Faces & Places

Bologna - 14/11/2012 : 06/01/2013

La mostra Faces & Places. Uomini e luoghi del jazz a Bologna è un’inedita carrellata fotografica arricchita di manifesti originali a ricomporre quel feeling magico che lega il jazz a Bologna.

Informazioni

  • Luogo: PALAZZO PEPOLI - MUSEO DELLA STORIA DI BOLOGNA
  • Indirizzo: Via Castiglione 8 - Bologna - Emilia-Romagna
  • Quando: dal 14/11/2012 - al 06/01/2013
  • Vernissage: 14/11/2012 ore 18.30
  • Generi: fotografia, collettiva
  • Orari: martedì – domenica, ore 10-19
  • Biglietti: ingresso libero

Comunicato stampa

In occasione della settima edizione del Bologna Jazz Festival, per il ciclo Jazz at the museum inaugura a Palazzo Pepoli. Museo della Storia di Bologna, mercoledì 14 novembre 2012 a partire dalle ore 18.30, la mostra Faces & Places. Uomini e luoghi del jazz a Bologna – un’inedita carrellata fotografica arricchita di manifesti originali a ricomporre quel feeling magico che lega il jazz a Bologna – seguita, in esclusiva, dal solo recital di Franco D’Andrea, il racconto in musica di uno dei massimi protagonisti del jazz italiano, dagli esordi a Bologna fino ai più prestigiosi palcoscenici del mondo



Bologna si è imposta fin dal dopoguerra come una delle capitali del jazz europeo. È complesso in poche righe definire l’alchimia che ha generato nel territorio felsineo un interesse così spiccato per il linguaggio musicale afroamericano. Il punto di partenza è stato senza dubbio il fertile ambiente culturale universitario, ma la diffusione del jazz a Bologna è imputabile soprattutto al lavoro dei tanti e appassionati promotori che negli anni, con il contributo delle istituzioni e di partner privati, hanno promosso con competenza – e forse anche con la giusta dose di incoscienza – una straordinaria quantità di concerti e rassegne, sempre connotate da una eccezionale qualità artistica. Il concetto di jazz festival ha preso forma proprio tra le mura di Bologna, per poi essere esportato in tutta Italia: l’origine stessa di Umbria Jazz è legata a doppia corda con l’esperienza jazzistica bolognese.
Tanti sono i celebri musicisti statunitensi ed europei che hanno deciso di trascorrere periodi più o meno lunghi sotto le due torri, altrettanti sono i musicisti che partendo da Bologna hanno mosso i primi passi per costruire le loro prestigiose carriere. Tanti i locali, i circoli, i teatri e le sale civiche che hanno respirato e continuano a respirare a tempo di swing. Questa inedita carrellata di volti e di luoghi, arricchiti dai manifesti originali dei numerosi festival organizzati dalla fine degli anni Sessanta ad oggi, ricompone con efficacia e immediatezza quel feeling magico che lega il jazz alla città.

La mostra è impreziosita dalla proiezione del documentario My main man. Appunti per un film sul jazz a Bologna con il quale il regista Germano Maccioni – attraverso l’uso di un ricco materiale di archivio e testimonianze di musicisti e organizzatori – restituisce ai visitatori un’ulteriore occasione di approfondimento.

Si ringraziano per la generosa concessione del materiale espositivo Gigi Cremonini, Federico Mutti, Eurialo Puglisi, Achille Serrao, l’associazione culturale Bottega Bologna e tutti coloro che in maniera più o meno diretta hanno contribuito a scrivere questa meravigliosa storia.

Faces & Places è dedicata a Massimo Mutti.
Bologna Jazz Festival


Introduzione alla musica e all’arte di Franco D’Andrea
Franco D’Andrea è un musicista che non ha bisogno di presentazioni. La sua storia artistica è talmente ricca, intensa, coerente, che enumerare tutte le sue collaborazioni, i suoi incontri, le opere significative non avrebbe senso, se non in una pubblicazione allargata, che prendesse in esame con serietà e precisione questa carriera formidabile nella sua totalità.
D’altra parte, per condensare in pochi tratti e in modo significativo il suo temperamento, la sua originalità, la sua coerenza, ci vorrebbero forse le parole di un poeta. Certo, un poeta che non usasse termini altisonanti e astrusi, ma che parlasse il linguaggio della quotidianità disadorna, ricca di senso, come hanno fatto i nostri migliori poeti. E come fa Franco quando si esprime con il proprio strumento, sempre alla ricerca della poesia più asciutta, scarnificata, ma profondamente vera, scaturita da un linguaggio che sta mirabilmente sospeso tra la quotidianità e il soprannaturale. Un linguaggio radicato nella tradizione della musica afroamericana, a tal punto che spesso non è facile seguirlo fino in fondo nei dettagli delle sue divagazioni ritmiche, dei suoi insistenti riff, delle citazioni, che sono sempre appropriazioni alla ricerca di un'autenticità. Il suo lavoro reclama dunque frequentazione, confidenza, attenzione, disposizione alla scoperta e allo stupore.

Sono gli stessi atteggiamenti che lui stesso rivolge alla musica, in primo luogo a quella degli altri, che pochi sanno ascoltare con tale acume. E naturalmente alla sua, svezzata al contatto con Nunzio Rotondo nella Roma degli anni Sessanta e poi folgorata dall'incontro con Gato Barbieri, che per primo gli fa conoscere le possibilità della creazione libera e dirompente. Lo coinvolge in avventure formidabili, come quella in cui viene registrata la colonna sonora di Ultimo tango a Parigi.

Il periodo sperimentale, scaturito nel lavoro del Modern Art Trio insieme a Franco Tonani e Bruno Tommaso, è stato ingiustamente rimosso, perché troppo in anticipo sui tempi. Ma lo si ritrova, maturato e consapevolmente strutturato, nelle pieghe del lavoro di oggi: nell'audace ricerca del quartetto con Andrea Ayassot, Aldo Mella e Alex Rolle (cui ora è subentrato Zeno De Rossi), nelle esplorazioni di Eleven, nelle poderose riflessioni in solo, dove la sintesi è a tutto campo, e affronta le vette eccelse di Ellington, Tatum, Monk, trovando il punto di intesa con il proprio linguaggio. In tutti questi ultimi lavori si trova una tensione continua e dialettica tra innovazione e tradizione, tra Africa e Occidente. La si trova ancora approfondita e rivitalizzata nei recenti trii: quelli atipici con tromba e trombone (Fabrizio Bosso e Gianluca Petrella), con due contrabbassi (Ares Tavolazzi e Massimo Moriconi) e quello classico con Massimo Manzi e ancora Tavolazzi, che trova un modo geniale di visitare la storia del jazz senza doversi allineare né a Bill Evans, né a Herbie Hancock, né a Bud Powell.
Giuseppe Segala


Piano Solo
Into the Mystery
ll piano solo rappresenta nel jazz una delle occasioni più adatte per ricercare, improvvisando, nuove combinazioni musicali, con esiti imprevedibili. In genere il musicista ha molti tasselli del mosaico pronti. Nel mio caso possono essere composizioni originali o anche brani dei miei autori preferiti (Kid Ory, George Gershwin, Duke Ellington, Billy Strayhorn, Thelonious Monk, Lennie Tristano, John Coltrane) col profumo che le varie ere del jazz a cui appartengono portano ancora oggi con sé. Ma la trama finale è tutta da inventare, il racconto che ogni sera si dipana sul palcoscenico sarà sempre diverso. Inoltre qualche volta suonando può venire alla luce un elemento musicale nuovo, non conosciuto, di cui non sono chiare le implicazioni. Accettare il confronto con questo nuovo elemento significa, in un certo modo, aprirsi un varco verso il mistero…”into the mystery”.
Franco D’Andrea