Hatoum | Morgantin | Ward

San Gimignano - 18/05/2013 : 24/08/2013

Galleria Continua è lieta di presentare nuovamente nei suoi spazi espositivi di San Gimignano una mostra personale di Mona Hatoum, dal titolo A body of work; 2 - 495701 la mostra personale di una tra le più interessanti e raffinate artiste italiane, Margherita Morgantin e Iris Hope Keeper, una nuova mostra personale di Nari Ward.

Informazioni

Comunicato stampa

MONA HATOUM

A body of work

Inaugurazione sabato 18 maggio 2013 via del Castello 11, 18.00-24.00
Fino al 24 agosto 2013, da martedì a sabato, 14.00-19.00



Galleria Continua è lieta di presentare nuovamente nei suoi spazi espositivi di San Gimignano una mostra personale di Mona Hatoum, dal titolo A body of work.

Con una carriera che abbraccia un trentennio, Mona Hatoum è un’artista di primo piano nel panorama artistico contemporaneo

Impostasi inizialmente all’attenzione del pubblico con performance e opere video che facevano del corpo l’espressione di una realtà divisa, messa sotto assedio dal controllo politico e sociale, nel corso degli anni Novanta, l’artista si discosta progressivamente da questa forma di narrazione per concentrarsi su sculture e installazioni di grandi dimensioni. Protagonisti del nuovo linguaggio sono oggetti sottratti al quotidiano: sedie, letti, utensili domestici che, modificati o ingigantiti, reinterpretano la realtà conosciuta riconsegnando allo spettatore un mondo diffidente, insidioso, ostile, davanti al quale lo spaesamento e la vulnerabilità non lasciano spazio ad alcuna certezza. Il corpo resta un elemento centrale nel lavoro della Hatoum, la fragile unità di misura per percepire l’individuo e la sua relazione con il mondo. Ciò che è familiare smette di esserlo, ciò che ci aspettiamo viene sostituito da nuove associazioni visive e concettuali. L’artista procede delineando un linguaggio proprio e duttile nel quale interagiscono più livelli: formale, concettuale, politico.

In questa mostra Mona Hatoum rivisita alcuni temi diventati emblematici nella sua pratica artistica. Accanto ad una serie di opere realizzate tra il 1996 e il 2010 l’artista presenta alcuni recenti lavori inediti: mappature del mondo attraversate da segni e ricordi, oggetti domestici che si trasformano in sculture inconsuete e inquietanti, ma anche fragili composizioni fatte di materiali insoliti come la carta igienica, la pasta, le unghie e i capelli umani, tracce leggere lasciate dal quotidiano esistere.

L’opera di Mona Hatoum è caratterizzata dalla capacità di trasmettere l’esperienza del conflitto. L’installazione che apre il percorso espositivo, costituita da una serie di edifici anonimi composti da blocchi modulari in acciaio, segnati da fori e bruciature, sembra disegnare un paesaggio segnato dalla guerra, reminiscenza della Beirut città natale dell’artista, ma anche città stilizzata in scala che anticipa, ironicamente, la sua futura distruzione. Nell’opera intitolata “KAPANCIK”, un organo pulsante in vetro imprigionato in una gabbia d’acciaio suggerisce i temi del controllo, della costrizione, dell’immobilità, dell’isolamento.

Mona Hatoum prende di mira il luogo della domesticità e il concetto di casa in una nuova installazione che riunisce una varietà di oggetti domestici - utensili da cucina e sedie – in un una catena mortale; legati l’uno all’altro con ganci di metallo, gli oggetti pendono dal soffitto attraversati da una pericolosa corrente elettrica.

In altre opere come “Shift” “Mapping (2)”, “Des/astres”, Hatoum esplora l’idea della mappatura per sviluppare complesse associazioni.
In Shift, un tappeto mostra un planisfero che, sormontato da anelli sismici gialli, è stato scomposto e riallineato in modo che la sua integrità topografica ne risulta compromessa, suggerendo che l’intero mondo è in una situazione di pericolo potenziale.

In “Mapping (2)” e “Des/astres”, i contorni delle macchie di grasso lasciate casualmente dal cibo su vassoini di carta, sono stati delicatamente delineati per creare armoniosi disegni automatici che suggeriscono formazioni di nubi o mappe celestiali, lontani dall’originaria funzione d’uso.

“Cappello per due” può essere definita un’acrobazia metaforico/visiva, un’opera legata all’idea d’intimità ma anche di ambiguità e di convivenza forzata: due cappelli le cui falde si congiungono diventando un tutt’uno sono la metafora di una condizione esistenziale rassicurante e al tempo stesso soffocante.

A body of work è una mostra che mette in evidenza quando il lavoro di Mona Hatoum sia legato alla vita, ma sia anche radicato in una coscienza del conflitto, della violenza che minacciano costantemente la nozione di identità e libertà personale.



Mona Hatoum nasce a Beirut da famiglia palestinese nel 1952. Nel 1975 visita Londra dove decide di stabilirsi perché impossibile rientrare in patria a causa della guerra civile scoppiata in Libano. Londra e Berlino sono le città dove oggi vive e lavora.
Le opere di Mona Hatoum sono state presentate nei più prestigiosi musei di Europa, Stati Uniti, Canada e Australia. Con la mostra The Entire World as a Foreign Land Mona Hatoum inaugura nel 2000 la Tate Britain di Londra. Nel 2004 la più ampia e completa antologica mai realizzata sull’artista, viene presentata alla Hamburger Kunsthalle di Berlino, la mostra viene successivamente ospitata al Kunstmuseum Bonn, al Magasin 3 Stockholm Konsthall e al Sydney Museum of Contemporary Art (2005). L’artista ha inoltre partecipato ad importanti mostre internazionali: nel 1995 alla 46° Biennale di Venezia e alla 4ª Biennale di Istanbul, nel 2002 a Documenta XI, nel 2005 è nuovamente presente alla Biennale di Venezia, nel 2006 prende parte alla 15ª Biennale di Sydney, nel 2007 alla 3ª Triennale di Auckland e all’8ª Biennale di Sharjah, nel 2008 alla Quadriennale d’Arte Contemporanea di Copenaghen e alla 3ª Biennale di Bucarest. Nel 2009 espone al British Museum, al Centre Pompidou, nel 2010, alla Whitechapel, al MOMA, all’Hangar Bicocca alla Hayward Gallery, nel 2011 al Guggenheim di Bilbao e alla 12° Biennale di Istanbul. Tra le mostre personali più recenti ricordiamo quella alla Fondazione Darat al Funun, Amman (2008); Measures of Entanglement, UCCA, Pechino e Interior Landscape, Fondazione Querini Stampalia di Venezia (2009); Le Grand Monde, Fundaciòn Marcelino Botìn, Santander, Spagna, Suspendu, MAC/VAL, Vitry-sur Seine, Francia e Witness, Beirut Art Center (2010); la personale alla Sammlung Goetz e Silver Lining, installazione permanente presso la Berne University of Arts Bua, Berna(2011); Projection, Joan Mirò Foundation, Barcellona (2012), You are still here, Arter Space for Art, Istanbul, (2013).

MARGHERITA MORGANTIN

2 - 495701
Inaugurazione sabato 18 maggio 2013 via Arco dei Becci 1, 18.00-24.00
Fino al 24 agosto 2013, da martedì a sabato, 14.00-19.00



Galleria Continua ha il piacere di presentare 2 - 495701 la mostra personale di una tra le più interessanti e raffinate artiste italiane, Margherita Morgantin.

Sono diversi i mezzi espressivi ai quali ricorre l’artista: performance, video, disegno, fotografia e installazione. Misurazioni, schemi, tentativi di fissare e interpretare l’esistente attraverso leggi reali o parodiate danno vita nel lavoro di Margherita Morgantin ad un linguaggio visivo in perenne mutazione. Nei video la narrazione prende forma nel susseguirsi d’immagini rarefatte e frammentarie; nei disegni, eseguiti con tratti veloci, linee sintetiche ed essenziali, l’aderenza tra forme interiori e soggetto si offre come strumento di lettura delle cose e della loro fragile interpretazione.
Gli studi di Margherita Morgantin prendono avvio da un approfondimento sui metodi di previsione della luce naturale. A partire da questa formazione in fisica dell’atmosfera, l’artista sviluppa una poetica intima e personale che tiene insieme mente e sentimenti, visione artistica e influenza scientifica. L’interesse per il linguaggio e le sue possibili derive e relazioni è il motivo del suo cercare, la filosofia e la fisica le forme da cui partire.

Il progetto presentato in questa mostra, è il frutto di un lavoro portato avanti negli ultimi anni che vede l’indagine sull’identità e sulla rappresentazione dell’io esprimersi attraverso modelli matematici. “Nella visualizzazione della serie infinita dei numeri primi, un metodico lavoro di calcolo e di trascrizione visiva iniziato nel 2011, Margherita Morgantin rintraccia il fondamento inaugurale e ambivalente della definizione dei rapporti. Questa sequenza numerica di numeri singolari, la cui successione non è prevedibile attraverso alcuna formula, inizia infatti dal due. Due è la cifra che identifica il sistema binario che ha governato l’evoluzione del logos in termini di complementarietà degli opposti, ma che può designare anche la costitutiva vocazione dialogica che dischiude la singolarità dell’uno solo nell’apertura all’altro, nella coesistenza di differenze irriducibili. Due non come somma di due unità, ma come “contrario di uno”, per usare una felice espressione di Erri De Luca, che instaura nel concatenarsi dei rapporti a due a due il senso stesso dell’esistenza" (Uliana Zanetti, in Autoritratti. Iscrizione del femminile nell’arte italiana contemporanea, Corraini Edizioni, Bologna 2013).

La successione dei numeri primi rappresenta fin dall'antica Grecia uno dei misteri più affascinanti della scienza. Nell’universo razionale della matematica, i numeri primi, cioè divisibili soltanto per se stessi e per 1, si susseguono con un ritmo inafferrabile, apparentemente illogico; potrebbero essere definiti gli “atomi dell’aritmetica”, gli elementi di base con cui si costruiscono tutti gli altri numeri naturali. Margherita Morgantin partendo da un’idea, quella di guardare come si dispongono i numeri primi in una struttura geometrica semplice, rappresenta la sequenza disegnando quadratini rossi in una griglia lato 100 x infinito, spostando così sul piano visivo quello che resta un enigma per il ragionamento matematico. Nell’opera “2-499979” attualmente in mostra al Mambo di Bologna, i 52 disegni ad oggi realizzati dall’artista, portati a formato digitale, costruiscono un unico file potenzialmente infinito dove la griglia scompare lasciando solo i quadratini rossi. Nel progetto concepito per Galleria Continua, nello spazio dell’Arco dei Becci, interviene collocando i disegni originali (pastello rosso e stampa digitale su carta) in forma di orizzonte ridisegnato dall’imprevedibile e misterioso ritmo di quadratini rossi, che ci interroga sul passaggio da 1 a 2: la prima somma che sostanzialmente non riconosce un'alterità, dichiara l’artista, ma che dovrà farne i conti all'infinito.

Margherita Morgantin è nata a Venezia nel 1971, si è laureata al dipartimento di Fisica Tecnica, dell’istituto Universitario di Architettura di Venezia, vive e lavora a Milano, Venezia, e altrove.
Tra le mostre personali ricordiamo: Blue Brancaccio, l’A project space, Palermo (2013); Educazione europea, Contemporane-act, Brusselles (2010); Margherita Morgantin, Galleria Civica del Contemporaneo, Mestre, Venezia; Air drawing, Galleria Continua, San Gimignano (2009); Il pensiero veloce e altre dimensioni, MAN Museo d’Arte Moderna e Contemporanea di Nuoro (2008); Palermo_zen (white rainbow), quartiere ZEN 2, Palermo (2007); Download-now #4, Fondazione Olivetti, Roma (2005); Codice Sorgente, Galleria Continua, San Gimignano (2004); Baggage identification tag, Casa Musumeci Greco, Roma (2004); Spazio Aperto, Galleria d’Arte Moderna, Bologna (2003); Arte all'Arte 7, progetto per il Teatro de’ Leggieri di San Gimignano, Palazzo delle Papesse, Siena (2002).
Ha partecipato a molte mostra collettive in Italia e all’estero, tra queste: Autoritratti. Inscrizioni del femminile nell’ arte italiana contemporanea , mostra coordinata da Uliana Zanetti, MAMBO Bologna, (2013); agenti autonomi e sistemi multiagente, con Michele di Stefano MK, per Accademie Eventuali, Museo di Palazzo Pepoli, Bologna. (2012) Io, tu, lui, lei Fondazione Bevilacqua LaMasa, Venezia, Obbligo di transito, Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea, San Gimignano (2013); PPS//Meetings#2, Museo Riso, Palermo, Terre vulnerabili, HangarBicocca, Milano; La Giovine Italia, Festival Europeo di Fotografia, Reggio Emilia (2011); suspence, Fondazione Bevilacqua La Masa, Venezia; Squares of Rome, MOCA, Shanghai; No Soul for Sale, Viafarini alla Tate Modern, Londra (2010); Isola mondo, Evento collaterale alla 53° Biennale di Venezia, Torre Massimiliana, Isola di S.Erasmo, Venezia; Il cielo in una stanza, Galleria Comunale d’Arte Contemporanea di Monfalcone (2009); re.act.feminism, Akademie der Künste, Berlino (2008); Poi Piovve dentro l’alta fantasia, Museo Marino Marini, Firenze (2007); D’ombra, Compton Verney Art Museum, Warwickshire e MAN, Nuoro (2007); Videoreport Italia 2004-05, Galleria Comunale d’Arte Contemporanea di Monfalcone (2006); Passaggi a sud est, storie, memorie, attraversamenti, XII Biennale Donna, Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea di Ferrara, (2006); Il potere delle donne/The Power of Women, Galleria Civica di Arte Contemporanea, Trento (2006); Con altri occhi, Palazzo della Ragione, Milano (2005); Aperto per lavori in corso, PAC, Milano (2005); Allineamenti Trinitateskirche, Köln (2005); Sweet taboo, Kompleksi-Goldi, Tirana, Albania Tirana Biennale 3 episode II (2005); Empowerment, Museo d’Arte Contemporanea di Villa Croce, Villa Mombrini, Genova (2004).

Ha pubblicato un libro di testi brevi e disegni: Titolo variabile, Quodlibet, Macerata 2009; e “Agenti autonomi e sistemi multiagente” con Michele Di Stefano, Quodibet, Macerata, 2012.
Scrivono gli autori: Questa pubblicazione è stata pensata come libro di testo per un seminario sulla performance e la fisica dell’accadimento; come esperimento di costruzione e condivisione di uno spazio e di un discorso tra un coreografo e un’artista visiva. Uno dei motivi per cui ci siamo incontrati è perché frequentiamo entrambi quella zona di eco semantica intorno alle parole, un’area periferica delle implicazioni del linguaggio nella vita. Lo smarrimento in quest’area può essere profondo; l’attrazione per le istruzioni, i sistemi di sicurezza, e i linguaggi tecnici inevitabile. Su questa tensione tra il massimo controllo e lo spaesamento completo si muovono i nostri lavori. Partiremo dalle parole e indagheremo il rapporto tra le parole e i corpi, per produrre o non produrre immagini.

NARI WARD

Iris Hope Keeper

Inaugurazione sabato 18 maggio 2013 via del Castello 11, 18.00-24.00
Fino al 24 agosto 2013, da martedì a sabato, 14.00-19.00



Galleria Continua è lieta di ospitare Iris Hope Keeper, una nuova mostra personale di Nari Ward. Il progetto espositivo si compone di un nutrito numero di nuove opere frutto della più recente ricerca dell’artista. Sculture e installazioni, appositamente concepite per gli spazi espostivi della galleria, intessono inedite trame narrative e creano un dialogo tra spettatore e oggetto mettendo in scena una sorta di coreografia delle memorie mutevoli e del presente che ne è un riflesso.

Iris Hope Keeper parte da storie, memorie e immaginari molto personali dell’artista – le vicende familiari e il rapporto mai interrotto con la sua terra natale, la Giamaica - per collegarsi poi a contesti e prospettive di una comunità molto più ampia, aprendosi inoltre ad una analisi sul senso di appartenenza e di identità. Ward tratteggia un ritratto intimo, ironico, profondo e sfaccettato della Giamaica. Da un lato la visione stereotipata di chi vive il sogno di una vacanza caraibica, dall’altra la realtà di un paese complesso, ricco di energia quanto di contraddizioni che basa il 70% della sua economia sul turismo e sul suo indotto: attività di servizi, intrattenimento e ricezione alberghiera. L’artista lascia la Giamaica da bambino e con la madre si trasferisce in America. La storia di Nari Ward è quella di una famiglia di immigrati dove sofferenza, nostalgia e sacrificio sono il prezzo da pagare per assicurare alle generazioni future una vita migliore.

Il lavoro di Nari Ward supera ogni possibile lettura univoca muovendosi verso riflessioni che vanno al di là delle apparenze e il titolo di questa mostra ce lo conferma. Iris è un fiore, è l’iride dell’occhio, è la dea dell’Olimpo messaggera degli dei, il suo compito è annunciare agli uomini messaggi funesti ma Ward, che ama giocare con le parole trasformandone il significato, la accompagna a ‘custode di speranza’. Iris è il nome della madre dell’artista. A livello personale, Iris Hope Keeper è dunque anche un omaggio alla madre che, lavorando negli Stati Uniti come domestica (“House-keeper”), ha garantito ai figli il riscatto sociale.

Vecchie testiere delimitano la superfice di un letto impraticabile. Al suo interno un accumulo di radiatori e ventilatori funzionanti riproducono l’esperienza dei tropici, il vento e il caldo. “Jacuzzi Bed” è uno spazio chiuso che non lascia scampo, aggressivo ma allo stesso tempo invitante rappresenta il rapporto dicotomo tra giamaicani e turisti.
In “Iris Cutlass” asciugamani da hotel formano, come origami, i petali di un bellissimo fiore celando la struttura portante, fatta di machetes dalle lame pericolosamente affilate. Il machete, utilizzato per la raccolta della canna da zucchero nelle piantagioni e oggetto simbolo dello schiavismo coloniale, viene ricontestualizzato nell’ambiente alberghiero dove attualmente trova impiego buona parte della classe lavoratrice giamaicana.
La forma stondata della pietra tombale riecheggia nel dittico di porte foderate di cartoni di latte. Nel recto verso si legge: “Please Do Not Disturb” e “Please Make Room” (“Rifare spazio per cortesia”) variante sardonica e provocatoria dell’originare “Please Make Up the Room”.
Il potenziale poetico dell’oggetto di scarto inserito in nuove costruzioni di significato, non solo formale ma anche linguistico, lo ritroviamo in “Lemonade windows”. In inglese l’espressione “to buy a lemon” significa “prendere una fregatura, acquistare qualcosa che non funzionerà mai”. I due oggetti, svuotati della loro funzione originaria, mettono in atto un ribaltamento di significato trasformando l’idioma in qualcosa di positivo.

Nella nuova serie fotografica “Sun Splashed” Nari Ward compare in scenari domestici differenti con in mano delle piante da appartamento. L’artista indossa abiti da entertainer, gli stessi usati dallo zio musicista durante i suoi spettacoli. Trovo che queste immagini, siano al tempo stesso sgradevoli, umoristiche e nobili, commenta l’artista. Mi interessa fare riferimento alla tradizione dei ritratti antropologici dei primi del Novecento, umanizzando però il personaggio attraverso il disvelamento dell’immagine nel suo farsi. Il fatto che le piante siano innaffiate, e il personaggio bagnato, rende anche più problematica la lettura di ciò che sta accadendo, non è chiaro chi controlla cosa. L’entertainer è parte di una rappresentazione in cui lo spettatore è chiamato a prendere una posizione.

“BEYOND” (“Al di là”) è il titolo della grande installazione che occupa la platea della galleria: un pallone aerostatico realizzato con metallo di scarto. Lo spazio sopra la scultura è attivato da una serie di corde che, lasciate lasche, collegano il pallone al soffitto e alle balconate dell’ex cinema-teatro. Alle corde sono appese delle bottiglie al cui interno l’artista inserisce un foglio su cui è scritto ‘BEYOND’ tradotto in centinaia di lingue diverse. L’uso dei contenitori di vetro si rifà al gesto poetico del “messaggio nella bottiglia”. L’intento è quello di realizzare una struttura non funzionale, e dall’aspetto verosimile, associata al desiderio di movimento, di superamento o, semplicemente, di comunicazione. Ad una lettura altrettanto stratifica e complessa si presta l’opera collocata sul palcoscenico. Qui una serie di scale giustapposte formano una “Wishing Arena”, una sorta di altissimo altare tempestato di candele votive poste dentro a cestini dei rifiuti (quelli che si trovano abitualmente nelle camere d’albergo). Cestini e candele sono collegate tra loro da una corda che funge da ‘telefono senza fili’. Torna in quest’opera il tema della comunicazione, dell’ascesa, del dialogo con il proprio io interiore ma anche della scala sociale e del rapporto tra chi offre e chi riceve un servizio.

Appartenenza, emigrazione, distinzione tra nazionalità e nascita, identità (frantumata, frammentata e moltiplicata) sono alcuni dei concetti che convogliano in “Canned Smiles”. “Appartenere a un posto o a un altro è pura finzione… l’appartenenza è data dall’esperienza che si fa di un luogo, afferma l’artista. Le lattine del sorriso - Jamaican Smiles e Black Smiles – le prime “fatte in Giamaica e distribuite in Italia”, le seconde “fatte in America e distribuite in Italia”, costituiscono un dittico ad ampia tiratura. Quest’opera introduce i temi della commercializzazione, del confine labile che separa “il falso” “dall’originale” ma apre anche le porte a quella visione creativa che è propria di tutti gli artisti, a Nari Ward come a Piero Manzoni, qui evidentemente citato con uno dei suoi lavori più noti.

Si ringraziano Mutti S.p.a., Centrale del Latte di Roma S.p.a. e Parmalat per la preziosa collaborazione.

Nari Ward nasce a St. Andrews in Giamaica. Si trasferisce adolescente a New York, città dove tutt’oggi vive e lavora. Negli ultimo ventennio la sua opera è stata esposta in musei e istituzioni di tutto il mondo, tra queste: The idea of Realism, Accademia Americana di Roma e NYC1993: Experimental Jet Set, Trash and No Star, New Museum, New York, USA nel 2013; Food, Musée Ariana, Geneva, Svizzera (2011); Contemplating the Void: Interventions in the Guggenheim Rotunda, Guggenheim Museum, New York, USA, Trasparenze. L’arte per le energie rinnovabili, Macro, Roma e Terre vulnerabili, Hangar Bicocca, Milano nel 2010; Prospect 1 New Orleans, New Orleans, USA (2008); Dream and Trauma, Kunsthalle Wien e Museum Moderner Kunst, Vienna, Austria (2007); Whitney Biennial Exhibition, Whitney Museum of American Art, New York, USA (2006); Dirty Yoga: Taipei Biennial, Taipei Museum, Taipei, Taiwan (2006); Sharjah International Biennial 7, Sharjah, Emirati Arabi (2005); Yokohama Triennial, Yokohama, Giappone (2005); Landings, documenta XI, Kassel, Germania (2003). L’artista ha tenuto mostre personali al New Museum di New York, a Le Magasin, Centre National d’Art Contemporain di Grenoble, all’Institute of Visual Arts, Milwaukee, alla GAM - Galleria Civica d’Arte Moderna di Torino, al Palazzo delle Papesse – Centro Arte Contemporanea di Siena e, quest’anno, al MASS MoCA - Massachusetts Museum of Contemporary Art di North Adams. Nari Ward ha ricevuto, inoltre, commissioni da parte delle Nazioni Unite e dell'Organizzazione Mondiale della Sanità e riconoscimenti da parte dell’Academy of Arts and Letters, Penny McCall Foundation, Pollock Krasner Foundation, The National Endowment for the Arts, John Simon Guggenheim Foundation.