Garen Kökciyan – Gli armeni e l’Armenia

Torino - 09/11/2013 : 17/11/2013

Mostra promossa dall'Ambasciata della Repubblica d'Armenia “Gli armeni e l’Armenia – di Garen Kökciyan”.

Informazioni

  • Luogo: GALLERIA SUBALPINA
  • Indirizzo: Piazza Castello - Torino - Piemonte
  • Quando: dal 09/11/2013 - al 17/11/2013
  • Vernissage: 09/11/2013 ore 11
  • Autori: Garen Kökciyan
  • Generi: fotografia, personale

Comunicato stampa

Garen Kökciyan è nato a Nisantasi, ottocentesco quartiere residenziale di Istanbul, nel 1959. Padre e madre armeni, in casa si parla armeno. Sulla loro carta d'identità è impressa la dicitura "religione: cristiana". Come gran parte delle minoranze, anche i Kökciyan, dopo la scuola elementare armena, mandano i figli a un liceo straniero. Garen frequenta il liceo italiano, in vista dell' università in Italia: a diciannove anni arriva a Torino per frequentare i corsi di ingegneria aeronautica al Politecnico


Nei vent'anni successivi la fatica di costruirsi un'esistenza in un paese straniero, di farlo proprio e impiantarvi la sua attività di consulenze aeronautiche assorbono interamente l'energia e l'attenzione di Garen.

Fin qui, la condizione di armeno è lo sfondo naturale della sua vita, sentita più come un addestramento precoce a transitare da una lingua all'altra, da un riferimento culturale all'altro: un guadagno in flessibilità e scioltezza rispetto ai compiti del suo trapianto in Italia.

Il cambiamento avviene quando compie cinquant'anni e parte per il primo di molti viaggi in Armenia. L'Armenia è oggi un paese grande all'incirca quanto il Piemonte, montuoso, strizzato al centro del grande corridoio caucasico che le popolazioni centro-asiatiche hanno percorso per migliaia di anni muovendo verso sud in cerca di climi più caldi e terreni più fertili.

Paese povero, sassoso, con un'unica città, Yerevan, già ricca nell'antichità, e una distesa di cime, altipiani, gole, altre cime, altre gole, altri pianori. Una storia terribile: un paese piccolo condannato dalla geografia a essere schiacciato tra grandi imperi: ittiti e babilonesi, greci e persiani, romani e cartaginesi, bizantini e selgiuchidi, russi e ottomani, sovietici ed europei hanno continuato nei secoli a misurarsi in armi al di là e al di qua della cerniera caucasica attraversando ogni volta l'Armenia, annettendola o perdendola, sempre facendone un campo di battaglia.



Eppure gli armeni hanno resistito al destino che geografia e storia avevano scritto per loro. Hanno scelto: nel 301 il loro re Tiridate si converte al cristianesimo, e dodici anni prima di Costantino lo sceglie come religione del suo regno.

Nel 405 Mesrop Mashtots crea un alfabeto modellato sui fonemi della lingua armena, che diventa un potente elemento di consolidamento dell'identità armena. Lingua, religione e scrittura si sono rivelati strumenti capaci di legare e conservare una cultura, di marcare una differenza rispetto ai mondi circostanti con altre lingue, altri costumi, altre religioni. Un confine che, tra il 1915 e il 1917, ha significato lo sradicamento dalle terre natie e lo sterminio quasi totale degli armeni occidentali da parte dell'impero ottomano ormai alla fine.

Poche volte nella storia, dal II secolo avanti Cristo fino al VI o VII secolo dopo Cristo, poi ancora tra il X e il XII secolo, gli Armeni hanno avuto uno Stato, un regno, un'autorità che li rappresentasse. Le chiese e i monasteri, che risalgono all'uno o all'altro di questi due periodi restano a testimoniare la fioritura della "Grande Armenia" e i lunghi secoli di vuoto prima della ricostituzione dell'Armenia di oggi. Sono monumenti unici in Europa: caratteri romani, persiani, greci, arabi si fondono in una creazione nuova, da cui l'architettura romanica e gotica europea trarrà elementi e ispirazione.

Nelle chiese di tufo grigio e rosa, nei monasteri arroccati in fondo a gole tortuose o in cima ad altopiani di inattesa dolcezza che emergono tra pareti a picco, pare oggi di trovare esattamente espressa e scritta nella pietra la cerniera tra il mondo antico e il nostro, il punto di passaggio in cui archi, colonne, volte, capitelli, cupole ereditate dal mondo greco, romano, persiano, dall'Oriente e dall'Occidente si fondono e, come l'alfabeto armeno, traggono elementi da tutte le culture confinanti per creare un linguaggio autonomo, ricco di figure e di forme. Il cristianesimo, che in Occidente segue strade a noi più note, in Armenia custodisce e riflette l'ampiezza e il respiro largo dell'opera civilizzatrice dei suoi inizi.

La voce baritonale degli officianti che risuona gravemente sotto le volte di queste chiese ha un timbro virile, esprime forza e infonde coraggio, i canti e le musiche sacre rimandano a tonalità differenti e più antiche di quelle a cui l'orecchio è abituato. Senza uno Stato proprio per molti secoli, invasi e schiacciati da imperi irrequieti e prepotenti, gli armeni hanno miracolosamente conservato la loro identità. Questa è l'esperienza elettrizzante che si respira oggi in Armenia. Da ventidue anni i sovietici si sono ritirati lasciando sul terreno cimiteri di fabbriche dismesse, condomini mai terminati, foreste di pilastri di cemento armato in eterna attesa di un futuro che non arriverà. Non sono nemmeno tristi, transitano con stoicismo verso il destino di rovine che li sta già assediando. Ma la vera eredità che la fine dell'impero sovietico ha lasciato agli armeni è un'altra: in questo momento della loro storia millenaria hanno la libertà di essere se stessi e di scoprire che qualcosa di essenziale del loro mondo e della loro cultura non è andato perduto.

Questa potrebbe essere la forza magnetica che ha attratto Garen verso l'Armenia e che le immagini presentate nella mostra ci comunicano: il senso di partecipare a un'avventura, a una scoperta di sé, della propria storia, nel momento in cui è in gioco un potenziale di speranza costruttiva, una speranza percepibile nell'aria che respiri.

Annalisa Ferretti