Sarah Ciracì – Meeting the Universe Halfway
Il titolo è tratto dall’omonimo libro del 2007 della fisica e filosofa Karen Barad, e la mostra riunisce nuovi lavori tra video, fotografia lenticolare, film olografico e installazione, il cui filo conduttore è l’indagine sui limiti della percezione e della conoscenza.
Comunicato stampa
WIZARD LAB è lieta di presentare Meeting the Universe Halfway, una mostra personale di Sarah Ciracì. Il titolo è tratto dall’omonimo libro del 2007 della fisica e filosofa Karen Barad, e la mostra riunisce nuovi lavori tra video, fotografia lenticolare, film olografico e installazione, il cui filo conduttore è l’indagine sui limiti della percezione e della conoscenza.
Da oltre tre decenni, Ciracì esplora il complesso rapporto tra esperienza umana, tecnologia e il ritmo accelerato del cambiamento scientifico. Nel corpus di opere concepito per questa mostra, tale tensione prende forma in un confronto con la fisica quantistica e le sue implicazioni filosofiche: l’idea, condivisa tanto dal fisico David Bohm quanto dalla teorica Karen Barad, che il mondo non sia una collezione di entità separate in attesa di essere osservate, ma un tutto indivisibile e intrecciato, sempre in divenire; un’idea per la quale Barad ha coniato il termine “intra-azione”.
Al centro della mostra si trova una fotografia lenticolare di grandi dimensioni, un’opera che, per sua stessa natura, resiste a una lettura univoca e statica. Man mano che i visitatori si muovono davanti ad essa, l’immagine cambia, rendendo visibile un altro concetto chiave della mostra: l’importanza del punto di vista. La superficie lenticolare mette in atto, in termini puramente ottici, uno degli argomenti centrali sia della filosofia di Barad sia della fisica di Bohm: ciò che si percepisce non è mai indipendente dalla posizione dell’osservatore, e la realtà non rimane immutabile per chi la osserva.
Una seconda opera principale trae ispirazione formale dai tagli spazialisti di Lucio Fontana. Se il gesto di Fontana evocava la relatività di Albert Einstein — perforando e incidendo la tela per colmare il divario tra spazio e tempo — Ciracì sposta l’indagine verso il Principio Olografico, esplorato da David Bohm e Leonard Susskind. Il film olografico è un materiale che ha la luce stessa come soggetto: a seconda dell’angolo di incidenza e della qualità della luce, l’opera rivela campi iridescenti e mutevoli che non possono essere fissati né fotografati; agiscono, di fatto, come metafora visiva dell’“ordine implicato” di Bohm, suggerendo una realtà in cui ogni parte contiene le informazioni del tutto.
Ciò che connette le opere in mostra è una riflessione condivisa sul confine tra conoscenza e i suoi limiti, tra ciò che un’immagine rivela e ciò che necessariamente trattiene in relazione al punto di vista dell’osservatore. Barad scrive che la realtà non è indipendente dalla sua esplorazione, ma non è nemmeno semplicemente una questione di ciò che si sceglie di vedere. La pratica di Ciracì abita proprio questa tensione: le sue opere non illustrano idee scientifiche, ma le mettono in cortocircuito. Incontrare il suo lavoro significa vivere la percezione come un evento: parziale, intrecciato, sempre incompleto e in continua evoluzione.
Meeting the Universe Halfway è accompagnata da un testo critico scritto dall'artista e da Gabriela Galati.
Montaggio: Marcello Comoglio.