Revolution from Within

Milano - 07/02/2013 : 29/03/2013

La galleria kaufmann repetto è lieta di presentare la mostra collettiva Revolution from Within, con la quale si intende rafforzare l'attenzione che negli anni la galleria ha mostrato verso artiste donne.

Informazioni

Comunicato stampa

La galleria kaufmann repetto è lieta di presentare la mostra collettiva Revolution from Within, con la quale si intende rafforzare l'attenzione che negli anni la galleria ha mostrato verso artiste donne.

Negli spazi dell'intera galleria saranno esposti i lavori di 12 artiste di generazioni e provenienze diverse, con l'intento di tracciare una mappatura dell'identità femminile, in opposizione ad una tendenza dalle radici storiche profonde, che vede una marginalizzazione della donna all'interno del sistema dell'arte


In questo senso, Revolution from Within (dal titolo dell'omonimo saggio di Gloria Steinem), è intesa come un'attitudine inclusiva di tutte quelle specificità proprie della sfera femminile, spesso segregate a una posizione subordinata e a uno status di alterità.

La mostra vuole esplorare lo spazio di sovrapposizione di categorie all'apparenza inconciliabili, come femminismo e femminilità, la sfera politica e quella estetica, l'ambito domestico e quello collettivo.
L'attivismo può allora convivere con un ornamentalismo portato alle sue conseguenze estreme, come nel lavoro di Andrea Bowers; la sfera più morbosamente privata, come una chat erotica, diventa l'oggetto del lavoro di Frances Stark, che svelando la sua sfera più intima ci porta a riflettere su complessi meccanismi umani e sociali.

L'autorappresentazione della donna passa attraverso l'immagine di una pila di edizioni dello Scum Manifesto di Valerie Solana, come nel caso di Anne Collier, o nella ricontestualizzazione di oggetti smaccatamente femminili, come il tegame-organismo per Yayoi Kusama e il tacco che diventa arma, protesi o pene per Birgit Juergenssen. Quest'ultima in particolare, come altre artiste in mostra, ha saputo coniugare femminilità e femminismo, concependo già negli anni ‘70 un'immagine di donna che trae forza dai propri contrasti.

La fragilità e l'effimero sono messi al centro della scena, come nel lavoro di Nina Canell, o in quello di Ketuta Alexi-Meskhishvili. Ruvidità e delicatezza si incontrano nelle stampe digitali di Marieta Chirulescu, come nei lavori e nelle performances di Lucy Dodd. La scultura di Lutz Bacher è un enorme fegato ma ammicca allo spettatore e si crede un organo sessuale.

Di contro, il ritratto della mascolinità rivela debolezze su cui poter sorridere: i Bad Boys of Harvard di Maria Loboda sono un gruppo di piante in vaso che, come una gang di cattivi ragazzi, si sposta nello spazio ostacolando il passaggio. Gli uomini rappresentati da Goshka Macuga sono body builders circondati da una natura che li soverchia o sonnolenti militanti del Tea Party.

Al di là della specificità di ciascun’artista, la mostra descrive nuove possibilità di conciliazione e piccole ribellioni quotidiane, attraverso il confronto tra voci di donne che hanno avuto la forza di mostrare le proprie debolezze.