Franck Bragigand – Between Religion

Bruxelles - 15/03/2012 : 22/04/2012

La mostra comprende un lavoro precedente e quattro inediti. Il più rilevante è l’installazione ‘Ready?’, al centro del grande spazio espositivo. E’ un assemblaggio di copie di scudi romani, realizzato tagliando in due barili di petrolio, dipingendoli e fornendoli di manico.

Informazioni

  • Luogo: MUSUMECI CONTEMPORARY
  • Indirizzo: 22, Rue des Chevaliers | 3rd floor | IXELLES-1050 - Bruxelles
  • Quando: dal 15/03/2012 - al 22/04/2012
  • Vernissage: 15/03/2012 ore 18
  • Autori: Franck Bragigand
  • Curatori: Bart Verschaffel
  • Generi: arte contemporanea, personale
  • Orari: Martedì – Venerdì | h 16:00 - 20:00 o per appuntamento

Comunicato stampa

La mostra di Franck Bragigand da ARTECONTEMPORANEA a Bruxelles comprende un lavoro precedente e quattro inediti. Il più rilevante è l’installazione ‘Ready?’, al centro del grande spazio espositivo. E’ un assemblaggio di copie di scudi romani, realizzato tagliando in due barili di petrolio, dipingendoli e fornendoli di manico. Altri sei scudi rotondi, metamorfosi dei coperchi dei barili, pendono dalla parete. Su uno di essi, la tinteggiatura color lavagna invita a vergare slogan, motti, o anche figure – come su un volto di Medusa. L’installazione, esplicita e aggressiva, rimane tuttavia aperta

Gli scudi alludono ovviamente ai nemici di Asterix, simulano ludici soldatini. Giochi da bambini. Gli stessi oggetti, però, evocano l’equipaggiamento anti-sommossa della polizia alle prese con i moti del distretto di Matongé a pochi isolati di distanza, solo qualche settimana fa. Oppure – dice Bragigand – urge difendersi astutamente dalla lobby petrolifera? Un’installazione, dunque, su sicurezza e paura, sulla protezione della proprietà, e sul potere difensivo dell’arte?

Nel video ‘Pigeons’ – un inedito del 1998 – gli animali simboli di pace si contendono furiosamente pane sbriciolato disponendosi in cerchio, come sul campo di battaglia. E dietro l’angolo, adiacenti, si vedono sacchi stracolmi delle ‘briciole’ per cui la gente di solito lotta: denaro, monete false, fatte di scarti dell’industria ceramica: ‘monkey’, o della paccottiglia. Quale messaggio? Onnipresente aggressività, ubiquità del pericolo? Bragigand si misura con l’ambiente sociale senza lasciarsi andare a prese di posizione politica nette. Il suo intervento rimane da artista. Esso mette in moto qualcosa, ma non controlla o indirizza l’effetto che provoca. Nella mostra, egli si spinge a offrire soluzioni, che rimangono però irrealizzabili e in effetti incapaci di risolvere problemi sociali, pur tematizzandoli intensamente. In questa vena, ‘Fair Trade’, un’installazione di secchi dipinti, prodotta e mostrata per la prima volta in Marocco: Bragigand pagò allora ai suoi assistenti locali salari europei, non quelli africani. E nella mostra di Bruxelles organizza un’asta in aiuto della nonna, costretta a vivere di una modestissima pensione: come altre volte, dipinge di nero un oggetto appartenente all’anziana e lo vende al pubblico. Quest’asta avrà per oggetto un piccolo crocefisso, un piccolo corpo sofferente…

Bragigand lavora nelle gallerie e talvolta nei musei, ma almeno altrettanto spesso in luoghi pubblici e in contesti non artistici, in Olanda, Giappone, Francia, Slovenia. Ma il luogo non fa granché differenza. Le gallerie hanno una propria specificità, nel senso che spesso il discorso è forzatamente monologico, mentre un contesto istituzionale permette, o impone, di creare opere più complesse e stratificate. E anche al di fuori della galleria, comunque, Bragigand opera esplicitamente da artista. Con il suo peculiare approccio, egli si porta dietro il proprio ‘utensile artistico’ dovunque vada.

Approccio e strumenti di Bragigand provengono da due interessi che si intersecano vicendevolmente. Da giovane, egli comincia col prendere posizione nel contesto del movimento francese Support-Surface. Il primo grande passo compiuto dall’artista negli anni novanta consistette nel dissociare radicalmente la pittura dal suo supporto. Versando pittura liquida ed esponendola all’aria, una [KRUT] si forma lentamente alla superficie. Ecco l’elemento artistico, nient’altro che pittura rappresa, convertita da Bragigand in ‘sculture’. Nella versione più elementare, una [KRUT] rotonda in forma di vaso dipinto: l’esemplare minimo di ‘pura pittura’… Ma [KRUT] più grandi e rettangolari sono divenute altrettanto appropriati fondi di sedie pieghevoli e paraventi. Superficie senza supporto, pittura priva di tela. E dopo questo genere di oggetti, fatti di pittura e nient’altro, Bragigand fa un passo di più. Una volta dissociata dalla tela e resa ‘autonoma, la pittura può finire ovunque, può occupare e trasformare qualunque cosa senza identificarvisi, senza rimanere appiccicata al supporto.

Bragigand ricopre con pittura (nuova). Anche se evoca il modello di Daniel Buren, l’operazione è realizzata in maniera radicalmente diversa: laddove Buren impiega il suo ‘utensile artistico’ per lavorare negli, e con gli, spazi pubblici, l’intervento di Bragigand è su oggetti di uso quotidiano.

Il secondo interesse di Bragigand è, appunto, il quotidiano. Egli comunica artisticamente via oggetti quotidiani, che sono il punto di intersezione fra l’artista e il sociale, con cui l’artista interagisce. Il suo intervento esordisce da ciò che trova – e la sua preferenza va a cose talmente ordinarie da non suscitare alcun interesse e prontamente eliminate dopo l’uso: sedie da cucina, lampadari banali, frigoriferi, specchi, secchi, piante, terraglie… Bragigand le cerca dove sono state abbandonate o raccolte, come nei negozi dei rigattieri. Oppure, suona alla porta della gente per chiedere in prestito un qualche oggetto. Quindi, egli ridipinge dozzine di sedie, lampade, e armadi per rimetterli in circolazione; ovvero, dipinge tutti gli oggetti presi a prestito in bianco e li restituisce ai proprietari. Questi progetti fanno parte della serie ‘Ripristino della vita quotidiana’, e vanno oltre la mera rinfrescata del colore dell’oggetto. L’intervento dell’artista trasforma e isola, quasi magicamente, la cosa: un oggetto pressoché senza valore diviene così una ‘superficie dipinta’. Ricoperto dal colore, esso fa fede ora dell’attività dell’artista, di ciò che l’arte può cambiare, o aggiungere, al mondo.

All’opposto del ready-made, per Bragigand arte e vita non si fondono, né si equivalgono, attraverso il quotidiano, che è piuttosto luogo di sovrapposizione e di confronto dell’una e l’altra. Di conseguenza, va fatta la massima attenzione agli oggetti che egli sceglie, e al modo in cui li dipinge. Ad ogni progetto, corrisponde una nuova situazione, ed altro spazio per nuove riflessioni e nuovi significati. Così in Giappone, dove Bragigand prelevava banalissima merce da rigattiere per realizzare un’installazione in vero ‘stile giapponese’, in modo da scompigliare contemporaneamente ‘l’autenticamente tradizionale’ e la più triviale produzione di massa. E così a Bruxelles, dove egli dimostra come fare arte dei rifiuti dell’industria petrolifera, e come difendersi e mettersi in discussione simultaneamente.

Bart Verschaffel







| Franck Bragigand (1971) lives and works in Amsterdam. His research has been developed and shown in Belgium, Canada, France, The Netherlands, Germany, Japan, Morocco, Slovenia and the USA. Besides many Group shows and Solo exhibitions, his activity includes specific projects committed by museums and other public and private institutions, most notably ‘The Park’ (Osaka City 2006), ‘Rembrandt didn’t invent Electricity’ (Quebec City 2008), ‘The College’ (Nantes 2010), ‘The Kitchen’ (Balen 2011).The artist’s works are at the Fond National d’Art Contemporain (Paris), the Fond Régional d’Art Contemporain (Alsace), the Akzo Nobel Art Foundation (Arnhem), Droog Design (Amsterdam), the Interpolis Art Foundation (Tilburg), the Glasspaleis, Museum for Contemporary Art (Heerlen), the Design Museum (London). Bragigand has been awarded the Uriot Prize from the Rijksakademie voor Beeldende Kunsten (Amsterdam 1998).



| Bart Verschaffel (1956) studied Philosophy and Medieval Studies at the University of Louvain and is full professor in the Department of Architecture and Urban Planning at Ghent University (Belgium).He teaches Theory of Architecture and Architectural Criticism. He has numerous publications in the fields of Architectural Theory, Aesthetics and Art Criticism, and Philosophy of Culture. He is the author of monographs: (a selection): Rome/Over theatraliteit (1990); Figuren/Essays (1995); Architecture is (as) a Gesture (2001), À propos de Balthus (2004); Van Hermes en Hestia. Teksten over architectuur (2006); Essais sur les genres en peinture. Nature morte, portrait, paysage. (2007); Een god is vele dieren. Essays over Jan Fabre 1988-2010 (2009); De Zaak van de Kunst. Over Kennis, kritiek, en schoonheid (2011).

Peinture

Franck Bragigand shows one old and four new works in Galerie Arte Contemporanea. Most prominently occupying the large room is an installation ‘Ready?’ in the middle of the space. It consists of a group of replicas of Roman shields, made by sawing discarded oil barrels in two, by providing them with handles and by giving them a fresh layer of paint. Six round shields, transformed oil barrels’ covers, are hanging on the wall. One of the round shields was given a cover of blackboard paint, as an invitation to occupy it by slogans, sayings, or even figures - like a Medusa face. This is a direct and confronting installation, while at the same time, it remains quite open. The Roman shields of course recall Asterix’s enemies, playing soldiers, and pretending. Child’s play. But at the same time, those things look very much like the equipment of the riot police, trying to calm down the uprisings in the Matongé district in Brussels, just a few blocks away from the gallery, just a few weeks ago. Or, is Bragigand suggesting that we should defend ourselves against the oil lobby and its industry, cunningly but urgently? Is this installation about safety and fear, about the safeguard of property, and about art as defence?
In ‘The Pigeons’ (1998), a video by Bragigand (here on show for the first time), pigeons – peace symbols – are fighting over bread crumbs within a circle, like a battle field. And around the corner, in the annex of the gallery space, there are some bags filled until the edge with the ‘crumbs’ people are usually fighting for: money, fake coins, made of an earthenwaren industry leftovers: 'monkey'. What is the message: omnipresent aggression, danger all around? Bragigand engages with the social realm without expressing unambiguous political opinions. His interventions remain artistic ones. They put something in motion, without controlling nor directing the effect of what they provoke. In this exhibition, he also furnishes ‘solutions’, which however are inimitable and which will not really solve social problems, but on the contrary sharply thematise them. For instance, he exhibits the work ‘Fair Trade’, an installation consisting of painted buckets, produced and initially shown in Morocco, where Bragigand paid his local assistants European wages instead of the Moroccan fees. And within this exhibition in Brussels, Bragigand organises another auction to help his grandmother, who has to manage with a small pension: as usual, he paints an object offered by his grandmother, in black in order to sell it to the gallery visitors. This time, the auction involves a small sculpture of Christ. A small suffering body, so…
Bragigand works within the gallery context and sometimes in the context of a museum, but at least as often in public space as in non-artistic contexts: in the Netherlands, Japan, France, Slovenia. However, it does not matter a great deal where he works. The gallery context is specific in the sense that a monologue is imposed by the absence of a client or the involvement of inhabitants or users, and the institutional context allows, or compels, to create more complex and more layered work. But also outside the gallery, Bragigand explicitly operates as an artist. He has developed his own approach, bringing along his own ‘outil artistique’ wherever he goes.

The approach and artistic instruments used by Bragigand, stem from two topics of interest that cross each other. Firstly, as a young artist, Bragigand developed a position in the context of the French support-surface movement. His first big step in the nineties, was to completely dissociate paint from its support. By pouring the liquid paint and by exposing it to air, slowly a [KRUT] comes into being at the surface. This is an artistic element, nothing else than congealed paint, manufactured by Bragigand into ‘sculptures’. Its minimal version was a round [KRUT], in the shape of a paint-pot: the smallest entity of ‘pure paint’… But larger, rectangular [KRUT] were just as well made into bottoms of folding chairs and folding screens. Surface sans support, paint without canvas. After producing this kind of artistic objects, made of nothing but paint, Bragigand took a new step. Once the paint was dissociated from the canvas, once it was declared ‘autonomous’, it can be placed anywhere, it can occupy and change something, without attaching itself to that something, without linking itself to the support. Bragigand covers with (new) paint. Even if this operation is analogous to Daniel Buren’s path, it chooses a complete different mode of application. While Buren uses his ‘outil artistique’ to work in and with public space, Bragigand intervenes artistically using daily life objects.

Bragigand’s second topic of interest is: daily life. He communicates artistically via daily objects. These are the meeting point between himself as an artist and the social, in which he interferes. His intervention starts with his findings in the world – and he likes selecting things so daily and ordinary that they are hardly paid any attention and immediately are thrown away after use: kitchen chairs, standard lamps, refrigerators, mirrors, buckets, plants, crockery… But Bragigand looks for them where they are forgotten or collected, like in second-hand shops. Or he rings at people’s doors, asking them if they are willing to lend him an object. Next, he has dozens of chairs, lamps and cupboards painted in plain and pastel colour combinations, in order to drop them again in the world. Or else, he paints all borrowed objects nicely white, after which he delivers them back to the owners. These projects are categorised as part of ‘The Restoration of the Daily Life’. The issue here goes beyond the mere refreshment of an object’s colour. The artistic intervention transforms and isolates the thing, quasi-magically, from an almost-worthless object into a ‘painted surface’. Covered with colour, they become the evidence of artistic activity, of what art could change, or add, to the world.

As Bragigand transforms the daily into a place where art and life do not merge nor are equated – like the ready-made -, but overlap or confront each other, we always have to pay attention to his choice of objects, and the exact way he paints them. For each project creates a new situation, offering scope for new comments, new meanings. Like in Japan, where Bragigand used banal stuff from a second-hand stock to compile a complete gallery installation in traditional ‘Japanese style’, thus unsettling the ‘authentic traditional’ as well as banal globalised mass production. And similarly, in the Belgian capital, he shows how to make art out of oil industry garbage, how to protect and simultaneously, challenge oneself.

Bart Verschaffel