando loro vita attraverso il procedimento artistico, cerco una congruenza evidente tra natura e artificio, che possa colmare il vuoto tra l’immaginazione e la realtà.

Le “Creature”, infatti, sono per me la testimonianza reale di un mondo immaginario, sono la messa in atto di un processo puramente mentale. Questi oggetti naturali costituiscono un ponte in grado di metterci in contatto con altri mondi contingenti, lasciandoci evadere e liberare la nostra fantasia, nella speranza di ispirarci e spingerci al di là delle nostre capacità.



Giulio Bensasson, Roma, classe 90.

Studia all’Accademia di Belle Arti e lavora come assistente per l’artista Baldo Diodato.

Dopo una breve carriera da illustratore sperimenta quindi l’assemblage, utilizzando spesso ossa animali e

materiali vegetali od oggetti che portino chiaramente le tracce di un processo naturale.



LELE D’ALÒ

Lo spazio intimo è come un embrione dove ci sentiamo sereni e al sicuro, questa la caratteristica che lo rende luogo adatto alla riflessione. Le mie opere rappresentano, anzi presentano un elogio a questo spazio (spirituale, intimo, vitale, strutturale, etc.) analizzando il rapporto tra contenuto e contenitore. Quest’ultimo, riprodotto attraverso un rigoroso artefatto artigianale, diventa una firma distintiva: la Teca, elemento di preservazione e sacralizzazione di un atto, di una traccia, di una storia appartenente ad una civiltà lontana. Ed è proprio all’interno di questa Teca che inserisco contenuti eterogenei, facendo particolare attenzione al valorizzare l’anima e la conseguente personalità dell’oggetto inserito, inaugurando, ogni volta, una situazione che riesca a riecheggi in un modo o nell’altro nella memoria collettiva.



Lele D’Alò, Roma, classe 88.

Laureato in Scenografia all’Accademia di Belle Arti di Roma. Legato per passione/professione all’artigianato e all’arte dell’assemblaggio.