Primo Pantoli – Il primo Pantoli

Cagliari - 08/02/2013 : 02/03/2013

Oltre duecento disegni realizzati tra il 1957 e il 1960, quasi tutti inediti, sono presentati per la prima volta nel raccolto ambiente dello Spazio (In)visibile. Un tassello, a nostro avviso fondamentale, per approfondire ulteriormente la straordinaria figura di Primo Pantoli, artista tra i più amati e conosciuti che ha contribuito, col suo lavoro e il suo impegno civile, alla scrittura delle pagine più interessanti della nostra storia dell’arte contemporanea. (Efisio Carbone)

Informazioni

  • Luogo: (IN)VISIBILE
  • Indirizzo: Via Barcellona 75 - Cagliari - Sardegna
  • Quando: dal 08/02/2013 - al 02/03/2013
  • Vernissage: 08/02/2013 ore 18.30
  • Autori: Primo Pantoli
  • Curatori: Efisio Carbone
  • Generi: arte contemporanea, personale
  • Orari: dal giovedì al sabato, orario: 19-21

Comunicato stampa

Visioni di Sardegna

Oltre duecento disegni realizzati tra il 1957 e il 1960, quasi tutti inediti, sono presentati per la prima volta nel raccolto ambiente dello Spazio Invisibile. Un tassello, a nostro avviso fondamentale, per approfondire ulteriormente la straordinaria figura di Primo Pantoli, artista tra i più amati e conosciuti che ha contribuito, col suo lavoro e il suo impegno civile, alla scrittura delle pagine più interessanti della nostra storia dell’arte contemporanea


Correva l’anno 1957 quando un giovane romagnolo, fresco di diploma all’Istituto d’Arte di Lucca, solcò le calme acque del porto di Cagliari per approdare in terra sarda. L’amico Marcello Lucarelli, artista come lui, gli aveva consigliato di cercare lavoro come insegnante negli istituti isolani, al tempo carenti di un corpo docente qualificato nell’arte. Primo, questo il suo nome, portava con sé un temperamento sanguigno e importanti esperienze maturate nel mondo artistico fiorentino. Pochi mesi prima del suo arrivo in Sardegna c’erano state le elezioni regionali, all’incontrastata egemonia della Democrazia Cristiana si affiancava con il suo 17,6% il Partito Comunista. Il primo incarico lavorativo lo portò a San Gavino dove insegnò per due anni nella scuola privata vescovile. Uno dei primi artisti isolani che Pantoli conobbe fu Gaetano Brundu col quale costruì un’amicizia che ancora perdura.
Sfogliando i primi disegni del 1957 sembra quasi di leggere lo scritto di Carlo Sarteschi dal titolo “Pagine di un diario sardo”uscito sul periodico “Le vie d’Italia” nel 1953, edito dal Touring Club Italiano. Le prime intenzioni dell’artista furono infatti quelle di compiere un tour dell’Isola per immergersi nella vita, nei costumi, nelle tradizioni locali, incorniciate da paesaggi esotici e selvaggi, soprattutto nell’entro terra, così come raccontate da una cospicua letteratura di avventurosi viaggiatori del secolo precedente che tanto contribuirono a miticizzare l’immagine della Sardegna. “Ieri abbiamo percorso strade solitarie e toccato paesi un tempo inaccessibili”, così scrive Sarteschi, entusiasta esploratore che sembra aver trovato una macchina del tempo nell’aereo che da Roma lo ha condotto all’aeroporto di Elmas. Anche Pantoli prende la sua macchina del tempo, un più modesto autobus di linea che condivide con i suoi casuali compagni di viaggio, ciascuno immerso nella propria esistenza, che con lui condividono solo il tragitto non certo le intenzioni. Questi primi disegni, che sembrano attingere dalle esperienze di Palazzi l’acutezza dell’occhio per confluire in sintesi plastiche vicine a Giovanni Ciusa Romagna, accennano solo in parte all’elemento folklorico riscontrabile nel sobrio abbigliamento quotidiano dei personaggi ritratti. L’interesse di Pantoli è tutto nel rapporto tra le persone. Lapis, china, penna, e, raramente, il colore, compongono bozzetti realizzati con rapidità ad esclusiva rappresentazione documentaria. I personaggi sono inseriti in contesti architettonici spesso riconoscibili, ma questo non accade sempre. Il paesaggio è raro. Il nome del paese e la data sono presenti a testimonianza della presa diretta. Sintomatici due disegni realizzati sull’autobus: il primo conserva visibile la struttura dell’interno del mezzo con i suoi ampi finestrini dai quali si scorge il paesaggio in movimento, i vani porta valige, i personaggi assorti; nel secondo ogni riferimento spaziale svanisce rendendo il disegno un vero e proprio studio sulle figure. Al primo Pantoli interessa l’umanità, l’introspezione psicologica non è riferita al singolo ma alla collettività. Sono i rapporti sociali ad interessarlo, la comunità. Quasi uno studio sulle società precapitalistiche. “La teoria della società - scrive il sociologo Tonnies alla fine dell’Ottocento - muove dalla costruzione di una cerchia di uomini che, come nella comunità, vivono e abitano pacificamente l’uno accanto all’altro, ma che sono non già essenzialmente legati, bensì essenzialmente separati, rimanendo separati nonostante tutti i legami, mentre là rimangono legati nonostante tutte le separazioni.”
I disegni si riferiscono, in particolare, al paese di Ales: i personaggi muti si aggregano in piccoli gruppi a volte solo maschili o femminili, sostano nelle piazze, attraversano le strade intenti nelle loro faccende di vita quotidiana, si affacciano sull’uscio delle case sui vicoli dalla ripida prospettiva. Pantoli indaga anche i nuclei familiari e non mancano, in fine, robusti ritratti tanto efficaci quanto essenziali. Il colore appare insieme al mare, nelle grandi gru del porto, macchine che ci riconducono al contemporaneo, nelle navi mercantili e in una curiosa partita di pallone tra sacerdoti che sembra quasi ispirare un film di Moretti. Segnaliamo, in particolare, una splendida china che rappresenta sull’uscio di una abitazione un nucleo familiare composto da padre madre e figlia. La donna, avvolta dal suo costume tradizionale sembra essere addirittura sovra proporzionata, il volto è appena distinguibile dall’ampio velo che le copre il capo, la china è pastosa nelle ampie ombre e nei tratti per nulla calligrafici, si assottiglia solo sui ricami del grembiule. Altro lavoro assai interessante è “Romanticismo”, dove una coppia di fidanzati, lui un marinaio, sostano stanti come per farsi ritrarre volutamente dall’artista. In questo disegno troviamo precoci poetiche e stilemi che saranno sviluppate a partire dal 1959: l’utilizzo della china acquerellata, l’amore di coppia, e quel cerchio lunare o solare che da solo basta ad aprire uno squarcio verso il cielo.
Il 1958 fu davvero un anno speciale per l’artista Pantoli.
Lo stato dell’arte che aveva avuto modo di conoscere lo aveva seriamente colpito. Gli artisti operanti nell’isola, salvo poche eccezioni tra cui l’amico Brundu, galleggiavano in un limbo atemporale fatto di stanche rivisitazioni di temi e stilemi ereditati dalle generazioni precedenti. La scuola biasesca, ma anche Filippo Figari, Carmelo Floris, Mario Delitala, Antonio Ballero. La Regione Sardegna aveva assunto un atteggiamento distratto ma paternalistico nei confronti della cultura e in particolare dell’arte. Qualche mostra regionale curata da onestissimi intellettuali come Melis Marini e Ciusa Romagna, alcuni acquisti per le sedi di rappresentanza romane. Ma niente di più. “Senza pensare di scrivere un giudizio particolarmente azzardato e coraggioso si può correttamente affermare che la Sardegna presentava un quadro in linea di massima provinciale, periferico e al di sotto delle aspettative medie che una situazione culturale mutata esprimeva già chiaramente” (S. Naitza, 1977).
Vanno comunque ricordate le forti personalità di artisti di valore come Felice Melis Marini, Stanis Dessy, ma soprattutto Foiso Fois e Giovanni Ciusa Romagna, impegnati negli anni Cinquanta ad inserire il proprio lavoro nell’ampio movimento italiano dell' "impegno sociale", il quale prevedeva l'utilizzo, da parte degli artisti, di una tecnica pittorica rapida ed espressionista e la scelta di tematiche legate alla situazione socio-economica del dopoguerra.
Illuminante appare, a riguardo, l’articolo di Mario Ciusa Romagna apparso sulla Nuova Sardegna in occasione della Mostra Regionale del 1953, dove l’intellettuale si lamenta per lo stato dell’arte contemporanea in Sardegna: “I nostri artisti, se vogliono veramente essere tali, devono farsi “popolo” per vivere con questo le ansie e le fatiche; devono contribuire non solo a migliorare il proprio mondo, ma quello degli altri. Il loro fine non è egoistico ma eminentemente “sociale”. Se tale non fosse l’arte non avrebbe neanche ragione di essere. Potremmo farne benissimo a meno. La teoria del bello come diletto è ormai troppo vecchia anch’essa. Tutt’al più potrà servire ancora a delle chiuse ed inutili conventicole. Noi vogliamo che l’arte divenga “storia” e non passatempo. Fatica e non riposo per l’evoluzione del nostro spirito. E proprio per questo possiamo darle, in senso lato, l’attributo di educativa”.
Non va inoltre dimenticato che nello stesso anno in cui Pantoli arrivò in Sardegna, Mauro Manca, figura di spicco nel panorama culturale isolano, aveva vinto il Premio Sardegna con l’opera aniconica “L’ombra del Mare sulla collina” per le seguenti motivazioni: “opera felice per intensità emotiva di evocazione lirica di un paesaggio severo e affettuoso insieme, che la memoria ha conservato come una rimembranza di cari luoghi e di lontani giorni, e ora restituita da una meditata cultura figurativa moderna, intimamente legata per radici di sentimento a una realtà della vita e della natura.” (La giuria: Elena Baggio, Mario Delitala, Marco Valsecchi, Marco Caria).
Ma torniamo a Pantoli.
Nel febbraio del 1958, esattamente cinquantacinque anni fa, un gruppo di giovani artisti capitanati dal Nostro e da Gaetano Brundu, esposero a Cagliari le loro opere nelle sale messe a disposizione dall’ottico Franz. Questi giovani scapigliati si battezzarono “Studio 58” e posero la loro ricerca in netto contrasto col passatismo pocanzi descritto. La loro provenienza era varia come la loro ricerca ma erano accomunati dall’operare a Cagliari e dall’incontrarsi in uno studio situato nel grande cortile di un vecchio edificio in viale Diaz. I loro incontri erano caratterizzati da continue discussioni sull’arte e la politica: ritagliavano dai giornali articoli e fotografie dedicate alle correnti artistiche internazionali, le sottoponevano a giudizio e a continui confronti con la situazione artistica locale; questi ritagli venivano incollati in preziosi quaderni purtroppo smarriti. Il loro malessere era soprattutto legato alla gestione dell’arte che da “cosa pubblica” era in realtà divenuta passatempo elitario condotto da pochi. Per entrare nelle sale votate alle mostre bisognava fare carte false, compromettersi per allinearsi al gusto perbenista di circoli, associazioni, politici, giornalisti e critici benpensanti. I loro nomi, oltre Pantoli e Brundu: Italo Agus, Antonio Atza, Giovanni Fiori, Mario Civale, Luigi Fallani, Foiso Fois, Marcello Lucarelli, Mirella Mibelli, Luigi Pascalis, Rosanna Rossi, Axel Shmidt Walguni. La stampa, in un primo momento non dette peso a questo Salon des Refusés che invece colpì e scandalizzò l’opinione cittadina. Scandalo e imbarazzo ci mostrano non tanto la portata rivoluzionaria delle opere presentate dal gruppo, i cui meriti vanno ricercati in un allineamento doveroso alle correnti artistiche contemporanee extra-isolane, ma al livello di provincialismo raggiunto dall’opinione pubblica locale sull’arte. Sarà invece la stampa nazionale a dare risalto alla mostra di “Studio 58”.
Le esposizioni del Gruppo continuarono. Nel mese successivo vennero invitati a San Gavino Monreale dall’Amministrazione comunale; in questa occasione espose per la prima volta Tonino Casula. I riconoscimenti non tardarono, a testimonianza di ciò ritroviamo “Studio 58” al Primo Convegno regionale della cultura sarda indetto da Ichnusa che si tenne a Nuoro nello stesso periodo. Mario Ciusa Romagna tenne una relazione tra arte e cultura a nome anche del gruppo. La stampa non tardò a spezzare il silenzio e, in occasione di una nuova mostra dall’ottico Franz, Francesco Masala dedicò una lunga recensione sul quotidiano L’Unione Sarda. Da questo momento sarà lui, in particolare (spesso con critiche eccessivamente dure), a seguire la vita del gruppo fino al suo naturale scioglimento a circa un anno di distanza dalla costituzione e dopo altre interessantissime esposizioni. Le personalità di spicco del gruppo, tra cui Pantoli, continueranno comunque a portare avanti una propria ricerca e non mancheranno altre felici aggregazioni sempre fortemente volute, curate e ideologicamente sostenute dal nostro artista, insieme alle eminenti personalità che assumevano la docenza di Storia dell’Arte all’Università di Cagliari e che garantivano un fondamentale e robusto supporto critico alle operazioni artistiche presentate: Corrado Maltese, Gillo Dorfles, Marisa Volpi Orlandini, Salvatore Naitza.
All’intensa attività pittorica di Pantoli si contrappunta un esiguo corpus di disegni, datati 1958, perlopiù inseriti in un quaderno di schizzi che l’artista si diverte a modificare in “scherzi”. I temi sono gli stessi che abbiamo descritto per i disegni dell’anno precedente ma la tecnica evolve in un tratto sempre più libero e spregiudicato. Non mancano vigorosi ritratti di figure in costume che ricordano capolavori xilografici appartenenti alla gloriosa scuola sarda del ‘900. L’accostamento al mondo dell’incisione fiorirà, in un futuro non tanto lontano, e porterà Pantoli ad essere uno dei principali maestri di questa difficile arte a livello nazionale ed internazionale. Lo studio dell’acquerello traspare nelle pagine degli album ora sovrapposto alle chine, ora libero e puro in campiture squillanti e al limite del figurativo. Scorrono davanti a noi delicate marine, corpulenti tori immersi nel colore, figure maschili e tante donne, figlie, spose, madri ancora distanti da quell’indagine erotica che sarà impeto e ansia degli anni successivi, sembra quasi di trovare quello stesso rispetto che aveva provato Bernardino Palazzi nel ritrarre le donne sarde, figure sacre inviolabili nei loro variopinti costumi tradizionali, icone senza tempo e senza sensualità.
Il 1959 è segnato dalla realizzazione di importanti mostre personali. Ricordiamo due mostre cagliaritane: la nutrita esposizione al Gabinetto delle Stampe e la successiva presso la galleria “Il Cenacolo”. Delle mostre di Pantoli si occupano quasi tutti i giornali sardi a riprova che l’azione di “Studio 58” aveva ormai sortito il suo effetto. Alla critica in chiaroscuro di Masala si accostarono le voci entusiaste di Vittorino Fiori e Paolo Sanna e non mancarono riconoscimenti e premiazioni in campo nazionale. L’anno segna uno spartiacque fondamentale nell’opera di Pantoli e, per quanto ci riguarda, nel disegno. I grandi maestri del ‘900, padri delle più importanti correnti d’avanguardia internazionale, entrano come linfa vitale nei suoi lavori. Per intenderci, sembra accada ciò che al grande genio salisburghese provocò lo studio del contrappunto di Bach ed Hendel dal quale scaturirono immensi capolavori dalla modernità sconvolgente. Matisse, Bonnard, Picasso, Chagall costituiscono modelli che tramutano il disegno, prima studio o impressione documentaria, in opera d’arte compiuta. Ma non solo: come ebbe ad accorgersi Mario Ciusa Romagna, “la sua grammatica e sintassi le ha piuttosto acquisite a contatto dei grossi modelli del rinascimento e primo novecento toscano durante gli anni di accademia”. Le chine acquerellate sono meraviglie di intima e misurata poesia mai urlata, come negli oli, nei manifesti o nelle vibranti incisioni, ma sempre sussurrata all’orecchio di pochi privilegiati. L’eros inteso platonicamente come ricerca di completezza è il motore pulsante di molti di questi disegni e illumina di nuovi colori anche le tematiche già in precedenza trattate, in particolare ci riferiamo alla figura della donna che ora si spoglia spesso dei suoi abiti per mostrare le carni, i glutei, i seni, ma l’amore nobilita ogni gesto. Sono gli occhi di Pantoli sempre, costantemente, curiosi e innamorati “voi che sapete che cosa è amor, donne, vedete s’io l’ho nel cor” canta Cherubino il giovane paggio delle Nozze di Figaro risvegliando voluttuosi desideri nella Contessa e nella sua cameriera Susanna. I disegni sono, inoltre, caratterizzati da titoli estesi o brevi poesie. Accade così che in una splendida china acquerellata dal vorticoso segno sia riportata in basso la seguente poesia: “Io t’amo e la mia vita è chiusa nello scrigno delle tue mani, ma se impazzissi e fossi occhi nei tuoi occhi chi mi salverebbe?” (Pantoli, ‘59). Il rapporto tra uomo e donna trascende così tanto il particolare da assurgere anche a metafora di luoghi: in un’altra preziosissima china acquerellata intitolata “Toscana”, un notturno degno di Chopin, la donna, sospesa come una figura chagalliana, rispecchia nelle sue forme la dolcezza delle colline delle campagne toscane mentre l’uomo, stante, affonda le sue radici in essa come fanno i filari di cipressi negli scorci più suggestivi. L’amore tra l’uomo e la donna non è comunque l’unico tema trattato. Alcuni disegni sono dedicati al lavoro o più in generale alla condizione dell’essere umano. Ricordiamo uno splendido variopinto disegno dedicato all’albero della cuccagna, “Gli artigiani torneranno al loro lavoro o noi emigreremo” così fortemente innovatore nei suoi valori astratti, “Noi siamo liberi” splendido monocromo carico di valenze simboliche. Interessantissime risultano alcune vedute aeree spesso rappresentanti spazi urbani che non esitano a confondersi con le ragioni dell’anima: se quel giorno la piazza era assolata eccola nel ritratto allagata di giallo limone. Non mancano i riferimenti al Picasso cubista e allo stesso del ritorno all’ordine come nel “Ritratto”, una grande testa femminile, o nel “Circo”, una massiccia cavallerizza colta durante uno dei suoi numeri acrobatici.
Il 1960 è l’anno della memorabile mostra al Portico di Sant’Antonio a Cagliari dove confluirono molti degli artisti di “Studio 58”. Nel catalogo ritroviamo sintetizzate le ragioni che spinsero gli artisti ad organizzare questa nuova operazione, in esse si trova finalmente chiarita la mission del gruppo: “la ricerca di un contatto di massa, di un confronto pubblico entro il territorio pubblico” (S. Naitza, 1977). Dalla corposa esposizione emergono ancora una volta le forti personalità di Pantoli e Brundu, il primo con i suoi oli “illuminati dalla poetica della materia e dai bagliori neofigurativi” (S. Naitza, 1977) e il secondo con i suoi sacchi accostati ai capolavori informali di Burri anche se in realtà da lui superati per approdare ad esiti più minimalisti e lirici. Ricordiamo la partecipazione, per la prima volta, di Nino Dore e Ermanno Leinardi, quest’ultimo figura rilevante per la futura corrente transazionale teorizzata e fondata da Tonino Casula. Pantoli e Brundu proseguirono il loro sodalizio decidendo insieme di aderire al “Gruppo di Iniziativa per un impegno democratico e autonomistico della cultura in Sardegna” fondato nel luglio dello stesso anno e caratterizzato da una forte componente politica di sinistra i cui intenti si esplicitavano, in particolare, in una serie di dibattiti pubblici. La mancanza di mostre collettive che traducessero in operazioni artistiche i risultati di questi nuovi progetti non frenò l’attività espositiva personale. Pantoli espose i suoi lavori alla Galleria Woodstock di Londra ottenendo grande successo riportato dalle testate nazionali e dalla RAI; l’artista ricorda che durante la sua mostra alla galleria ci fu una conferenza di Fellini e Nantas Salvalaggio fece la critica dei suoi lavori su Radio Londra. Sono di questo periodo le opere materiche, unico momento informale nella produzione di Pantoli.
I disegni, in particolare ci riferiamo alle chine acquerellate, non mostrano sostanziali evoluzioni rispetto all’anno precedente, se non in una maggiore sintesi delle forme e in una più approfondita sperimentazione delle possibilità di interazione tra l’acquerello e la china. Minuscole barbe fuoriescono dal disegno inchiostrato, per effetto dell’acqua, divenendo veri e propri elementi funzionali all’estetica dell’opera. Il legame col mondo dell’incisione è innegabile. Il tema della donna madre-amante continua ad essere prioritario. Non mancano gli autoritratti. Dalla sintesi dell’impianto strutturale delle composizioni scaturisce una prospettiva che potremmo definire emozionale: nei gruppi familiari solitamente la figura femminile è in primo piano e cura direttamente il rapporto col figlio, prima di tutto è madre, sarà forse vero, come dice Nietzsche, che “l'uomo è per la donna un mezzo: lo scopo è sempre il figlio?”. Il maschio appare sovente alle spalle, a volte addirittura fuori da quelle che sembrano finestre; egli osserva, anzi, contempla in mistico silenzio il rapporto d’amore assoluto tra creatrice e creatura. Sotto questa luce Pantoli non potrebbe mai definirsi ateo. Del 1960 è anche il disegno intitolato “Carro” scelto come manifesto di questa mostra. Rappresenta un uomo libero, forse è proprio lui che volge lo sguardo a un passato recente e si ricorda dei suoi primi giorni nell’Isola quando tutto era ancora un’avventura, i luoghi le persone, i ritmi, l’arte. Chi avrebbe mai detto che tanta passione lo avrebbe portato così lontano fino ad essere il più esperto e il più critico della contemporaneità sarda, ma, soprattutto, chi avrebbe mai detto che della Sardegna sarebbe stato il più innamorato.






Bibliografia

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