Marco Demis / Mirko Gelmetti

Sassuolo - 15/10/2011 : 13/11/2011

I disegni di Demis in 'Immutabile' raccontano un'infanzia ''sottotono'', i cui soggetti si rapportano spesso con oggetti lontani per ideologia dal gioco dei bambini. Gelmetti per Mattatoio6 presenta lavori che fanno parte di un ciclo piu' ampio dedicato a diverse nazini.

Informazioni

  • Luogo: MAGAZZINI CRIMINALI
  • Indirizzo: Piazzale Domenico Gazzadi 4 - Sassuolo - Emilia-Romagna
  • Quando: dal 15/10/2011 - al 13/11/2011
  • Vernissage: 15/10/2011 ore 18
  • Autori: Mirko Gelmetti, Marco Demis
  • Curatori: Chiara Messori
  • Generi: arte contemporanea, doppia personale
  • Orari: Sabato e Domenica dalle 16 alle 19 per appuntamento

Comunicato stampa

arco Demis - Immutabile

a cura di Chiara Messori

Miscellanea di correnti artistiche che affondano le radici nell’arte bizantino-ravennate per la ieraticità dei personaggi, attraversano il terreno del naive, di cui Rousseau fu maestro esemplare, ma da lui declinano i colori per mantenere una malinconica gamma di grigi; Marco Demis, classe 1982, riesce a ricreare la “profondità superficie” mediante una raffinata ricerca sul colore, la cui matericità, creata dalla sovrapposizione di colate di materiale primario, risulta estremamente evocativa.


Quella di Marco Demis è un’infanzia “sottotono”, i cui soggetti si rapportano spesso con oggetti lontani per ideologia dal gioco dei bambini: vecchi giocattoli di legno, gabbie di ferro, contemporaneamente vicini e distanti, associabili agli oggetti metafisici dei paesaggi di Sironi e Dechirico, non ci danno una risposta sul loro fine e sul loro senso futuro.
IMMUTABILE, in quanto naturalmente alieno dal benchè minimo mutamento, il titolo di questa mostra descrive perfettamente il senso della figurazione dell’artista.

I suoi sono esseri monocromi, sorta di monadi leibniziane estranee al mondo esterno, riproducono visioni sospese in una specie di limbo; esseri connotati da una grazia e leggerezza morale associabile alla “levitas” latina.

Sembrano quasi delle bambole che vivono in una scenografia costruita da contorni vuoti e massima esemplificazione delle forme, sottolineata dalla stilizzazione degli alberi e delle case vuote e lontane.

Sono bambine fragili, isolate, esseri ingenui dallo sguardo neutro, eccezionalmente vulnerabili e colte in uno stato di solitudine.Quello che Denis ci propone è un ritratto ideale, basato sul disegno che passa attraverso autori quali Botticelli e Modigliani. Come lo stesso autore dice, la sua volontà e di rappresentare bambole aristocratiche dalla pelle color latte, gli abiti retrò e lo sguardo languido e stupito. Una umanità ingenua e ambigua, colta nella sua intima fissità priva di referente. Lo spunto teorico dell’opera parte dalle riflessioni di Baudrillard sulla seduzione, sull’opera che si svela in contrasto alla cultura mediatica basata sull’apparizione che affascina e muore con la sua comparsa. Lo sguardo vuoto ed inespressivo delle sue bimbe/bambole in realtà è un tentativo di proteggere l’intimità dell’essere dalla corruzione esterna, indica l’attitudine al ripiegamento verso l’interno, come un modo, tenero e appassionato, di preservare tutte le loro emozioni. 


Nei disegni, il tratto sembra quasi fluttuare tra matita e contaminazione di acquerello, diviene una sorta di scrittura vivace che alle volte “cade” nell’incertezza tipica del disegno infantile.

La malinconia cede il passo ad un’ironia licenziosa che si apre a contenuti ed interpretazioni variegate fino a far riaffiorare alla mente i divertenti disegni del Disney” prima maniera” o anche la divertente sensualità dei manga giapponesi.

Nonostante il sapore retrò il lavoro di Demis si allinea perfettamente sul filone della contemporaneità esplorando un mondo, quello giovanile, in cui oggi sempre più i cosidetti “personal media” (computer, internet ecc.) hanno contribuito ad isolare e rendere “senza valori” l’età più preziosa della vita umana. Dal “caldo” della radio al “freddo” dello schermo televisvo, secondo al concezione mcluhniana di media, al gelo del pc , il passo è breve...

Chiara Messori

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Mirko Gelmetti - Mattatoio6

a cura di Magazzini Criminali

''Credo che l'ironia non sia semplicemente un espediente, se si guardano i lavori con impazienza si leggera' soltanto il punto di vista ironico, ma il messaggio non deve partire da questo, ci si possono trovare anche altri elementi che coinvolgono un certo modo di pensare che e' piu' riflessivo e meno divertito.'' Mirko Gelmetti 

a cura di Annapaola Passarini 

 AP: I lavori che presenti fanno parte di un disegno piu' ampio, che prevede altri cicli su diverse nazioni. Hai gia' precedentemente svolto una serie sulla Francia sulla Germania e sugli Stati Uniti .Stai definendo un atlante simbolico personale, cioè si tratta del tuo sguardo sull'Altro? 
 
MG: Il tutto nasce da un'esigenza di forma. Non mi interessa analizzare un contesto ben definito e non mi piace essere ascritto in una determinata situazione, figurativo o altro. E' il motivo per cui i lavori devono essere guardati di volta in volta e visti singolarmente, e credo che solo in un secondo momento si possa inquadrare il lavoro nel suo complesso. Non è detto che questo comunque sia continuativo, puo' anche interrompersi ad un certo punto.

Mi interessa il linguaggio pittorico e vorrei che questo mezzo riflettesse in un qualche modo la poetica che sto analizzando. E' piu' una ricerca su un linguaggio che commistione tra le arti, quindi c'è un'indagine anche sul design, sull'architettura, sull'insieme delle arti visive e non, anche letterarie, appartenenti e proprie delle diverse nazioni, con retaggi e tradizioni molto diverse. Quindi l'analisi non si limita ai simboli, ma anche a quelli che sono i risultati della coscienza collettiva di quei Paesi, dei loro metodi, della loro delicatezza o indelicatezza' 

 AP: Per quanto riguarda l'aspetto formale, sei passato da un lavoro pittorico ad un metodo quasi installativo. Queste 'protesi' che avanzano dalle superfici sono un'evoluzione del tuo linguaggio o sono semplicemente una modalità piu' appropriata al ciclo sugli Stati Uniti? 

 MG: Forse si tratta di aggiunte non strettamente necessarie e possono assumere un significato altro. Le ipotesi sono entrambe valide,la differenza formale tra i lavori su Germania e Stati Uniti è dovuta sicuramente ad un diverso approccio dei rispettivi linguaggi e delle rispettive storie. Nel caso degli Stati Uniti siamo abituati a leggere con eccesso di plusvalore ogni messaggio che ci giunge, la comunicazione è molto piu' urlata e dinamica, forse tendiamo addirittura a sopravvalutare cio' che ci arriva da oltreoceano, mentre la Germania è molto piu' vicina a noi, anche storicamente parlando. E' sicuramente piu' meditativa , palese e forte. La vedo accostabile ad un soggetto molto piu' duro,tragico , letterario e poetico. Per gli Stati Uniti l'immagine è piu' vicina ad una pubblicità , ad un logo o ad una sponsorizzazione. 
 
AP: L'ironia è una componente fondamentale? 

 MG: Tutti i lavori hanno in effetti uno sfondo piuttosto ironico, anche se nel precedente ciclo è piu' velato, assomiglia ad un sarcasmo teatrale da fine Settecento. 
Credo che l'ironia non sia semplicemente un espediente, se si guardano i lavori con impazienza si leggerà soltanto il punto di vista ironico, ma il messaggio non deve partire da questo, ci si possono trovare anche altri elementi che coinvolgono un certo modo di pensare che è piu' riflessivo e meno divertito. 
Ogni lavoro ha un suo punto di partenza. La fase iniziale puo' prendere le mosse da un'idea, da una raffigurazione, da una frase, uno scherzetto o una goliardata, per poi arricchirsi con altro; ma puo' partire anche da un riferimento colto e assolutamente non ironico e da lì sviluppare un aspetto divertito e spiritoso.

Le due cose sono ovviamente scambievoli. 
La prima persona a cui devono rispondere i lavori sono io, devono rispondere ad un'impressione tattile, epidermica, ottica che mi appartiene. Sono quindi ben lontani dall'essere 'messaggio' con predeterminati requisiti. 

AP: Sacro e cultura di massa: la religione è l'oppio dei popoli o non c'è più religione? 

MG: E' come immaginare una donna del Quattrocento che entra in una chiesa e vedendo le pareti affrescate trae spunto dalle figure dei Magi o dei cortigiani per vestire il proprio marito' Una sorta di Postalmarket' Potremmo immaginare che prima dell'invenzione della stampa le enciclopedie della moda e dei costumi, dei dettami e dei dettagli architettonici si 'sfogliassero' nei grandi cicli pittorici dei palazzi e delle chiese. 
Oggi il percorso è contrario. E' molto difficile che una madre, sfogliando un catalogo di Nan Goldin, tragga spunto per vestire il proprio figlio (senza incorrere in qualche strano malinteso'). Non credo che sia popolarmente desiderabile allestire nel proprio salotto una trentina di donne nude alla Vanessa Beecroft. L'arte non è piu' spunto per la cultura popolare. C'è una saturazione di cultura di massa e il sacro si confonde con qualcosa di esotico, di inspiegabile; forse è piu' un mistero cio' che è sacro ora che 500 anni fa. 
Non c'è misticità in una modella della Beecroft, in una sedia di Mies van der Roe o in Guernica di Picasso. Si tratta piu'di un coinvolgimento sensoriale, perchè sono gli stessi sensi che hanno creato gli obiettivi a cui vogliamo arrivare.

E' un po' come guardare a Dio come a colui che ci ha creati, ma accettare una top model è sicuramente ambire ad uno status a cui potremmo tranquillamente arrivare. Rendere sacro un oggetto serve a gratificarci perchè possiamo possederlo. Non c'è nulla di veramente sacro nelle creazioni dell'uomo: sono vicine alla materia sensibile, culturale, alla materia intellettiva. Non è una questione di spirito, è assoluto corpo. Enfatizzare gli elementi porta ad un'immagine nitida e definita, tutto ciò che vediamo è un proliferare di icone. C'è chi riesce a rendere assoluto un elemento, ma si tratta di processi creativi, niente di metafisico. Non c'è astrazione neanche nelle correnti artistiche più astratte, è comunque un'invenzione, un definire e oggettivare ciò che non era perscrutabile in un'indagine. 
Sacro e cultura di massa' Se vedo la cosa dal punto di vista personale, mi piace la storia del nostro sacro, ma non è un fattore permanente, e non esiste più. La cultura di massa ha preso il posto a mano a mano di tutto questo e ha sostituito cose impalpabili in qualcosa di molto tangibile. E' tutto molto più definito, più levigato, più patinato, molto lucido, laccato e verniciato. 
La cosa che non mi dispiace è che su quella superficie si creano comunque delle imperfezioni, dei 'peletti', come dei capillari che lasciano insinuare quello che sta fuori con quello che sta dentro e viceversa.