Flavio Favelli – Come into my life

Bologna - 11/10/2014 : 24/10/2014

Quando visitai l’appartamento ho pensato che potevo in qualche modo abitare questo grande spazio vuoto di oggetti e pieno di immagini. Come in un culto degli antenati, prima dell’alienazione, si celebra lo spirito delle stanze. Nel solco degli avi e delle loro squisite attenzioni moderne, i muri e le superfici iniziano a brillare come diamanti. Come into my life, chiamano i riflessi.

Informazioni

  • Luogo: STUDIO CARLOTTA PESCE
  • Indirizzo: Via Ca' Selvatica 4 40123 - Bologna - Emilia-Romagna
  • Quando: dal 11/10/2014 - al 24/10/2014
  • Vernissage: 11/10/2014 ore 18
  • Autori: Flavio Favelli
  • Generi: arte contemporanea, personale
  • Orari: su appuntamento.

Comunicato stampa

Flavio Favelli

Come into my life

Era la fine degli anni 80, Jean Paul Gautier aveva presentato dei completi maschili con colori acidi e il video How to do that. Nell’88 alla Sala Borsa ci fu una grande festa per tutta la notte per la Biennale, c'erano tanti artisti della Jugloslavia che pochi anni dopo sarebbe venuta giù

Il capodanno prima lo passai in auto, in via Indipendenza, era tutto bloccato, con la mia Milletrecento Fiat, ereditata dal mio nonno, cambio al volante, alza antenna elettrico e sedili in pelle amaranto, tenevo sempre qualche coppa -allora mi piaceva più del flute- in auto, per uno spumante che poteva sempre capitare.
Al Kinki una notte venne De Michelis, il Ministro degli Esteri, l'Italia era il quinto paese del mondo. Io non ero un purista di Jean Paul Gautier, lo abbinavo con libertà a qualche capo militare e a qualcosa della Vivienne che si trovava solo a Firenze.
Alla notte, in via Guerrazzi, dove abitavo, non c'era mai parcheggio e così andavo al Baraccano, per andare a casa passavo a piedi per l'enorme arco del portico, fuori scala rispetto a quelli di Via Santo Stefano e poi, nello slargo Garganelli, sotto quello di un palazzo, forse il mio preferito di Bologna: grigio, spettrale, razionale, austero, quasi misterico, oggi restaurato e ridipinto con un orrendo colore crema.
Andavo spesso in giro con Sanà, veniva dalla Tunisia, ma allora nessuno sapeva nulla nè degli arabi nè dell'Islam, abitava in una casa occupata vicino a via Azzurra, un tubo rosso di quelli che si usano per innaffiare il giardino attraversava tutte le camere e portava il gas per la stufa. In quella casa ho sentito Come into my life di Joyce Sims.
Tante voci, allora, già chiamavano.

Quando visitai l’appartamento di via Belle Arti dei genitori di F., mi parve enorme.
Non perchè fosse vuoto dagli arredi, senza tende e senza quadri alle pareti, ma era grande in altri modi. Psicologicamente grande.
Le case parlano di più quando sono vuote. Mi sono sempre sentito a disagio quando ho fatto un trasloco; nel lasso di tempo, molto delicato, fra lasciare la casa vuota e arrivare nella nuova, altrettanto spoglia, tutto si intreccia, fra immagini, ricordi e speranze. Il trasloco con mobili è un momento cruciale nella nostra storia moderna. A differenza dei miei amici studenti fuorisede, che se la cavavano con pochi scatoloni, i traslochi che ho vissuto sono sempre stati completi e totali, con camion e facchini. Vere operazioni di sradicamento assoluto da case piene di stanze e di arredi che a loro volta venivano da altre case e da altre storie della famiglia.
Quando visitai l’appartamentoho pensato che potevo in qualche modo abitare questo grande spazio vuoto di oggetti e pieno di immagini. Come in un culto degli antenati, prima dell’alienazione, si celebra lo spirito delle stanze. Nel solco degli avi e delle loro squisite attenzioni moderne, i muri e le superfici iniziano a brillare come diamanti.
Come into my life, chiamano i riflessi.