Monica Carocci – Outer Space

Roma - 07/06/2017 : 30/09/2017

Francesca Antonini Arte Contemporanea è lieta di presentare la prima personale in galleria di Monica Carocci, dal titolo Outer Space.

Informazioni

Comunicato stampa

La mostra inaugura un progetto a lungo termine che la galleria Francesca Antonini presenterà per tappe nel corso nel prossimo anno. Il progetto si intitola Terra Incognita e ha come tema quel paesaggio enorme, infinito, sconosciuto che contiene in sé ogni essere umano. Un territorio solo in parte mappato, solo in parte visibile e noto.
Il resto, appunto, è terra incerta, inesplorata, perché, non supponendone l’esistenza, non la si cerca


Interi territori che mancano all’appello della propria consapevolezza, come pezzi perduti di un puzzle, il cui oblio terrà sempre aperte fessure e mancanze, non permettendo mai la visione completa, la percezione integrale di sè.
Non esistono formule o istruzioni per andarne alla ricerca. Unica bussola d’orientamento l’empatia e l’istinto. E poi il seguire una deriva ondivaga, di tipo situazionista, senza meta, un abbandono ipersensibile curioso di tutto, pronto e aperto a tutto, soprattutto alla sorpresa interiore, a trovarsi di fronte altre identità e possibilità, zone oscure che appartengono. Un’appropriazione che avviene attraverso lo smarrirsi, per trovare proprio quello che non si cercava. E che quando lo si trova, però, si riconosce.

L’immersione in sé appare un’esperienza di flânerie dell’anima, tra cervello e intestino, sospendendo le categorie di tempo e spazio. Passato e futuro convivono, contemporanei. Né prima né dopo, perché il momento in cui accade è quello della congiunzione, dove perdersi per ritrovare parti di sé, iniziando a farle emergere, evocandole.
Smarrirsi dentro di sé, fuori di sé, in un flusso irrazionale e sensoriale, come in una sorgente dentro cui scoprire tracce personali ma anche collettive. In questo consiste precisamente la circolarità del tempo, che si attorciglia a spirale attorno alla vita individuale per raggiungere e coinvolgere poi una profondità antica che contiene il singolo, amplificandolo fino a renderlo specie, Natura.
Questa flânerie alla deriva è una raccolta di episodi immaginisensazioniricordivociluci suoni, solo apparentemente disordinata.

Frammenti che galleggiano e convivono nella mostra di Monica Carocci.

Un magma fluido e onirico di tempi e luoghi scontornati e scardinati rispetto alle loro dimensioni di appartenenza e origine. Entrati a far parte di un flusso visionario e poetico dal ritmo a volte scorrevole altre a singhiozzo, che suggerisce come nelle lande interiori il tempo sia incerto, il paesaggio metropolitano e quello naturale non siano opposti, gli animali e gli uomini sconfinino uno nell’altro. Forme, masse, bianchi e neri, ombre e luci, linee, segni. Ogni stanza è un respiro che libera immagini sulle pareti. Un coinvolgimento ipnotico ed emozionale, che attiva sinapsi di pensiero e sensoriali per empatia.
Si entra in un Outer space dove le visioni sono extraterrestri, per loro natura evanescenti e instabili. Allucinazioni che si addensano come buchi neri o esplodono in bianchi cangianti.
I contorni fluidi, la superficie contaminata da molteplici segni, le rendono soggette a una continua metamorfosi percettiva, a deformazioni in corso di visione. Sono fatte della stessa materia dell’outer space, come viene chiamato in astronomia lo spazio esistente tra i corpi celesti. Quel cosmo infinito oltre cui si perde il cielo, convenzionalmente identificato al di là della linea Kàrmàn, a un'altezza di un centinaio di chilometri sopra il livello del mare nell’atmosfera terrestre. L'inizio dello spazio sconfinato.
Un vuoto apparente eppure densissimo, in cui si riverberano e conflagrano echi terrestri ed extraterrestri.
Una dimensione immaginifica che assomiglia a un ectoplasma, metafora perfetta dello spazio interiore: un vuoto solo apparente, perché racchiude materia sconosciuta, ma in realtà un pieno.
Così un viaggio dentro di sé diventa un’esperienza spaziale, oltre le leggi fisiche che regolano la Terra e lo Spazio anche in senso metaforico. Ogni essere umano, infatti, è un cosmo in continua esplorazione. E le immagini di Monica Carocci ne restituiscono perfettamente quella visionarietà da apparizione.
Sono raccolte in giro, una sorta di diario di incontri sparsi lungo una vita.
Sono apparizioni di vita, senza alcun riferimento alla loro origine, immersi in una dimensione onirica e surreale, che si condensano sulla carta baritata con una fisicità che dà loro una perturbante consistenza. La fotografia diventa pittura e installazione insieme, destrutturando completamente la sua natura riproduttiva e bidimensionale.
Per l’artista la nascita di ogni immagine è una pratica rituale, che parte da uno scatto rigorosamente analogico, per passare poi in camera oscura, luogo magico e demiurgico il cui risultato non è mai scontato. Carocci segue e conduce la fase di sviluppo come un alchimista: ogni fotografia prende forma seguendo una processualità dalla regia controllata nel dettaglio e condotta con precisione. Ogni scatto rivela una pelle dalla texture minuziosa. Il soggetto si apre in un tessuto immaginifico che regala una lettura extrasensoriale, oltre la sua apparenza. Tutto diventa visione e simbolo in una dimensione sospesa, sempre sull’orlo di vaporizzarsi in altro, come un’epifania. Assurge a un altrove che può essere solo un outer space. Strade, skyline metropolitani, interni ed esterni, fiori, animali, figure umane. Sono esperienze, emozioni, sensazioni, ricordi. Lampi nel cui bagliore appaiono suggestioni diverse. Una ballerina è un’architettura, un giaguaro un uomo, un fiore una porta di passaggio, una giraffa un sentimento. Il bianco e il nero, il buio e la luce sono condizioni osmotiche e intime, entrando direttamente in contatto con l’inconscio dello spettatore. Ogni opera di Monica offre un segmento introspettivo di mappa delle proprie terre incerte.