Francesco Snote – sendre

Torino - 10/02/2016 : 04/03/2016

Se da una parte il lavoro di Francesco Snote sembra focalizzarsi sull’analisi naturalisti- co-scientifica del paesaggio e del rapporto che esso intrattiene con chi lo abita, dall’altra sembra volerci portare al cuore della soggettività e al sovvertimento degli equilibri.

Informazioni

  • Luogo: SPAZIO BUONASERA
  • Indirizzo: Via Carena 20 - Torino - Piemonte
  • Quando: dal 10/02/2016 - al 04/03/2016
  • Vernissage: 10/02/2016 ore 18
  • Autori: Francesco Snote
  • Generi: arte contemporanea, inaugurazione, personale
  • Orari: su appuntamento

Comunicato stampa

Parlando con Francesco Snote del suo lavoro mi venne naturale associare la sua pratica a quella di altri artisti che hanno lavorato sulla relazione tra uomo, natura e paesaggio come ad esempio Joachim Koester, Cyprien Gaillard o Heinz Mack. Ma queste prime associazioni sfumarono dopo un maggior approfondimento della questione.
Se da una parte il lavoro di Francesco Snote sembra focalizzarsi sull’analisi naturalisti- co-scientifica del paesaggio e del rapporto che esso intrattiene con chi lo abita, dall’altra sembra volerci portare al cuore della soggettività e al sovvertimento degli equilibri

Entrando nella mostra si trova un panello drenate che è in un certo senso la prima ammis- sione di debolezza dell’artefatto umano nei confronti del paesaggio: servirebbe ad arginare e a contenere ma in realtà non fa altro che mostrare le sue ipotetiche caratteristiche.
La sua pulizia lo rende asettico e in contrasto con il suo affettivo utilizzo in un contesto montano, portandoci subito all’immaginario delle show house realizzate con l’obiettivo di simulare la disposizione delle case ancora da costruire.
Possiamo considerare questo lavoro come un feticcio ma anche come un elemento tempo- raneamente prestato al mondo dell’arte prima di acquisire la sua vera funzione.
Troviamo poi una pietra dal paese di Sendre, frazione di Gressoney che fu parzialmente distrutta nell’alluvione del 2000 e che esiste oggi grazie a massicci interventi ingegneristici e geotecnici. La pietra diventa un oggetto al quale l’artista attribuisce una certa preziosità tramite una cura meticolosa e quasi ossessiva (pulizia, disinfezione...). Un foglio plexiglass di 5 millimetri di spessore viene poi fuso sopra inglobandola e proteggendola. L’involucro non ha però una funzione unicamente protettiva ma anche espositiva data la trasparenza del materiale coprente. Detto ciò, qualunque sia l’intento della copertura della pietra, ci troviamo di fronte ad un gesto fallito.
Una volta coperta e protetta, la pietra è poi inserita dentro ad una busta trasparente che ci regala un’altra superficie anch’essa attraversabile dallo sguardo.
L’idea di stratificazione la ritroviamo poi nell’unica opera a parete creata a partire da una stampa su banner raffigurante un paesaggio.
Sull’immagine vengono applicati diversi strati di spray, flatting, colle ed inchiostri che appiat- tiscono e proteggono l’immagine sottostante fino alla sua apparente scomparsa. Che sia in senso figurato o figurativo, l’astrazione e la finzione sovrastano (o proteggono) la figurazio- ne e quegli elementi trovati in natura. In questo modo la rappresentazione stessa della natura è rimessa in discussione da un’alchimia di materiali che la sommergono, la proteggo- no e tentano di rilevarne il controllo.
Se di primo acchito sembra che il lavoro di Francesco Snote ci mostri una natura sottomes- sa all’artifizio e all’azione dell’uomo tramite dighe, pannelli drenanti e pietre bloccate da strutture improbabili, in realtà ci si accorge ben presto dell’ambiguità che caratterizza questi lavori. In effetti, così come il plexiglass non esercita alcuna forza sulla roccia che ricopre, anche il pannello drenante appare come un semplice rattoppo di una natura troppo espansi- va per essere monitorata.
L’interi progetto mi fa pensare al gioco della Morra Cinese in cui la pietra vince sulla forbice e perde sulla carta mentre la forbice perde sulla pietra ma vince sulla carta.
E se i valori di forza dovessero anche qui mutare, allora chissà se quel foglio di plexiglass fuso sulla pietra non dovesse effettivamente avere la meglio sulla pietra stessa?
Non ci sono risposte evidenti, ma certamente il lavoro di Francesco Snote solleva delle questioni interessanti sul rapporto che intrattengono con il loro luogo d’origine. Si può quindi abbozzare un ritratto di una natura non più in lotta contro l’intervento invasivo dell’uomo ma bensì consenziente e affine alla produzione artistica.
Alfredo Aceto