Gianni Antenucci – Frozen vision

Pistoia - 13/09/2014 : 11/10/2014

Esponendo a Pistoia le sue opere più recenti, Gianni Antenucci propone una tesa riflessione sul divenire, analizzato in controluce a partire dal suo contrario: immagini ibernate, bloccate in una inafferrabile definizione visiva.

Informazioni

  • Luogo: FONDAZIONE MARINO MARINI
  • Indirizzo: Corso Silvano Fedi 30 - Pistoia - Toscana
  • Quando: dal 13/09/2014 - al 11/10/2014
  • Vernissage: 13/09/2014 ore 17.30.Performance all'inaugurazione di Fabula Danza
  • Autori: Gianni Antenucci
  • Curatori: Bianca Pedace
  • Generi: arte contemporanea, personale
  • Orari: Orario d’apertura Settembre : dal lunedì al Sabato 10-18 chiuso Domenica. Orario d’apertura Ottobre: dal lunedì al Sabato 10-17 chiuso Domenica

Comunicato stampa

Esponendo a Pistoia le sue opere più recenti, Gianni Antenucci propone una tesa riflessione sul divenire, analizzato in controluce a partire dal suo contrario: immagini ibernate, bloccate in una inafferrabile definizione visiva. La mostra, a cura di Bianca Pedace, aprirà i battenti il 13 settembre 2014 e sarà visitabile fino al giorno 11 ottobre presso la prestigiosa sede della Fondazione Marino Marini


Dopo gli esordi, legati a un’eredità prettamente toscana, giocata in particolare su quella linea tesa tra non figurazione, dilatazioni figurative e influenze informali che si dipanò, con epicentro fiorentino, nei tardi Cinquanta del ‘900, il giovane artista è pervenuto a una serie peculiarissima di lavori. Dall’inizio dei Dieci, infatti, costruisce complesse scatole spaziali – sorta di pittura messa in scena in una plurivoca scelta pittoscultorea. L’uso del plexiglass satinato a mano vela la visione della pittura sottostante, talvolta allusiva ad organi umani (cuori soprattutto) o a piante sacre o ancora a forme naturali e fitomorfe. Come sigillata da un ghiaccio che si presuppone perenne, la cosa ibernata si preserva e conserva, intatta dai cicli vitali e distruttivi della natura; come annebbiata dal filtro di una velatura solidificata e non del tutto trasparente, la sua immagine (il nome visivo), si sfoca, perde i confini, lasciando baluginare i colori solo a tratti.
Implicita, evidentemente, una posizione polemica o almeno fortemente scettica nei confronti della storia, che pare precludere, in un tentativo faticoso e vano, l’effettiva conoscenza del passato. Rimane, ancora più forte, la sensazione che il problema della storia sia in qualche misura eluso, perché sentito inessenziale. La proposizione di Antenucci si pone piuttosto in una sintonia avveduta con un passato ancestrale e archeologico, che ha anche molto a che fare con il mestiere del paleontologo.
Ne deriva un’estetica della traccia, che isola (e organizza) le membra sparse di un passato remotissimo, che pure hanno ancora in sé qualcosa di palpitante, vivo. Ogni singolo elemento, isolato (e decantato), forse per millenni, rivela un significato visivo profondo, facendosi anche portatore di una concentrata chiarificazione dei processi della visione.
L’operazione di Antenucci, infatti, di pungente specificità nel dibattito generale, partita da una puntuale ispirazione ai ghiacciai e alle tracce artistiche preistoriche, ne ha tratto materia di sapienza linguistica e poetica, intessendo un originale discorso sulla visione e i suoi misteri (Enigma in bighiaccio, 2014).
Frozen vision, dunque: sotto il ghiaccio, che opacizza, con il suo spessore, e con il peso delle epoche geologiche trascorse, la nitidezza dell’immagine, l’immagine esiste ancora. E resiste, nella sua interezza sostanziale, di cui la labilità della visione è più un corollario che una contraddizione.