Mirar

Reggio Emilia - 02/05/2014 : 29/06/2014

Mirar è la seconda esposizione collettiva di Aifan – Associazione Italiana Fotografia Analogica. I lavori in mostra raccolgono le diverse posizioni estetiche dei soci partecipanti.

Informazioni

Comunicato stampa

In mostra fotografie di:
Angelo Scelfo, Alessandro Trapezio, Chiara Tebaldi, Davide Manti, Giulia Serri,
Luisa Nora Sberna, Mattia Burattin, Pierluigi Vannozzi, Valentina Di Berardino.



A I F A N (Associazione Italiana Fotografia Analogica) è un’associazione di fotografi che condividono la passione per il processo fotografico tradizionale. Gli intenti dell’associazione sono quelli di produrre delle pubblicazioni dedicate alla fotografia analogica, ai suoi autori ed ai loro lavori, di organizzarne la visibilità, il confronto e di promuoverne le esposizioni.
Mirar è la seconda esposizione collettiva di Aifan – Associazione Italiana Fotografia Analogica

I lavori in mostra raccolgono le diverse posizioni estetiche dei soci partecipanti. Il presupposto comune è l’impiego della pellicola e della stampa analogica. Mirar è anche il titolo dell’omonima pubblicazione annuale dedicata alla fotografia analogica, raccolta delle opere dei soci partecipanti sotto forma di catalogo. Il lavoro sarà orientato in modo da ottenere un corpus di opere che sia testimone di un determinato percorso artistico dei suoi interpreti. Il progetto è ambizioso e volto alla sopravvivenza di una delle più affascinanti arti tecniche del novecento.

Mirar, guardare in spagnolo, ma anche appunto mirare, è il titolo del catalogo periodico dell’associazione italiana di fotografia analogica Aifan.
Aifan contempla due pubblicazioni parallele per i suoi associati, infatti questo primo numero di Mirar segue il numero zero di Terre a Fuoco, più incentrato sul reportage. Questo numero d’esordio di Mirar accompagna l’esposizione collettiva nello spazio Camera Bianca a Reggio Emilia di nove autori attratti in maniere ben differenti dal supporto analogico in fotografia, chi più visceralmente e chi più mentalmente, chi tangenzialmente e chi direttamente. Per alcuni fotografare in analogico è una digressione dal digitale, per altri l’unica via che sentono; ormai in questi anni in cui ogni mese sparisce dal mercato un pezzo di questa tradizione che ha conosciuto profondi mutamenti ma che ancora non vedeva la fine, scattare su pellicola diventa per forza una scelta crepuscolare, ma altresì una scelta forte. O testarda. Provate a osservare il paesaggio che vi si presenta traguardandolo da un pertugio: apparirà diverso, si farà notare, perderà la sua tridimensionalità, assumerà dimensioni nuove, ma non per questo sarà altro dall’essere intrinsecamente sé stesso. I rapporti di valore cambieranno e così le proporzioni, cambierà il significato, ma il significante sarà il medesimo: quello stesso paesaggio. In fotografia il significante pure muta, ma in quella analogica la matrice sarà frutto della sola luce riflessa da quel panorama, conservando in questa esclusività, oltre che la garanzia di un attimo nel flusso continuo del tempo, la filiazione da quell’originario significante. La fotografia su pellicola, quest’immagine impronta, come figlia eredita l’aura di ciò che è fisico, di ciò che è ed è stato immerso nel tempo e nello spazio per vie più meccaniche rispetto alla fotografia mediata digitalmente, e ce la rende tramite l’illusione della credibilità. Ciò non la rende più reale, al contrario, la rende più magica,
più misteriosa. Vedere le cose con un occhio solo le rende più piccole. Tanto che è possibile sorreggere la torre di Pisa con un dito. Se una cosa sta in una mano la possiamo rubare. Le dimensioni nuove che raggiunge l’immagine fotografica analogica non esistono in quella digitale; l’immagine digitale non ha dimensione. Il rito magico per cui ci è concesso ridurre una porzione di prospettiva in un oggetto di pochi centimetri e di tenerlo con le nostre mani, di conservarlo nelle nostre tasche, svanisce nell’operazione digitale, che replica il mondo, mentre la fotografia analogica lo amplifica. Lo aumenta. Quello che cerchiamo dalla fotografia è il mistero, attira di più il mistero di cosa c’è dietro la collina piuttosto che l’evidenza di quello che c’è davanti. Se funziona, la fotografia ci pone di fronte al mistero. Strano a leggersi su un catalogo di fotografia, ma meno si vede e meglio è, perché meno c’è e più ci si concentra e più si immagina. Bisogna vedere meno.
Chiudete un occhio.
Mirate.