Metamorfosi dell’abbandono

Bra - 19/09/2020 : 19/10/2020

Una mostra che racconta i luoghi dell’abbandono e attraverso la loro metamorfosi racconta un territorio sconfinato in cui gli estremi si attraggono e convivono e invitano a una relazione unitaria.

Informazioni

  • Luogo: IL FONDACO
  • Indirizzo: Via Cuneo 18 - Bra - Piemonte
  • Quando: dal 19/09/2020 - al 19/10/2020
  • Vernissage: 19/09/2020 ore 18,30
  • Curatori: Francesca Interlenghi
  • Generi: arte contemporanea
  • Orari: mer/gio/ven/sab 16.00-19.00 e su appuntamento

Comunicato stampa

“Una mostra che racconta i luoghi dell’abbandono e attraverso la loro metamorfosi racconta un territorio sconfinato in cui gli estremi si attraggono e convivono e invitano a una relazione unitaria

Quello che sempre mi interessa è il processo, prima ancora che l’esito, di unificazione dei contrari, il tentativo di ricucire la dicotomia tra gli opposti: bellezza e bruttezza, la vita e la morte, il farsi e il disfarsi qui così bene rappresentati”
Fedele al suo obiettivo di diffondere l’arte contemporanea e con l’intento di perseguire la conoscenza, conservazione e documentazione del territorio nei suoi vari aspetti di tradizione, arte, architettura, paesaggio, l’associazione Il Fondaco (Bra) inaugura il prossimo 19 settembre 2020 alle ore 18.30 la mostra Metamorfosi dell’abbandono di Ivan Manzone e Livio Ninni, a cura di Francesca Interlenghi.
Un progetto espositivo che verte sul tema dei luoghi abbandonati, quelli che giacciono al margine, gli scarti del progresso, luoghi destinati al declino e all’oblio e che trovano nell’arte la loro metamorfosi vitale. Architetture selvatiche e brutali, paesaggi oscuri e anfratti notturni diventano ricettacoli di vita, ambienti quasi tattili e carnali.
Differenti per attitudini, esiti e approccio creativo, i due artisti s’immergono negli spazi e li cristallizzano da angolazioni diverse, ognuno con la propria poetica, accomunati da un criterio che tiene conto della singola forma mentis di ciascuno e che intende porre in risalto l’originalità dei percorsi individuali.
Fotografo “puro”, Ivan Manzone colloca la figura umana all’interno di strutture fatiscenti e decadenti. Le diciassette opere fotografiche in mostra raccontano il pervicace ancoramento alla vita che trasuda dalla posa, dalla vibrante tensione dei muscoli, dall’immobilismo silenzioso, eppure roboante, del corpo presente immerso nell’assente: al contempo trionfante e sacrificato, statua e spoglia. Il tema dell’abbandono e dell’incuria ambientale viene qui indagato facendo leva sul rapporto di interrelazione tra oggetti inanimati e animati, in una costante dialettica che vivifica la convivenza tra residui solidi dell’esistenza e esistenza stessa.
Ivan Manzone nasce a Canale (CN) nel 1976. Subisce fin da giovane la fascinazione per il bello e per l’arte in generale. Il suo carattere, incline all’introspezione, lo porta ad avvicinarsi al linguaggio fotografico come mezzo per esprimere le proprie emozioni oltre che le proprie visioni. Interessato al corpo umano, lo trasforma nel soggetto d’elezione della sua ricerca, cogliendolo a favore della luce naturale e preferibilmente nel contesto di luoghi abbandonati.

“Luoghi con un fascino enorme ma dimenticati e lasciati soli nel buio più profondo, come accade purtroppo sempre più spesso anche alle persone. Ecco quindi che la luce, attraverso l’obbiettivo della macchina fotografica, fa riaffiorare dal buio la bellezza dei luoghi e dei corpi, nella loro forma più pura e indifesa”. Ha partecipato a diverse mostre collettive e realizzato due mostre personali, di cui una presso la galleria d’arte contemporanea Davide Coffa di Alba. Diversi suoi lavori sono presenti in collezioni private.
La ricerca di Livio Ninni insiste invece sulla trasformazione del paesaggio urbano nel tempo. Le mutazioni a cui esso è sottoposto sono strettamente collegate ai cambiamenti della società, della natura e degli agenti che lo circondano. Nello spazio a lui dedicato si trovano una istallazione site specific, che campeggia al centro della stanza, e una serie di opere di diversi formati e dimensioni appese alle pareti. A partire dal progetto delle polaroid, utilizzate dall’artista come “appunti” o “esercizi” in vista della realizzazione finale delle opere fino a una serie di fotografie trasferite su supporti di ferro, legno e cemento arricchite di interventi come segni, linee e forme grafiche.
Il carattere materico delle opere produce, sul piano della fruizione, un’inedita sollecitazione sensoriale. Il leitmotiv è qui il tema della resilienza della natura, baluardo che si oppone all’intervento dell’uomo sull’ambiente naturale con lo scopo di adattarlo ai propri interessi.
Livio Ninni nasce vicino a Torino nel 1989. Dopo studi di specializzazione in fotografia e grafica i suoi principali interessi lo portano a dedicarsi all’arte urbana e al graffiti/writing a livello documentaristico e artistico. Realizza infatti diversi reportage fotografici in molte città italiane indagando il fenomeno artistico e concentrandosi sull’azione di artisti e writer all’interno di spazi abbandonati. Nasce così il progetto “RESIDUI”. Uno studio, una ricerca sulla trasformazione del paesaggio urbano nel tempo. Le mutazioni a cui esso è sottoposto sono strettamente collegate ai cambiamenti della società, della natura e degli agenti che lo circondano.
Esplorando questi luoghi Livio realizza delle immagini fotografiche utilizzandole come base per la realizzazione delle sue opere. Le immagini vengono infatti applicate su supporti, spesso di legno, cemento e ferro, grazie ad una particolare tecnica di trasferimento dell’immagine. Le fotografie dialogano a loro volta con interventi pittorici andando a creare una decontestualizzazione dell’elemento reale portandolo alla sua stessa mutazione. Si crea in questo modo un legame tra le architetture e le prospettive delle strutture rappresentate e le trasformazioni a cui sono sottoposte. Le opere puntano quindi a generare nel pubblico una percezione sintetica verso l’essenza stessa del luogo e la sua trasformazione, in uno scambio continuo tra immagine, materia e tempo.


Settembre 2020 Francesca Interlenghi