Geografia dell’attrito

Informazioni Evento

Luogo
A+B GALLERY
Corsetto Sant'Agata 22 - Brescia , Brescia, Italia
(Clicca qui per la mappa)
Date
Dal al

Dal giovedì al sabato, dalle 15.00 alle 19.00; su appuntamento negli altri giorni.

Vernissage
07/03/2026

ore 18

Generi
arte contemporanea, collettiva

A seguito della mostra Viaggi / Journeys, presentata a Londra lo scorso luglio, e di Another Look presso Reintegra Fine Art, A+B, Alma Pearl, Matèria e z2o Sara Zanin, le gallerie si ritrovano per il terzo appuntamento del loro dialogo condiviso in Geografia dell’attrito.

Comunicato stampa

GEOGRAFIA DELL'ATTRITO

Josefina Ayllón, Terence Birch, Giuseppe De Mattia, Joachim Lenz, Davide Mancini Zanchi, Marta Mancini, Beatrice Meoni, Ivan Seal

A seguito della mostra Viaggi / Journeys, presentata a Londra lo scorso luglio, e di Another Look presso Reintegra Fine Art, A+B, Alma Pearl, Matèria e z2o Sara Zanin, le gallerie si ritrovano per il terzo appuntamento del loro dialogo condiviso in Geografia dell’attrito, che inaugura sabato 7 marzo 2026 a Brescia, presso gli spazi di A+B Gallery.

Se la geografia tradizionale ordina, delimita e assegna posizioni fisse, Geografia dell’attrito propone una mappa instabile, definita da punti di resistenza piuttosto che da coordinate. La mostra invita ad attraversare un territorio dove l’opera più che un punto di arrivo è un’interruzione, una dilatazione temporale, un rallentamento generativo. L'imprevisto che modifica il modo stesso di procedere e, di riflesso, di conoscere il mondo attraverso la pittura.

L’esposizione raccoglie superfici e frammenti intensi per via della materia pittorica, delle possibili narrazioni, dell'ironia e delle strategie di messa in scena capaci di modificare la traiettoria dello sguardo ordinario. L’attrito che ne consegue è da considerarsi esperienza attiva che riorganizza la geografia del visibile e trasforma l’osservazione in una forma di prossimità tra corpo e memoria.

Le opere degli otto artisti coinvolti — Josefina Ayllón, Terence Birch, Giuseppe De Mattia, Joachim Lenz, Davide Mancini Zanchi, Marta Mancini, Beatrice Meoni, Ivan Seal — nascono per dare forma a narrazioni non lineari. Agendo come reperti che riappaiono nello spazio condiviso, rendono il frammento un elemento produttivo di calore, di scorie vive. La mostra abita lo scarto, suggerendo che il senso si manifesti proprio nel gesto di perdere la linearità abituale per scoprire nuove traiettorie di significato.

Josefina Ayllón (Argentina, 1973) Vive e lavora a Roma, Italia. Josefina Ayllón è una pittrice autodidatta italo-argentina. Nelle sue opere esplora, principalmente attraverso il ritratto, le possibilità della pittura, allontanandosi deliberatamente dall'accademismo e privilegiando il colore e la materialità della pittura. Dall'età di 21 anni vive tra Roma, Buenos Aires e Parigi.

Terence Birch (1982, UK), vive e lavora a Londra. Attraverso pittura, scultura e disegno indaga stereotipi sociali sul corpo disabile, la mascolinità e il pregiudizio estetico, interrogando dove possa risiedere l’autostima. Attingendo a letteratura, storia sociale e momenti chiave della storia dell’arte, costruisce forme limitate e ostacolate, accostando oggetti e materiali incongrui per mettere in tensione realtà e finzione, armonia e dissonanza. Laureato a Goldsmiths e al Royal College of Art, ha ricevuto premi e residenze, esponendo in personali e collettive nel Regno Unito e in Europa. Tra le mostre collettive: Between The Acts, Alma Pearl, Londra (2026); Positions, part three, Alma Pearl, Londra (2024); Ensemble, a cura di Hettie James e Stephanie Farmer e sostenuta da Arts Council England, APT Gallery, Londra (2024); CREA Cantieri del Contemporaneo, Venezia, a cura di David Hevey (2024); In Out There, Attenborough Arts Centre, Leicester (2018)

Giuseppe De Mattia (Bari, 1980) Utilizzando differenti linguaggi - video, fotografia, suono, disegno, pittura, installazione ma anche attitudini - e operando in contesti anche molto diversi tra loro (da quelli istituzionali a realtà più indipendenti, che frequenta con impegno) Giuseppe De Mattia riflette attorno alle connessioni che sussistono tra archivio, memoria privata e collettiva. Come attento osservatore del panorama artistico contemporaneo, il lavoro di De Mattia tocca spesso questioni strutturali legate all'economia delle arti, articolate attraverso un dialogo tra ironia, satira e critica incisiva. Apparentemente frammentato, il lavoro di De Mattia è un’ampia narrazione che in fondo è legata primariamente a un tema: il processo di democratizzazione della società, da declinarsi attraverso differenti processi e livelli di formalizzazione. Giocare sugli stereotipi, abbattere steccati, pensare all’arte come a un mezzo plurale con cui investigare i confini stessi tra realtà e finzione, tra memoria e pregiudizio, rappresenta, per De Mattia, una libera ossessione che attraverso un percorso autonomo e anche per certi versi autarchico sta praticando con assiduo e brillante impegno. Vive e lavora tra Bologna e Noha (Le). Tra le mostre più recenti Facile ironia. L’ironia nell’arte italiana tra XX e XXI secolo, MAMbo - Bologna (2025), Visita di cortesia, Banquet – Milano (2024), Tombaroli maledetti, Fondazione Zimei – Pescara (2024), Edificio Parlante, San Salvador (2024), Oggetti privati, pettegolezzi e altre storie, con Dynamo Camp (2024), Nature is Quite Easy, REDGE Contemporary Art Center - Chengdu (2024).

Joachim Lenz (1981, Germania) Lenz pone al centro del suo lavoro il complesso piacere dell’atto stesso di dipingere. I suoi quadri sono pervasi da atmosfere sospese e indefinibili, che alludono a una condizione autodistruttiva, a metà tra il paradosso, l’umorismo e la cata- strofe. Per quanto sorprendentemente naturalistiche possano essere, le immagini di Joachim Lenz tendono sempre verso un’intersezione tra il familiare e l’irreale. Aprono uno spazio che mette alla prova le nostre esperienze visive presumibilmente abituali – talvolta acutamente ciniche e talvolta con un occhiolino ironico. Perché vale la pena prendere le distanze dalla realtà in questo modo? Perché, a differenza di una mera riproduzione della realtà, queste immagini esprimono una costituzione psicologica del mondo, includendo tutta la sua assurdità, stati di attesa e perseveranza interiore. L’artista vive e lavora a Berlino. Studia pittura all’Akademie der Bildenden Künste di Monaco, prof. Sean Scully e Günther Förg. Nel 2004 e nel 2005 ha studiato alla Facultad de Bellas Artes dell’Universidad Complutense, Madrid. Il suo lavoro è presente in collezioni private internazionali. Tra le recenti collettive: alla Galleria Credo Bonum (Sofia, 2023), alla Galleria Obscura (Seul, 2022) e all’Atelierhof Kreuzberg (Berlino, 2022). Presentazioni personali del suo lavoro si sono tenute presso One Kids Museum (Seoul, 2024); Pförtnerhaus Off Space (Friburgo, 2024); e Matèria (Roma, 2022).

Davide Mancini Zanchi (Urbino, 1986) fonda la sua ricerca sul paradosso come dispositivo critico: le sue opere mettono in tensione codici culturali e meccanismi sociali, generando cortocircuiti visivi e concettuali. Il suo lavoro abita una dimensione sospesa, un tempo dilatato in cui attesa e pausa diventano materia stessa dell’opera, intesa come spazio di possibilità e riflessione. L’artista si forma all’Accademia di Belle Arti di Urbino. Dal 2014 espone in gallerie e istituzioni quali A+B Gallery (Brescia), MAC di Lissone di cui vince il Premio Pittura, Centro Arti Visive Pescheria (Pesaro), Fondazione Pastificio Cerere (Roma). Nel 2020 vince l’Italian Council con residenza a Montevideo ed esce il suo catalogo Monochromo (Cura edizioni).

Marta Mancini (Roma, 1981) Nella pratica di Marta Mancini, ogni ciclo nasce in un rapporto dialettico con il precedente, come prosecuzione di un dialogo continuo con il medium pittorico. Dalla dimensione estetica e psicologica dei primi paesaggi, l’artista approda alla costruzione di uno spazio metapittorico, risultato di un’intuitiva accumulazione di pennellate successivamente sottoposte a un processo di sottrazione. Questa nuova serie di lavori si configura così come un’evoluzione segnata da fratture, generate da una costante ridefinizione di scala, stile e tavolozza cromatica. La tensione che attraversa le opere di Mancini invita a riflettere sulla duplice natura della pittura – insieme illusione e oggetto – riattivando categorie estetiche fondamentali come la bellezza, il grottesco, il pittoresco, la rappresentazione e il gestuale. Nella genealogia delle opere presentate da Mancini ad Artissima, realizzate tra il 2024 e il 2025 – eredi inquieti della serie Buds, protagonista dell’omonima mostra personale da Matèria nel 2022 a cura di Cecilia Canziani – si può riconoscere un filo conduttore che, come di consueto nel processo dell’artista, le connette organicamente al ciclo precedente. Con questo nuovo corpus di lavori, il linguaggio frammentato esplorato da Mancini sembra intensificarsi, nella ricerca di un impulso primordiale che si emancipa dalle costruzioni formali, aprendo una nuova direzione di indagine all’interno della sua instancabile ricerca pittorica.. Vive e lavora a Roma, dove si è diplomata all’Accademia di Belle Arti nel 2006. tra le mostre personali e collettive: Pittura italiana oggi, curata da D. Gullì, Triennale Milano (2023), Ineffable worlds, curata da G. Benassi and M. Sena, Tang Contemporary Art, Honk Kong (2021), Buds, curata da C. Canziani, Matèria, Roma (2022-’23), La molla, curata da P. Guaglianone, Matèria, Roma (2018), Ipercorpo - La pratica quotidiana, curata da D. Ferri, Oratorio di San Sebastiano, Forlì (2019), Lissone Prize for Painting, curato da A. Zanchetta, MAC – Museo d’Arte Contemporanea, Lissone – Milano (2018), La vita della mente, curata da G. Benassi, Swiss Institute, Roma (2017) ed è stata coinvolta in residenze e programmi di ricerca dedicati alla pittura contemporanea.

Beatrice Meoni (Firenze, 1960) vive e lavora a Sarzana. Dopo la laurea in Letterature straniere e un percorso come scenografa, dal 2005 si dedica principalmente alla pratica della pittura di cui esplora le relazioni con la scrittura e lo spazio. Di lei scrive Davide Ferri: “È una pittura cieca che approda all’immagine del corpo e si appropria di un’esperienza che appartiene al corpo dell’artista, una diversa postura basata sulla propriocezione, il senso della posizione del proprio corpo nello spazio.” Tra le sue mostre più recenti: Domus meus, Paul Smith Space, Londra (2024); Pittura italiana oggi, a cura di Damiano Gullì, Triennale Milano (2023); Quadri come luoghi, a cura di Davide Ferri, Palazzo Adorni, Capriolo (2023); Io dico Io – I say I, a cura di Cecilia Canziani, Lara Conte e Paola Ugolini, Galleria Nazionale d'Arte Moderna e Contemporanea, Roma (2021).

Ivan Seal (1973, Stockport) indaga memoria e immaginazione traducendo l’esperienza interiore in pittura e suono. Le sue nature morte sono generate dal ricordo più che dall’osservazione, emergono da superfici materiche dove le forme oscillano tra costruzione e dissoluzione, i fondi sono sospesi e instabili. I progetti sonori – inclusa la collaborazione con The Caretaker – ampliano la riflessione su frammentazione e perdita. Il suo lavoro è stato presentato in istituzioni prestigiose come il Barbican Centre di Londra, il Lincoln Center for the Performing Arts di New York e il PODO Museum in Corea del Sud, oltre che in numerose mostre personali e collettive internazionali, tra cui Perhaps Sunny Days, PODO Museum, Seogwipo, Corea del Sud (2024); against the day after before, The Hole, New York (2024); Polireality, Hive Center for Contemporary Art, Pechino, Cina (2023); Positions, Alma Pearl, Londra (2023); Today Rots Through Tomorrow, Richard Heller Gallery, Los Angeles (2022); e Three Rooms, Carl Freedman Gallery, Margate, Regno Unito (2021): everywhere, an empty bliss, FRAC Auvergne, Clermont-Ferrand, Francia (2019); e In Here Stands It, Spike Island, Bristol (2012).