Non c’è + nessun Virgilio a guidarci nell’Inferno

Treviso - 20/11/2021 : 05/12/2021

Una mostra collettiva, un viaggio esperienziale.

Informazioni

Comunicato stampa

“C’è una fantasia che non può che supportare
tutti coloro che della struttura si vogliono
non-zimbelli, ed è questa: la loro vita non è altro
che un viaggio. La vita è quella del viator. Sono
quelli che, in questo mondo, dicono, sono stranieri.”
(1)
Con il patrocinio della Città di Treviso, NON C’È
+ NESSUN VIRGILIO A GUIDARCI NELL’INFERNO
è un progetto corale per voci sole costruito
durante l’anno dantesco su richiesta di
Opendream, area multidisciplinare e transculturale
che occupa gli affascinanti spazi dell’archeologia
industriale delle Ex Ceramiche Pagnossin
a Treviso

Luogo che era spazio di lavoro, e che
è ora possibile rivedere in qualità di spazio pubblico
polifunzionale, destinato a molteplici usi.
Opendream è un importante polo attrattivo con
notevoli flussi turistici di qualità e portata culturale
ed esperienziale. Snodo di accorta gestione
del territorio green e sostenibile, e autorevole
centro congressuale grazie alla sua vocazione imprenditoriale,
storica e attuale, vive dell’accelerazione
di idee e progetti tra competenza pubblica
ed energia privata.
NON C’È + NESSUN VIRGILIO A GUIDARCI
NELL’INFERNO prende spunto dall’immensa
metafora dantesca e ci invita a entrare e transitare,
alla ricerca di una guida che sappiamo
non esserci, non hic et nunc. Gli stessi processi
partecipativi messi in atto dal gesto artistico e
dalla presenza dell’opera, tentano di ridefinire la
percezione comune del nostro stare nel mondo,
rideterminandone gli equilibri - fuori e dentro lo
spazio-mostra - tra gli interessi dei diversi attori
in gioco: attivi come gli artisti; voyeuristici come
coloro che scelgono di essere solo spettatori;
moltiplicativi per coloro che vivono l’esperienza,
dell’arte e della vita tutta, pronti a mettersi in gioco,
abbandonando le certezze, analizzando i fatti,
aprendosi alle diversità. Si tratta di proporre multiformi
pratiche attive dell’Arte Contemporanea:
azione, postproduzione, riutilizzazione, riqualificazione
in un luogo differente da ogni altro spazio
pubblico e per questo elemento accrescitivo
e dispositivo straordinario atto a unire il centro
storico alla periferia fabrile, le strade cittadine
all’area aeroportuale, la pista green alla magnifica
campagna trevigiana arrivando e partendo
da Venezia, come da Padova, Trieste o Cortina
d’Ampezzo.
«Diventare, in mezzo alla finitezza, una cosa sola
con l’Infinito ed essere eterni in un momento del
tempo, questo impegno verso di sé nell’al di qua,
nessuna remissione all’al di là – «è l’immortalità
della religione». (2)
Romano ABATE - Alice BIBA - Francesco BOCCHINI - Ludovico BOMBEN - Giorgio CASSONE
Giuseppe CIRACÌ - Boris CONTARIN - Marie DENIS - Silvia LEVENSON - Giulio MALINVERNI
Gianni MORETTI - Maria Elisabetta NOVELLO - Michelangelo PENSO - Antonio RIELLO
Progetto di Martina Cavallarin
A cura di Martina Cavallarin, co-curatore Antonio Caruso
Opendream
26 ottobre - 5 dicembre 2021
IL PERCORSO ESPOSITIVO
La mostra si propone come un percorso individuale,
perché quello tra esistenza e individualità
è un confronto che, ieri come oggi, e più che
mai oggi, si sta perpetrando. Individualità dell’artista
e la sua opera nello spazio di un progetto
e nell’epifania della mostra, e quella dello spettatore
che viene richiamato da una curiosità e
nell’inciampo con l’opera d’arte deve cercarsi e
ritrovarsi. Perché siamo, tutti, individui soli in un
viaggio nel tempo sospeso nel quale la mancanza
di certezze e l’assenza di una guida sono gli unici
pilastri che edificano il presente. L’esperienza che
ci propone NON C’È + NESSUN VIRGILIO A
GUIDARCI NELL’INFERNO, con il segno + che
sostituisce la parola, urbanizzando la locuzione
come la scritta a spray su muro da cui è stata
presa, è un’immersione in un viaggio intrapreso
un passo alla volta. Ciascun Passo è cadenzato
da alcune componenti peculiari e uniche, per un
viaggio solitario, differente ma complementare.
Gli artisti invitati a creare un’architettura ulteriore
rispetto al piano curatoriale, lavorano tra griglie
orizzontali e verticali confrontandosi ed esprimendosi
mediante pittura, scultura, fotografia,
installazione e azione, per un’esperienza pluridisciplinare,
vero nutrimento atto a donarci gli strumenti
di reazione a questo tempo sospeso: analisi,
adattamento all’ambiente, abbandono delle
certezze, partecipazione collettiva di organismi
singoli, crescita nelle differenze, predisposizione
allo stupore.
Il Passo 1 si compie appena varcata la soglia
d’ingresso. Una traiettoria nell’abisso dell’individualità,
quella imperante dell’oggi, nella quale
viviamo un rapporto immediato e diretto con l’infinito:
un’unità irripetibile di finito e non finito che
non si lascia assorbire in alcun sistema di ordine
razionale e totalizzante, ma che l’esperienza
dell’Arte aiuta a rendere colma di bellezza e intensità
di senso. Muovere i propri passi sul tappeto
di cenere di Maria Elisabetta Novello significa
sancire la propria apparizione: IO SONO QUI
è asserzione dell’artista, ma anche asserzione
dell’opera e asserzione di chi ci cammina sopra.
Calpestarla significa entrare nella sfera personale
dell’altro, provocare qualcosa forzando l’ordine
delle cose, mettendo disordine, entrando in
stretto contatto con l’opera fino a provocarne
la sparizione. Una telecamera a circuito chiuso
riprenderà le fasi di allestimento del lavoro e il
passaggio degli spettatori per un’operazione di
documentazione che lavora su tempo e spazio
senza ammettere repliche.
Il Passo 2 è un’immersione nella pittura italiana,
qui rappresentata da punti ciano, rappresentazioni
storiche e brani di anatomia dei piccoli superbi
dittici di Giuseppe Ciracì e dai dipinti di grandi
dimensioni, 3 metri per 2, del talentuoso Giulio
Malinverni che ci costringe a un’apnea in atmosfere
surreali tra paesaggi primordiali e contemporaneità.
Il Passo 3 è concentrazione dello sguardo in
senso orizzontale, prima entrando nella stanza
semibuia che stimola la nostra percezione grazie
al dispositivo artistico di Boris Contarin, e
tornando indietro analizzando i grandi tavoli da
lavoro abitati dalla vegetazione tra naturale e artificiale
di Marie Denis. Con un altro passo si
arriva alla selva matrigna di Francesco Bocchini,
intrico di foglie e spine metalliche di 5 metri di
lunghezza per 3.5 di altezza; le sensuali sculture
dipinte di Alice Biba sono sosta tra morbidezza
della forma e fierezza della materia.
Il Passo 4 è un viaggio tra installazioni dalla geometria
e dall’assetto verticale, dall’alto verso il
basso e viceversa. Il manto d’oro, come il vello del
Crisomallo che presta il titolo al lavoro è il grande
monotipo xerografico su carta velina fustellata a
mano di Gianni Moretti; nel Forno Hoffmann la
Ferula di Ludovico Bomben è ieratica apparizione
luminosa che dialoga con la fotografia della
performance eseguita in collaborazione con Michele
Tajariol nella quale compaiono le loro due
figure dal mistico sapore. Il vestito appeso di
Silvia Levenson e la sua casetta in plexiglass
segnano un passaggio straniante che ci trascina
a crede qualcosa che non è mai come sembra.
Blackcircuit di Michelangelo Penso è una sorta
di macchina medievale, un nero oggetto appeso,
alienante e potente, uno stargate che ci traduce
in uno stupefacente viaggio. E cosa può il viandante
chiedersi nel terminare il suo quarto passo
se non dove lo possano condurre gli animali e le
vespe senza capo né coda di Antonio Riello?
Il Passo 5 è accesso alla grande sala post industriale
nella quale le sculture tra legno, corde,
ferro e collage di Romano Abate sono totem
arcaici, salti tra passato e presente, giganti che si
stagliano possenti davanti a noi.
Il viaggio nella mostra è costellato dall’incontro
con i pannelli dalle frasi lapidarie di Giorgio Cassone,
tra i quali il lavoro che dà il titolo al progetto,
citazione di una frase letta dall’autore sul muro
di una casa popolare nel sestiere veneziano di
Cannaregio e quindi ripresa e riportata con altro
stile. Le tavole di legno industriale sono combinazioni
di decine di ritagli di giornale impressi in
negativo e sormontati da proposizioni e interrogativi
costanti sulla nostra condizione personale
e collettiva. Ogni spettatore è invitato a sfogliare
le tavole impilate come fossero in un deposito e
scegliere quella con la frase che ritiene più vicina
al suo pensiero, o più stridente, poco importa,
per un meccanismo partecipativo, un atto di
presenza assertivo sempre implicito nel fare e nel
guardare all’opera d’arte.
Scrive Gilles Deleuze a proposito dell’interesse
di Carmelo Bene per ciò che è un personaggio
minore o maggiore: “Il divenire, il movimento, la
velocità, il turbine, si trovano in mezzo. L’interessante
è in mezzo, ciò che succede nel mezzo (au
milieu). Il mezzo non è un media, è invece un eccesso.
Le cose crescono nel mezzo. Era questa
l’idea di Virginia Woolf. E il mezzo non vuol dire
affatto essere nel proprio tempo, essere del proprio
tempo, essere storico; al contrario. È ciò per
cui i tempi più diversi comunicano”.
Romano ABATE - Alice BIBA - Francesco BOCCHINI - Ludovico BOMBEN - Giorgio CASSONE
Giuseppe CIRACÌ - Boris CONTARIN - Marie DENIS - Silvia LEVENSON - Giulio MALINVERNI
Gianni MORETTI - Maria Elisabetta NOVELLO - Michelangelo PENSO - Antonio RIELLO
Progetto di Martina Cavallarin
A cura di Martina Cavallarin, co-curatore Antonio Caruso