Latifa Echakhch in conversazione con Alessandro Rabottini

Venezia - 29/10/2014 : 29/10/2014

Alessandro Rabottini, critico d’arte e curatore della GAMeC di Bergamo, converserà con Latifa Echakhch, artista francese tra i protagonisti della mostra “L’illusione della luce”, curata da Caroline Bourgeois.

Informazioni

Comunicato stampa

Palazzo Grassi – Punta della Dogana – Pinault Collection presenta mercoledì 29 ottobre alle ore 18.00 negli spazi del Teatrino di Palazzo Grassi, un nuovo appuntamento per il ciclo “Art Conversations”, incontri con gli artisti della Collezione Pinault in conversazione con critici e curatori.

Alessandro Rabottini, critico d’arte e curatore della GAMeC di Bergamo, converserà con Latifa Echakhch, artista francese tra i protagonisti della mostra “L’illusione della luce”, curata da Caroline Bourgeois e presentata fino al 6 gennaio 2015 a Palazzo Grassi



Latifa Echakhch nata a El Khnansa (Marocco) nel 1974 e cresciuta in Francia, vive e lavora a Martigny, Svizzera. La sua pratica artistica si caratterizza per l’indagine socio-politica e culturale attuata attraverso l’impiego di diverse tecniche. Latifa Echakhch esamina oggetti carichi di significato simbolico decontestualizzati, immergendoli in uno spazio che invita lo spettatore a una lettura attiva.

Nella mostra “L’Illusione della Luce” a Palazzo Grassi, sono presentate due suoi lavori, in una sala interamente dedicata.


Le sue opere spesso parlano di resistenza o di reticenza politica e - lontane dalle azioni autoritarie - creano uno spazio di libertà e sperimentazione, reso possibile dall’opera d’arte stessa. Attraverso una riflessione sulla primavera araba, l’artista dimostra allo spettatore la difficoltà del “fare” la storia e ci ricorda come le democrazie europee siano nate decenni o secoli dopo le prime rivoluzioni.

“À chaque stencil une révolution” è un’opera già presentata in alcune occasioni – nel 2013 all’Hammer Museum di Los Angeles – ed è in grado di assumere un significato diverso a seconda della storia, della memoria collettiva e dell’attualità politica della città in cui viene esposta. L’installazione si compone di fogli di carta-carbone, usati per la diffusione d’idee durante le proteste degli anni Sessanta e Settanta, che si adattano alle pareti della stanza in cui vengono installati: le colature di colore sui volantini politici non si propongono di orientare una lettura del presente o del passato, ma fanno sì che ogni osservatore possa proiettarvi le proprie rivendicazioni.

La seconda opera esposta è “Fantôme (Jasmine)”, installazione legata al ricordo di un’immagine: un venditore ambulante di gelsomini a Beirut che per proteggere il profumo e la freschezza dei fiori li copre con una camicia. Questa scena prosaica ed eterea, simbolo di resistenza sublime al traffico della città, aveva luogo pochi mesi prima delle rivolte popolari in Egitto che hanno preannunciato un periodo di terrore. Allo stesso modo in “Fantôme (Jasmine)” vediamo i gelsomini che appassiscono e poi rifioriscono nel corso della stessa mostra.