Nazzarena Poli Maramotti / Marina Caneve – Ci passiamo tutti
La mostra mette in dialogo le ricerche di Marina Caneve e Nazzarena Poli Maramotti, che attraverso fotografia e pittura interrogano il paesaggio sottraendolo a una lettura antropocentrica e riportandolo a una dimensione primordiale.
Comunicato stampa
Il vedere precede le parole.
Lo sguardo anticipa ogni forma di comprensione del mondo.
John Berger, Questione di Sguardi, 1972.
Mercoledì 18 febbraio nella sede milanese di Artcurial, inaugura la mostra “Ci passiamo tutti” di Marina Caneve e Nazzarena Poli Maramotti, curata da Andrea Tinterri e Luca Zuccala.
La mostra mette in dialogo le ricerche di Marina Caneve e Nazzarena Poli Maramotti, che attraverso fotografia e pittura interrogano il paesaggio sottraendolo a una lettura antropocentrica e riportandolo a una dimensione primordiale.
Entrambe le pratiche si muovono verso un grado zero della rappresentazione, in cui la natura non è sfondo né costruzione simbolica, bensì presenza autonoma, antica e successiva all’umano. Pur operando all’interno di linguaggi connotati da una relazione di controllo sul reale, Caneve e Maramotti sospendono ogni desiderio di appropriazione: lo sguardo si fa consapevole della propria marginalità.
Il progetto On the ground among the animals (2015–2024) di Marina Caneve nasce in relazione alla rete europea Natura 2000. Si tratta di un sistema di architetture finalizzate alla tutela della biodiversità. Il lavoro intreccia immagini di infrastrutture destinate al passaggio della fauna selvatica, paesaggi di riserve naturali e materiali video prodotti da dispositivi di monitoraggio. La presenza umana emerge nella trasformazione del territorio e nell’atto di registrare e controllare i movimenti animali: un gesto ambiguo che propone una relazione impari. Il paesaggio si fa sospeso, attraversato da tracce che assumono la forma di un’archeologia del presente.
Le immagini di Caneve, pur riferendosi a contesti identificabili, si sottraggono alla funzione documentaria. Anche quando compaiono apparati di sorveglianza, la loro attività sembra temporaneamente disinnescata: la fotografia si emancipa dal dato per restituire ciò che permane, ciò che resiste al tempo. In dialogo con la tradizione, l’artista non nega l’eredità ricevuta ma la riconduce a una condizione originaria, in cui la natura appare ancora come spazio non colonizzato.
Se nel lavoro di Caneve l’umano resta una presenza residuale ma strutturante, la pittura di Nazzarena Poli Maramotti elimina ogni riferimento diretto al mondo storico, restituendo l’immagine a una dimensione astorica e immersiva. La sua ricerca riconosce alla natura una centralità assoluta, una forza che investe lo sguardo e lo costringe a una permanenza prolungata.
In molte opere la pittura converge verso squarci luminosi – aperture verticali che non alludono a una via di fuga, ma intensificano l’esperienza della materia dove la luce, il cielo e la terra restano ancorati alla superficie della tela. Le stratificazioni pittoriche, talvolta prossime all’informale, restituiscono la natura come accumulo di memoria, apparizione instabile, spazio del pensiero.
Nel dialogo tra le due ricerche, il paesaggio torna a una soglia originaria: un luogo privo di gerarchie, in cui lo sguardo è chiamato a disimparare. Un ritorno a un alfabeto dell’origine, da cui poter nuovamente osservare.