Nicola Melinelli – Cascate d’acqua

Bologna - 22/11/2014 : 31/01/2015

Nicola Melinelli, presenterà un insieme di nuove opere, dove il focus centrale della ricerca sembra essere la disamina di una struttura.

Informazioni

  • Luogo: CAR DRDE
  • Indirizzo: Via Azzo Gardino 14a - Bologna - Emilia-Romagna
  • Quando: dal 22/11/2014 - al 31/01/2015
  • Vernissage: 22/11/2014 ore 18
  • Autori: Nicola Melinelli
  • Generi: arte contemporanea, personale
  • Orari: da giovedì a sabato ore 15-19,30

Comunicato stampa

Fuori dal labirinto
Messi di fronte a un labirinto, la domanda potrebbe nascere spontanea: qual è il senso di questa architettura che abbiamo davanti?
Nel suo complesso di stradine e corridoi configurati nello spazio in modo logico e razionale, il labirinto è concepito per soddisfare uno scopo illogico e irrazionale: la perdita di se stessi. All’interno del labirinto ogni riferimento è sottratto, gli spazi sono indistinguibili. Una volta dentro, l’unica cosa da fare è proseguire da una parte all’altra senza criterio, insomma accettare di perdersi

Da persi, la scommessa consiste poi nel ritrovarsi, nel dare inizio a una serie di tentativi ed errori che prima o dopo dovrebbero portarci alla meta: l’uscita dal labirinto.
È un’architettura che non è fatta né per contenere né per espellere l’uomo, ma per farlo transitare. Funziona attraverso un meccanismo di attrazione-repulsione: quando sei fuori, vuoi entrarci, e non appena sei dentro, devi uscirne. Ma entrare nel labirinto con il filo di Arianna, quindi con uno strumento che ti consenta di uscire facilmente, equivale a barare. Se decidi di entrare nel labirinto, accetti le regole senza farti domande, altrimenti tutto il senso di questa architettura viene meno e si disfa sotto i nostri occhi come un castello di carte.

Dentro il labirinto
A prima vista ci sono delle seducenti composizioni policrome che chiedono di essere guardate.
I colori vivaci contrastano con la severità della forma. Sembra un sistema di equilibri in cui ogni elemento è indispensabile all’altro per il funzionamento generale, ma l’occhio non è in grado di fissarsi su un punto solo, su un’unica porzione di colore. È come se ciascuno di questi elementi agisse per sé, negando qualsiasi gerarchia, e reclamando l’attenzione di chi guarda altrove: se osserviamo il giallo, il vicino rosso si dimena chiedendo di guardare nella sua direzione. Veniamo continuamente interrotti, come se leggessimo una poesia ad alta voce con il singhiozzo.

A prima vista c’è un tracciato rigoroso, compiuto con precisione matematica.
L’insieme caotico delle cromie si regge su questo disciplinato frazionamento dello spazio che dà alle superfici un aspetto monumentale, come se si trattasse di un disegno tecnico per la progettazione di un edificio. Un edificio assurdo, paradossale, ma stabile e compiuto come una monade che ci inviti a entrare senza farci domande. Se accettiamo l’invito, dobbiamo lasciare fuori ogni pretesa di fissare un orientamento, magari essere disposti a sostituire il nord con l’est e l’ovest col sud. Dobbiamo perderci, seguire una linea come seguiremmo la strada di un labirinto: non sappiamo se questa ci porti all’uscita o a un vicolo cieco. Quella che pensiamo sia una superficie su cui camminare può a un tratto rivelarsi un muro contro cui sbattere. La stabilità dell’edificio viene messa in crisi nel momento in cui ne varchiamo la soglia. L’interno è instabile, mutevole, come costruito su una serie di errori, l’edificio potrebbe crollarci addosso da un momento all’altro e per uscirne possiamo solo, come in un labirinto, fare una serie di tentativi.
In un racconto di Italo Calvino, un personaggio prova ripetutamente a evadere da una prigione, attraverso una serie di scavi tra le rocce che ogni volta lo riconducono nella stessa cella, mai fuori. Prima di progettare ogni tentativo di fuga, il personaggio compie una sequenza di calcoli dai quali emerge che sicuramente ce la farà. Puntualmente fallisce. Allora torna sui suoi calcoli, fa qualche correzione qui e lì, e ritenta. Un altro fallimento, ricomincia daccapo, e così via. Il personaggio è convinto che per fuggire dalla prigione debba fare tutti i possibili tentativi, finché l’errore di base che vizia i suoi calcoli finalmente gli si riveli e, correggendolo, riesca a fuggire.
Conviene ricominciare.

A prima vista ci sono alcune unità chiuse costruite attraverso una commistione di linguaggi diversi. Una pittura che acquista volume e spazialità, si allontana dalle pareti e occupa il nostro stesso spazio. Non ci troviamo su un piano diverso rispetto a quello delle opere, scopriamo anzi di trovarci nella loro stessa area.
La visione, da frontale, si fa anche verticale. Dall’alto la vista cade a strapiombo sull’opera, tenta di scrutarne l’interno per vedere com’è fatta, ma senza riuscirci. L’opera infatti si sottrae, ne siamo come respinti.
Forse siamo messi di fronte non alla costruzione di un linguaggio che si palesa razionalmente nella logica successione di significanti e significati, ma davanti alla sua decostruzione. Un sistema imperfetto che esibisce limiti, scarti, aporie, e non chiede di essere circoscritto tramite definizioni o chiusure.
Un’operazione metalinguistica: un linguaggio che parla di sé, così come avviene in natura. Se osserviamo una cascata, non pretendiamo che questa ci dica qualcosa in più del suo semplice esistere come cascata. Possiamo lanciare dei piccoli sassi – decidere di interferire minimamente con il violento scorrere dell’acqua – e aprire un minuscolo squarcio attraverso cui vedere, per un istante, cosa c’è al di là della cascata. Ogni volta che lanceremo un sasso ci sembrerà di scoprire cose nuove e diverse.
Di fronte a queste opere, le nostre ipotesi sono continuamente ribaltate e siamo costretti ogni volta a ricominciare da zero e creare nuove aperture in cui inoltrarci. Quando crediamo di essere giunti a una definizione – a una via di fuga – veniamo subito smentiti. Queste opere sono in grado di costruire labirinti mentali in cui far smarrire chi le osserva, suggerire pensieri e immagini che si susseguono e intersecano tra loro senza discontinuità.
Messi di fronte a un labirinto, così come a un fenomeno naturale, non dobbiamo pretendere che questo ci dica qualcosa in più del suo semplice esistere come labirinto. Dobbiamo entrare per il gusto di perderci e scommettere di ritrovarci dopo una serie di tentativi ed errori che prima o dopo ci porteranno all’uscita. Chi osa entrare nei labirinti di Nicola con il filo di Arianna, alla fine si troverà con un’inutile matassa aggrovigliata tra le mani.

Testo Dario Giovanni Alì.


Nicola Melinelli (Perugia, 1988). Vive e lavora a Bologna. Ha studiato presso l’Accademia di Belle Arti di Bologna
Tra le sue mostre ricordiamo: ‘’Hosting INTERNO4 Bologna#2’’ progetto con Interno4 curato da Host (2014); ‘’Quadrato’’ progetto con Interno4, VID Bologna (2014); ‘’Actiniaria’’ A+B contemporary art Brescia (2013-2014); ‘’Elephant Talk’’ a cura di Andrea Kvas CAR drde Bologna (2013); ''Romantic Duo'' presso LA GAD Galerie Arnaud Deschin. La Friche Belle de Mai, Marsiglia (2013); ''Oltre il pensiero'' Palazzo Guaineri delle Cossere Brescia (2013); ''TRE/Caduta di stile'' INTERNO4 Bologna (2013).
Nicola Melinelli è uno dei fondatori di INTERNO4, spazio no profit per l’arte contemporanea con sede a Bologna.