Ligabue la figura ritrovata

Gualtieri - 15/05/2021 : 14/11/2021

Per la prima volta nella sua storia, la Fondazione Museo Antonio Ligabue di Gualtieri (RE) si apre agli artisti del presente, presentando un inedito confronto tra Antonio Ligabue ed undici artisti contemporanei.

Informazioni

Comunicato stampa

alcuni giovani artisti che riflettessero, approfondendoli, anche a distanza, le sue stesse suggestioni; che avessero espressività fondate sugli stessi gangli sensibili. La scelta di questi artisti ha guardato, allora, con precipua attenzione alla specificità delle loro ricerche che, senza condizionamenti o scelte d’occasione, hanno sempre posto l’essenza della loro visione proprio sull’animo come centro di valore per le loro esperienze estetiche. Il tema e il concetto di figura rappresentata è il mezzo per oltrepassare l’immediatezza del resoconto visibile e lasciar affiorare la tensione e la passionalità di immagini che trasfigurano esperienze comuni e condivise»


Il percorso espositivo si articola in due sezioni: la prima si sviluppa intorno all’energia epidermica, carnale e fisica del colore e del suo realizzarsi attraverso il farsi concreto nella pittura (Andùjar, Baricchi, Grassi, Pinelli, Pometti); la seconda pone l’accento sul potere trasfigurante dell’arte, che coglie l’immagine nell’istante in cui diventa memoria, sogno, miracolo, apparizione, fissandola prima di una sua inesorabile sparizione (Bertaglia, Lombardi, Ochoa, Parisi, Tentolini, Vicari).
Le rappresentazioni pittoriche, attraverso cui Evita Andújar (Écija, Spagna, 1974) esprime la sua poetica, riflettono le molteplici sfaccettature della nostra ordinaria quotidianità. Le protagoniste, dai lineamenti sfumati e dispersi e dai volti disgregati, si sciolgono senza lasciare traccia della propria identità, dando vita ad immagini sfocate fatte di imprecisioni volute, che amplificano una percezione evanescente e a tratti alterata della realtà, di cui rimane solo un lontano ricordo, una memoria appena accennata che ci appartiene, ma che è destinata a dissolversi. La pennellata, materica, dinamica e, allo stesso tempo, delicata, con le aggiunte personali dell’artista all’interno della vernice acrilica, evidenziano il senso di sospensione che emerge osservando i luoghi domestici dipinti.
Con Mirko Baricchi (La Spezia, 1970) ci ritroviamo proiettati in un’atmosfera onirica, tra colori con richiami boschivi e intrecci vegetali, dove possiamo quasi sentire l'odore del muschio, della corteccia e dell’acqua fresca che scorre. La dimensione lirica è data dal fascino, dall’incanto e dal mistero delle sue opere, in gradazioni che sfumano dai toni della terra alle tonalità del rosso rugginoso e spento, dai verdi malati ai bruni calmi e pacati, tra luci e ombre, in ambientazioni che restituiscono cicatrici dei nostri ricordi più profondi. Le opere di Baricchi paiono diventare aniconiche, e la modalità rappresentativa e caratterizzata da un particolare metodo produttivo: l’artista, infatti, sfrutta la veloce successione delle pennellate con una conseguente parziale rimozione del colore, prima che si fissi alla superficie. Il risultato e, quindi, una tela saturata dai gesti pittorici.
La leggerezza e la trasparenza degli elementi creano un’atmosfera onirica potente, una testimonianza costruita da Elisa Bertaglia (Rovigo, 1983) su metafore e simboli della natura che risuonano come un canto ancestrale rimbombante nella più profonda interiorità umana. Bertaglia costruisce un percorso di ricerca e sviluppo di una identità e consapevolezza libera e personale, in cui si esplorano gli aspetti più reconditi dell’immaginazione. La pittura si tramuta in elemento altro che ribolle vitale e si espande sulla superficie, ponendosi in contrapposizione con la tenue traccia di polvere della matita che, fragile, sembra sull’orlo della sparizione, ma se analizzata risulta, invece, estremamente fitta e precisa: una vegetazione rigogliosa dove l’intreccio di arbusti rappresenta il districato inconscio di ogni essere vivente, all’apparenza semplice, ma in verità complesso. Cancellazione e rivelazione diventano le fondamenta del tempo e del dato mnemonico: circostanze passate, come il moto di un’onda, si inabissano e affiorano riecheggiando nelle ossa di pesce e manifestando un sentimento impalpabile di bellezza.
Attraverso l’inaspettata combinazione armonica di decorazione e iperrealismo, due dimensioni che sembrano incontrarsi incidentalmente, Marco Grassi (Milano, 1966) ci permette di assistere al superamento dell’arcaica concezione di ritratto, regalando all’osservatore la possibilità di dare vita a un dialogo silenzioso con le tacite, ma vibranti, figure protagoniste dei suoi dipinti. Sono volti silenziosi, enigmatici quelli che l’artista raffigura all’interno della sua produzione artistica che celebra la figura della donna, presentando la sua sensualità ferina e la sua fragilità umana. È proprio qui che la bellezza delle protagoniste, effimera e delicata, viene cristallizzata in un attimo senza fine.
Fabio Lombardi (Gavardo, Brescia, 1993) si focalizza sulla decadenza in tutte le sue forme per renderla consapevole testimonianza della natura umana. Alcune figure si costruiscono o si decompongono, tra ombre e luci, talora annullate, talora affermate in un equilibrio instabile tra presenza e assenza. Riordina il turbamento della carne, le nervature e i muscoli, le vene sottopelle, il sangue vivo e dona un nuovo soffio vitale a tutti questi elementi, creando opere di una violenta e profonda eleganza. Si pone, così, attenzione sullo stretto rapporto, fondamentale per l’artista, tra erotismo e morte: le figure non sono solo percosse dalla deturpazione, ma la deturpazione è frutto dell’estasi fisica legata al piacere sessuale.
La pittura di Juan Eugenio Ochoa (Medellin, Colombia, 1983) si prefigura come atto di memoria. I volti rappresentati attraverso la stratificazione, le trasparenze, il mistero ed il vuoto sono caratteristiche essenziali per richiamare l’uomo al sogno. I soggetti dei suoi lavori, dalla fisicità indefinita, per mezzo di una stratificazione pittorica di velature, appaiono fantasmi incorporei enfatizzando il senso, a tratti mistico, che aleggia intorno alle immagini e le colloca in uno spazio etereo, esprimendo la condizione umana mutevole e fragile.
La genesi dei lavori di Michele Parisi (Riva del Garda, Trento, 1983) prende vita da un misto di interessi che, portandolo a muoversi tra fotografia e pittura, dà così vita ad un linguaggio personale e intimo. Il dato vero fotografico e il dato fittizio immaginifico istituiscono tra loro un misterioso ed evocativo legame che, come il ricordo, apre a rappresentazioni lontane che si associano, stratificandosi e generando attimi eterni: la traccia di luce viene percorsa dalla pennellata, creando sovrapposizioni, celando o facendo affiorare i dettagli. Le forme si dissolvono e si amalgamano in una dimensione surreale, condensata con l’impressione di una parziale concretezza dai bordi sempre più sfumati, come nel momento in cui il sole tramonta all’orizzonte, non accarezzando più con i suoi vivaci raggi l’ambiente circostante, facendolo precipitare nell’ombra e ricadere nell’oblio.
Nel secolo delle immagini, la televisione, il web e i giornali sono fonti inesauribili di rappresentazioni di conflitti, scontri e momenti di guerriglia, che divengono i temi principali tramite i quali Ettore Pinelli (Modica, Ragusa, 1984) conduce un’analisi antropologica finalizzata ad indagare gli aspetti più istintivi dell’uomo. L’artista attinge da fotografie e fatti di cronaca, che divengono strumento di ricerca oltre che fonte di spunti visivi ed emblema della realtà nella sua autentica e spiazzante verità. Gli scatti, poco definiti a causa della bassa risoluzione, gli suggeriscono l’utilizzo della sfocatura nelle sue opere, che costituisce una scelta consapevole, rispondendo all’intento di rimanere aderente alla resa iconografica delle fotografie di partenza. L’utilizzo della monocromia aiuta lo spettatore a focalizzarsi sulla scena, sull’urgenza dell’atto in divenire, che spesso viene negato dalla stesura del colore sopra l’azione dei soggetti, limitandone il vagare dello sguardo e creando un connubio tra astrazione e figurazione.
Una pittura che diventa lo specchio di memorie lontane, il mormorio e l’ombra di un ricordo labile e incerto attraverso cui l’artista ripercorre il suo vissuto personale, compiendo un cammino all’interno della sua più intima coscienza, affrontando le più recondite paure. La produzione artistica di Maurizio Pometti (Catania, 1987) risulta delicata e ricercata, ma allo stesso tempo notevolmente tormentata, ripercorrendo scene familiari e della sua infanzia che hanno luogo in ambientazioni cristallizzate in un istante infinito, il quale porta con sé sentimenti, sensazioni e reminiscenze passate che affiorano nel presente. Queste atmosfere, sono rese attraverso una materia corposa, nervosa, dura e segnica; un tratto denso, applicato con un tocco veloce e sintetico che definisce, ma allo stesso tempo dissolve, generando universi onirici in cui il dato reale viene rielaborato attraverso le sue esperienze. Guardandole si viene attratti da una narrazione che diventa universale e che, come un emozionale richiamo, sollecita le corde che risuonano nella più celata interiorità umana. Una storia che viene fatta propria da ogni uomo che, commosso, ritrova se stesso a confrontarsi con un attonito presente.
Giorgio Tentolini (Casalmaggiore, Cremona, 1978) sembra faccia dello sfocato, della dissimulazione e del gioco chiaroscurale i capisaldi della sua poetica. Partendo da uno studio prettamente fotografico trasforma gli attimi catturati dallo scatto in opere che, a prima percezione, risultano bidimensionali. In realtà, i suoi lavori nascono dalla stratificazione di livelli di materiale, approdando in una tridimensionalità creando un vero e proprio bassorilievo in negativo. La scelta di sovrapporre le velature di gradazioni chiaroscurali diviene espressione metaforica del substrato emozionale umano. Si riesce, dunque, a vedere l’opera finita tramite quello che non c’è e attraverso il vuoto che ha lasciato l’artista, sottraendo volutamente elementi all’immagine stessa. Si giunge in una nuova e altra dimensione colma di mistero e riflessione.
Lo stile di Marika Vicari (Vicenza, 1979), semplice ed essenziale, è caratterizzato da un forte rigore compositivo e tecnico, che conferisce equilibrio e pacatezza alle opere, le quali sembrano restituire una visione analitica dei paesaggi rappresentati. La delicatezza dell’acquerello sembra fondersi con la rigidità della grafite nera, dando vita a un forte contrasto inaspettatamente armonioso e lirico. Riconosciamo, infatti, nella disposizione degli elementi naturali il risultato ultimo di un processo di costruzione formale estremamente razionale e cosciente, in cui ogni dettaglio non è mai casuale. Il bosco sembra uscire da una dimensione favolistica privata dei suoi personaggi, immobile e sospesa in un tempo parallelo. È proprio l’assenza di figure in queste poetiche rappresentazioni che acuisce quel senso di malinconica solitudine che si prova guardandole, pur restandone incantati.
Attraverso gli undici artisti presenti si propone un altro modo per leggere la “figura” – dell’uomo e del suo ambiente – che, accompagnandosi alla semplicità vera di Ligabue, sa riconciliare il nostro sguardo con presenze che sanno ritrovare se stesse e il proprio essere al di là del tempo.
“Ligabue, la figura ritrovata. 11 artisti contemporanei a confronto” – concludono Mattea Gialdini e Renzo Bergamini, rispettivamente Assessora alla Cultura e Sindaco del Comune di Gualtieri – è «un’esposizione museale che si anima e si veste dell’oggi», una nuova proposta di lettura ma anche una sfida accettata da parte dell’Amministrazione comunale, supportata dalla competenza e dalla professionalità di tutte le persone coinvolte.
Promossa dal Comune di Gualtieri e dalla Fondazione Museo Antonio Ligabue, la mostra è realizzata in collaborazione con Regione Emilia-Romagna e Fondazione Cassa di Risparmio di Reggio Emilia Pietro Manodori, con il contributo dei Soci della Fondazione Museo Antonio Ligabue – EmilBanca (main sponsor), Boorea, Coopservice, Landi Renzo –, di Apart Art Advisory e Padana Tubi.
L’esposizione è accompagnata da un catalogo Vanillaedizioni con i testi istituzionali, i testi dei curatori ed un ricco apparato iconografico. I pannelli di sala che introducono il visitatore alla ricerca degli artisti contemporanei, così come le schede presenti nel catalogo, sono realizzati dalle studentesse del corso di “Didattica dei Linguaggi Artistici” (prof. Matteo Galbiati) dell’Accademia di Belle Arti di Brescia SantaGiulia.
La mostra sarà ufficialmente inaugurata sabato 15 maggio, alle ore 17.00, sotto il portico aperto antistante Palazzo Bentivoglio. Accesso al museo solo su prenotazione: sabato ore 10.00-13.00 e 15.00-19.00, domenica e festivi ore 10.00-19.00. Per informazioni e prenotazioni: T. +39 0522 221853, M. +39 349 2348333, [email protected], www.museo-ligabue.it.

La Fondazione Museo Antonio Ligabue nasce nel 2014 per volontà del Comune di Gualtieri, Emilbanca Credito Cooperativo, Gruppo Landi Renzo (attraverso Girefin S.p.a.) e Boorea Soc. Coop. Nel 2015 la Fondazione organizza una grande mostra antologica dal titolo “Ligabue, Gualtieri. Il ritorno”, nell’anno del cinquantesimo anniversario della morte dell’artista. L’esposizione registra un’affluenza da record (oltre 35.000 visitatori). A partire dal 2015 la Fondazione, in stretta collaborazione con il Comune di Gualtieri, che già nel 1988 aveva allestito nella Sala Giove di Palazzo Bentivoglio il Centro Studi e Documentazione Antonio Ligabue, che raccoglieva materiale bibliografico e iconografico del pittore, un autoritratto, fotografie, incisioni, stampe, sculture e filmati originali, inizia un percorso progettuale per la realizzazione di un museo permanente dedicato all’artista. Oggi l’attività della Fondazione si declina dunque principalmente su tre fronti: l’organizzazione di mostre temporanee dedicate ad artisti legati al mondo di Ligabue, ad artisti eminenti del territorio e ad artisti di importanza riconosciuta in ambito nazionale e internazionale; la valorizzazione del patrimonio di opere della Collezione Umberto Tirelli (frutto della donazione Tirelli-Trappetti); la valorizzazione del patrimonio monumentale costituito da Palazzo Bentivoglio.
Il Museo Antonio Ligabue nasce nel 2018 dalla volontà della Fondazione che ne porta il nome di dotare Gualtieri di un polo espositivo stanziale per l’opera di Antonio Ligabue, valorizzando inoltre il patrimonio documentale di proprietà del Comune di Gualtieri – che conta quasi 150 documenti originali – attraverso la costituzione di un centro di studio e ricerca sull’opera e sulla vicenda biografica di Antonio Ligabue. Dopo la grande antologica del 2015, intitolata “Ligabue, Gualtieri. Il ritorno”, la Fondazione Museo Antonio Ligabue diviene il punto di riferimento in Italia per l’organizzazione di mostre temporanee dedicate all’artista. Nel 2020 la Fondazione ha promosso la mostra “Incompreso. La vita di Antonio Ligabue attraverso le sue opere”, curata da Sergio e Francesco Negri a Palazzo Bentivoglio, in concomitanza con l’uscita nelle sale del film “Volevo nascondermi” di Giorgio Diritti. Interlocutore accreditato a livello italiano ed internazionale, nel mese di ottobre 2020 la Fondazione Museo Antonio Ligabue è stata partner del Festival International du Film de La Roche-sur-Yon per l’allestimento della mostra “Antonio Ligabue: Hors Cadre”, che ha accompagnato la première francese del film “Volevo nascondermi” di Giorgio Diritti.