La luce e i giorni

Pescara - 19/07/2013 : 03/08/2013

Alle corrispondenze tra Paolo Dell’Elce e Lúcio Rosato è dedicato questo nuovo appuntamento di usomagazzino per altre architetture: la luce e i giorni.

Informazioni

Comunicato stampa

Alle corrispondenze tra Paolo Dell’Elce e Lúcio Rosato è dedicato questo nuovo appuntamento di usomagazzino per altre architetture: la luce e i giorni

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e attraversare il tempo, nell'incontro quotidiano con le cose e con gli uomini, con il paesaggio e il segno, nell’aggravarsi del vissuto: immagine sospesa … sui tavoli bianchi, poggiate, le armonie di una sera”

Così Paolo Dell’Elce e Lúcio Rosato sintetizzano il proprio lavoro provando a raccontare le ragioni di un dialogo che ha determinato la necessità dell’incontro di due progetti che, per quanto in ambiti disciplinari per convenzione diversi, parlano all’unisono di sottrazione, di cancellazione, di alleggerimento, di rinuncia: alla tecnologia applicata alla forma, all'identità asservita alla critica, preoccupandosi semplicemente di provare ad accostarsi alla sintesi necessaria per la comprensione delle cose e degli uomini, dello spazio e del tempo.

Paolo Dell'Elce ha trovato ragione di tornare ad esporre a Pescara (dopo anni di volontaria assenza) e accettare l'invito a presentare il suo nuovo lavoro: Ipovisioni, che segna anche il ritorno al colore, dall'autore sempre trascurato, quel “colore pittorico, materico, che nella fotografia è quasi un paradosso”, ricercato nell'abbandono di ogni ricerca progettuale che lo spinto ad abbandonare perfino la macchina fotografica e sostituirla con un piccolo iPod. Si fermano immagini, come visioni dell'anima, che lasciano affiorare la materia, altrimenti indicibile, che costruisce il pensiero.

Insieme alle ipovisioni sono esposte 4 rare e significative fotografie appartenenti al ciclo motivi di paesaggio, che ha portato Mario Giacomelli a scrivere: “c'è il senso di una pienezza ed intensità nella formazione delle immagini di Paolo Dell'Elce, c'è un bisogno apprensivo di significati dove ha voce il silenzio che continua anche dopo l'ultimo segno, dopo l'ultima luce, l'ultimo albero grigio”. Si tratta di uno dei primi lavori di Dell'Elce, eseguito tra il 1980 e il 1987, e impresso ai sali d'argento in unica copia

Alle immagini sospese di Dell’Elce si accostano, quasi a sovrapporsi, come per fondersi, le cose di Rosato, poggiate sui tavoli bianchi misurati dalla modularità della propria mano che si fanno così appendice del proprio corpo, continuità, presenza. Qualcosa che sto perdendo è un lavoro iniziato nel 2009 (parallelamente alle dismissioni che caratterizzano ormai la ricerca di Rosato sia nell’architettura che nell’arte: altra architettura) che spinge a guardarsi intorno e assecondare il desiderio di riflessione e piacere dell’attimo: “mi piace fermarmi davanti alle cose che stanziano nella mia casa: la sabbia, il limone, la conchiglia, il sasso, il metro, il martello … la bottiglia di whisky è solo di passaggio: come me.” Ma tutto è solo di passaggio: la fragranza del limone, la memoria del sasso, il segno della matita così come il whisky, da bere o lasciato evaporare nei giorni, nella fragilità del calice di cristallo; anche la casa poggiata in cemento.

Paolo Dell’Elce, fotografo, teorico e docente dei linguaggi visivi. Sue opere figurano nelle più importanti collezioni pubbliche e private di tutto il mondo. Ha collaborato come docente di Estetica del linguaggio della Fotografia con il National Centre of Photography of Russian Federation – Rosphoto di San Pietroburgo. Nel 1993 e nel 1995 è tra i quindici autori italiani scelti per il Premio Internazionale KODAK EUROPEAN PANORAMA OF YOUNG PHOTOGRAPHERS. Tra i dieci fotografi italiani invitati ad esporre al Museo delle Belle Arti di Cordoba alla Bienal Artefoto 1993. Nel 1996 è stato invitato alla Mostra “Fotografia Italiana 1900-1990” a L’Avana (Cuba) presso la Fototeca Nazionale di Cuba. Nel 2002 è stato chiamato come docente all’Università di La Plata (Argentina) e a presentare la mostra antologica “Il sentimento del paesaggio” presso il MUGAFO “Dardo Rocha” a La Plata. Nel 2007 è stato invitato a San Pietroburgo (Russia) con la mostra personale “Fiori” presso il National Centre of Photography of Russian Federation, itinerante nelle principali città della Russia.



Lúcio Rosato, architetto, viaggia sui territori al limite tra la concretezza del pensiero e l'astrazione della materia realizzando installazioni e architetture permanenti. Insegna teorie di progettazione all’Università Europea del Design di Pescara e ha pubblicato: Case (con Tonia Giansante, Libria, Melfi 2004), Sui territori al limite (Libria, Melfi 2007), La città negata (Franco Angeli, Milano 2008). Tra i riconoscimenti: Europan 4, Iraklion 1996; premio speciale opera d’arte per il nuovo tribunale di Pescara, 2003; Premio d’Architettura d’Abruzzo 2012 con “la casa che guarda il mare” a Riparo Bardello di Ortona. Vive, prende appunti e lavora a Pescara.


La luce e i giorni (testo di Paolo dell'Elce)

Quando ho cominciato a fotografare cercavo la luce e il colore, dopo qualche anno però la mia ricerca mi ha portato a trovare nel buio della camera oscura le ragioni di un mio linguaggio personale dove il colore è stato per oltre trent’anni assolutamente assente. Da diversi anni ho abbandonato ogni ricerca a carattere progettuale, ho perfino abbandonato la macchina fotografica per un piccolo iPod che non è stato neanche predisposto per fare fotografie…Ho cominciato un viaggio nel metro quadro di terra che mi sta sotto i piedi, la mia casa, la mia strada, il mio quartiere, il mio mare, ho cominciato ad ascoltare e osservare con più attenzione e amore le persone che vivono nel mio luogo, attorno a me. L’iPod o il telefonino diventavano allora i quaderni dove appuntare le tenui suggestioni delle giornate blande, tutte uguali. Ho fotografato tutti i luoghi in cui avevo cominciato a muovere i primi passi da fotografo quarant’anni prima, con la stessa visione di allora. Mi è capitato a volte di fare le stesse identiche fotografie, in fondo in quarant’anni non è cambiato granché, anche se sembra tutto diverso. Soprattutto non sono cambiato io. Ho ritrovato il colore che avevo trascurato, ma che mi era rimasto negli occhi come brace sopita. Il colore pittorico, materico, che nella fotografia è quasi un paradosso. Ci sono momenti in cui della luce se ne apprezza il calore, quel tocco lieve che riscalda e che sappiamo venire dal sole. La luce del sole che irrompe nella stanza ad ovest nel primo pomeriggio ha questo calore, un calore che è come un abbraccio. Tutto risplende in questa luce calda. Tutto conforta ed è presente. Tutto è. La stanza si inonda di luce e si anima, gli oggetti si fanno più presenti, lo sguardo e il respiro si dilatano. Il giardino chiuso della perfezione è tutto lì…il mondo ha altri meccanismi e altri ritmi, ma il luogo vivificato ci riconcilia con l’assurdo, e per qualche attimo ce lo fa accettare. Non so cosa sia questa entità che abita il luogo, qualcuno la chiama spirito… io non la chiamo, ma la sento e la riconosco, e cerco di ascoltarla. Tutto l’ineffabile, l’imponderabile che è nella realtà, ha una sua dolcezza, una bellezza, qualcuno dice un suo mistero, ma l’uomo usa questa parola per definire cose di cui non sa nulla, e noi invece la dolcezza e la bellezza la sappiamo, la sentiamo. Come sentiamo il tempo, e diciamo che passa, sapendo di mentire perché il tempo non passa. E noi siamo stampati nel tempo, come una fotografia. Siamo fissati al tempo. Trafitti da questa luce che è sempre la stessa. In questo giorno lunghissimo. (Paolo Dell'Elce)